Missioni Consolata - Marzo 2022

Poste Italiane S.p.A. - Spediz. in abb. postale "Regime R.O.C." - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, NO/TORINO

IL NUOVO LIBRO DI VANDANA SHIVA Vandana Shiva Dall’avidità alla cura La rivoluzione necessaria per un’economia sostenibile Una fondamentale riflessione dell’attivista indiana sulla pandemia e la crisi ecologica e sociale nell’ottica della Laudato si’ Dall’avidità alla cura. La rivoluzione necessaria per un’economia sostenibile Emi, 226 pagine, € 16 In libreria o sul nostro sito: www.emi.it «Solo scegliendo la via della cura consegneremo alle nuove generazioni un mondo migliore» vandana shiva

AI LETTORI Ai lettori MC R di Gigi Anataloni, direttore MC EDI ORIALE MC di Gigi Anataloni, direttore MC Tra dubbi e profezia Il 2022 è iniziato un po’ in sordina, azzoppato dalla variante Omicron che sta condizionando la vita di mezzo mondo. Omicron, nell’alfabeto greco, è la lettera «o», presente due volte nella parola mondo e nel suo omologo greco cosmo. Invece di essere come le ruote di una bicicletta (o di una moto), è diventata come due macigni che appesantiscono e frenano. Ventuno anni fa siamo entrati in pompa magna nel terzo millennio, ma guardando a quanto sta succedendo nel mondo, verrebbe da dire che siamo tornati alla preistoria. Con tutto il rispetto per la preistoria, quando forse si viveva più «umanamente» di quanto facciamo noi oggi, quando un guaio combinato da qualcuno aveva conseguenze solo locali. Nonostante oltre cinquemila anni di storia documentata, nonostante la conoscenza e lo studio di religioni e filosofie di tutti i popoli, nonostante il progresso scientifico e tecnologico e gli incredibili sviluppi della comunicazione, nonostante tutto questo, stiamo vivendo la distruzione ambientale, l’aumento delle ingiustizie sociali e delle guerre, con i ricchi che diventano più ricchi a spese dei poveri, degli sfruttati e della salute del nostro pianeta, e i potenti che, invece di investire nella pace, usano la guerra e l’intolleranza per dominare, sostenuti dalle derive fondamentaliste delle grandi religioni, anche del cristianesimo. Viene da domandarsi: perché questo imbarbarimento? Perché non abbiamo imparato nulla dalla storia? Perché duemila anni di cristianesimo sembrano persi nel dimenticatoio di fronte alla logica del profitto, del consumismo, del benessere, del materialismo? Com’è che moltiplichiamo leggi e regolamenti e non cambiamo il cuore? Come può succedere che un capo di stato chieda - applaudito - che l’aborto diventi un diritto umano universale pari al diritto alla vita, alla libertà in tutte le sue espressioni, alla sicurezza, all’istruzione, al riposo e al gioco, al cibo, alla casa e al lavoro? Sappiamo poi molto bene che se ci fosse una guerra atomica tutti e tutto ne pagheremmo il prezzo. Perché, allora, sembra impossibile liberarsi dalle armi atomiche? Perché troppe nazioni rifiutano di ratificare il Trattato di non proliferazione nucleare, promosso dalle Nazioni Unite? Terribile è poi l’ipocrisia sui migranti. Si trovano i soldi per costruire muri, per armare e mantenere reparti di polizia specializzati contro i migranti, come la discutibile guardia costiera libica, si costruiscono campi che diventano il limbo in cui sono fatti sparire, ma poco viene fatto per curare le cause che sono all’origine di un così grande esodo di genti: povertà, sfruttamento, dittature, guerre, persecuzioni, cambiamento climatico. E poi si chiudono tutti e due gli occhi sul caporalato, la tratta delle persone, il traffico della prostituzione, lo sfruttamento dei lavoratori in nero, il lavoro dei bambini, le nuove forme di schiavitù. E si rifiuta lo jus soli. Fa poi comodo usare i migranti per la propaganda politica come se essi fossero la causa di tutti i mali, come se davvero tenerli fuori dai nostri confini risolvesse i nostri problemi di lavoro, sicurezza, sanità, giustizia sociale, invecchiamento della popolazione, spopolamento. Nell’elenco ci sarebbe da aggiungere il rinascere del razzismo, la manipolazione della storia, il crescere dell’ignoranza, l’incapacità di dialogo, il narcisismo sociale e politico, l’illusione che l’avere di più dia più felicità, l’aggressività sui social, la contraffazione mediatica, l’invasione della privacy. Mentre scrivo mi arrabbio con me stesso, perché sono bravo a elencare, a fare liste, a piangermi addosso. Ma a cosa serve? In tutto questo c’è una luce di speranza, una profezia di vita e libertà. Ci è offerta dai poveri del mondo, con i quali vivono tanti dei miei confratelli e consorelle missionari. Poveri che hanno una resilienza incredibile e un’infinita voglia di riscatto. Viene dal guardare a quella croce che domina nelle nostre chiese, che è sui muri di tante stanze, che è al collo di tante persone. Una croce, un crocefisso, che durante questo tempo di quaresima siamo invitati a reincontrare perché non rimanga solo un segno esterno. Il «prendere la croce e seguirlo» deve diventare un modo di essere e uno stile di vita che promuova la vita, ogni forma di vita, tutta la vita. Che sia una via alternativa al tran tran disumanizzante e cosificante del consumismo, alla logica del più forte e del più ricco, alla rassegnazione alla paura, all’ansia per il futuro, alla chiusura all’altro. Una verità che decodifichi le fake news, gli inganni, le alienazioni dell’uomo e, invece, promuova un uomo libero e liberante, creativo, resiliente e soggetto della storia, non spettatore rassegnato. 3 marzo 2022 MC

* * * * * 08 CHIESA NEL MONDO a cura di Sergio Frassetto 32 CAMMINO DI LIBERTÀ 12. Decalogo (Es 20), istruzioni per vivere di Angelo Fracchia 56 E LA CHIAMANO ECONOMIA Profitti da Covid, tanti e per pochi di Francesco Gesualdi 59 I VIAGGI DI DAN Libano, nei campi dei rifugiati palestinesi di Dan Romeo 63 COOPERANDO Nei panni degli altri, la moda insostenibile di Chiara Giovetti 67 I PERDENTI special Taita Augustín di Gianantonio Sozzi 81 LIBRARSI Pandemia e punti di vista di Sante Altizio In copertina: padre Agostino Baima su una vetta della Ande in Ecuador, abbracciando il mondo (foto: Agostino Baima). https://www.rivistamissioniconsolata.it Gli articoli pubblicati sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente l’opinione dell’editore. - I dati personali forniti dagli abbonati sono usati solo per le finalità della rivista. Il responsabile del loro trattamento è l’amministratore, cui gli interessati possono rivolgersi per richiederne la verifica o la cancellazione (D. LGS. 196/2003). 3 | Marzo 2022 | anno 124 Il numero è stato chiuso in redazione il 11 febbraio 2022 e consegnato alle poste di Torino prima del 28 febbraio 2022. 03 AI LETTORI Tra dubbi e profezia di Gigi Anataloni 05 NOI E VOI Lettori e Missionari in dialogo IL MYANMAR A UN ANNO DAL GOLPE MILITARE ETNIE E NAZIONE di Federica Mirto a cura della redazione MC A ossier 4 marzo 2022 MC MC R 10 HAITI /2 La transizione può attendere di Marco Bello 16 ITALIA/Badanti Sempre più essenziali di Simona Carnino 21 HONDURAS Xiomara Castro, la donna delle rivincite di Paolo Moiola 26 MONDO Ingiustizie che prendono quota di Daniela Del Bene 51 ITALIA/Carceri Aggravante pandemia di Claudio Paterniti Martello 71 AMICO Il deserto alla gola inserto a cura di Luca Lorusso MC I SOMMARIO 35 * 26 *

A cura del Direttore MC R Noi e voi LETTORI E MISSIONARI IN DIALOGO I I I I I I FINALMENTE SEPOLTO NEL RESURRECTION GARDEN Padre Ottavio Santoro, IMC, è stato fondatore e architetto del Resurrection Garden di Karen, Nairobi, Kenya, un sereno giardino per la meditazione spirituale. Proprio in quel giardino è stato traslato il 16 dicembre durante una solenne cerimonia presieduta dall’arcivescovo Philip Anyolo dell’arcidiocesi di Nairobi. Padre Santoro è nato il 1° luglio 1933 a Martina Franca in provincia di Taranto. È arrivato in Kenya come missionario della Consolata nel 1959, lì ha lavorato nella parrocchia di Kiriani nella diocesi di Muranga. Tra il 1963 e il 1965 è stato vicerettore del Seminario minore San Paolo a Nyeri e insegnante a Kerugoya. Nel 1965 è partito per gli Stati Uniti e nel 1969 è tornato in Kenya (vedi MC 5/2016 p. 5-7). È stato un «grande uomo» dalla mente visionaria e dalle capacità creative. Come amministratore regionale deil’istituto in Kenya e Uganda ha anzitutto realizzato la ristrutturazione e l’ampliamento della casa regionale a Westlands, Nairobi. Padre Ottavio, abile amministratore, è ricordato come l’uomo che ha coordinato la costruzione dei primi edifici dell’Università Cattolica dell’Africa Orientale (Cuea) dal 1986 al 1994. È anche il RICORDANDO DANIELE DAL BON Daniele arrivava in redazione sempre senza preavviso. Bussava alla porta della mia stanza e si affacciava con la testa chiamandomi per nome e cognome. «Posso salutarti?». Già sapevo che non sarebbero stati pochi minuti. Scarmigliato, occhiali abbassati sul naso, borsa a tracolla, Daniele non badava minimamente al suo aspetto esteriore. Mai. «Cosa ne pensi di... ?», trovato l’argomento di discussione non si schiodava facilmente e spesso ripeteva più volte la domanda o la risposta ricevuta. Lui era così, anche nel blog, nelle email, su YouTube o nei suoi libri autoeditati. Certamente, tra gli argomenti di gran lunga favoriti c’erano la fotografia e il volontariato (in Italia, Africa e America Latina), passioni a cui ha dedicato l’intera sua esistenza. E, naturalmente, c’era il Nicaragua: le sue diapositive del periodo sandinista (mitico per molti di noi) sono conservate nell’archivio di questa rivista. All’inizio di gennaio, appena conosciuta la sua dipartita (avvenuta il 31 dicembre 2021), i social sono stati sommersi da ricordi commossi di una miriade di amici e conoscenti. Quasi a confermare una delle citazioni con cui Daniele spesso terminava le sue email, quella del teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer: «Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo». Paolo Moiola 06/01/2022 Daniele Dal Bon è stato un frequentatore assiduo del nostro Centro di Animazione di Via Cialdini 4 fin dai primi anni ‘80. Buon fotografo, ha offerto molte volte le sue foto alla rivista diventandone un collaboratore regolare dal 2001 al 2007. Nel nostro archivio ci sono migliaia di sue foto del Sud America, Africa e Asia e su argomenti specifici come migranti, comunità etniche a Torino, Rom, volontariato e tanti altri temi sociali. Era diventato il fotografo ufficiale dell’Ufficio migranti della diocesi di Torino e di tante altre organizzazioni. Teneva un blog, sul quale aveva raccolto tutto il suo itinerario esistenziale. L’ultimo messaggio (pubblicato per lui da amici il 3 gennaio 2022) dice: «Carissimi, questo non è un addio, ma un arrivederci. Ora sono insieme a mia mamma, mio papà e mia sorella e sappiate che sto bene e continuo a fotografare ogni giorno. Non vi preoccupate se non riceverete più mail, messaggi, articoli o telefonate da parte mia, anche se non sarò più presente fisicamente agli eventi e agli incontri voi pensatemi e ricordatevi di me». 5 marzo 2022 MC © AfMC / Daniele Dal Bon - anni ‘80, manifestazione di solidarietà al Nicaragua, quando il Nicaragua faceva ancora sognare; e foto recente di Daniele, fotografo e blogger.

Noi e Voi cervello che ha gestito la costruzione del Tangaza university college, in particolare la sezione di teologia, dove studiano quasi tutti i religiosi del Kenya, e la vicina Allamano House di Karen, che è il seminario di formazione per teologi della Consolata. Era legato da profonda amicizia con il compianto Servo di Dio Maurice cardinale Otunga. Con lui ha sviluppato e attuato l’idea di costruire per la Chiesa del Kenya un giardino (prendendo spunto dai sacri monti tipici di molte parti d’Italia) che potesse essere utilizzato per la preghiera e la mediazione. Padre Ottavio, con la benedizione del cardinale Otunga, ha dato la sua saggezza e la sua forza a questo progetto, dando vita al giardino che poi ha diretto e curato fino alla sua morte il 18 novembre 2015. Fu allora sepolto nel cimitero dei Missionari della Consolata al Mathari, Nyeri. Tuttavia, il desiderio di far tornare i suoi resti a «casa sua», al Giardino della Resurrezione, era vivo fin da allora. «Il compianto padre Santoro mancherà ai Missionari della Consolata, ai suoi familiari, agli amici, ai cristiani dell’Arcidiocesi di Nairobi e a tutta la Chiesa del Kenya. Sarà ricordato come un amministratore spirituale, innovativo, altruista, amichevole, generoso, ospitale, impegnato e un missionario caritatevole», ha detto Michael, un giovane che ha potuto compiere i suoi studi grazie alla generosità del missionario pugliese. Tradotto e adattato da Catholic Information service Africa (Cisa) Nairobi, 17/12/2021 6 marzo 2022 MC Dall’alto: Tre immagini della cerimonia della sepoltura di padre Ottavio Santoro al Resurrection Garden di Nairobi. Qui a destra: padre Ottavio con il cardinal Maurice Otunga, accompagnano il papa Giovanni Paolo II durante la sua visita nel settembre 1995. Al Resurrection Garden ci fu l’incontro con i vescovi, i sacerdoti e religiosi del Kenya. *

Le nostre email: redazione@rivistamissioniconsolata.it / mcredazioneweb@gmail.com R R MC Dove si svolge Le giornate del Festival si svolgeranno principalmente a Milano, alle Colonne di San Lorenzo, ma gli eventi e le iniziative pre e post Festival interesserano il territorio, le parrocchie, gli oratori, gli istituti missionari, i monasteri e anche le carceri, di tutte le diocesi italiane che desiderano partecipare a questo percorso, rimodulato secondo il proprio contesto. Qual è il tema Vivere per dono è il titolo scelto per il Festival: tre parole dense di significato, che fanno da filo conduttore per tutte le iniziative promosse e organizzate, e da nucleo di riflessione per quelle di confronto e formazione. Concretamente... Animazione missionaria: trovate sul sito tre schede, scaricabili, per organizzare incontri formativi del gruppo missionario parrocchiale o della commissione missionaria di zona. Per info: missionaria@diocesi.milano.it Catechesi: trovate fiabe e giochi dal mondo raccolte ne I Racconti del Beijaflor, pubblicato da Itl e disponibile nelle librerie cattoliche o su piattaforme online. Trovate il video di una fiaba turca, Kelolan e lo scoiattolo sul canale YouTube del Festival e il testo nella scheda della Giornata Missionaria Ragazzi scaricabile dal sito. Per informazioni: scuola@festivaldellamissione.it Adolescenti e giovani: per ragazzi e giovani dai 16 ai 30 anni proponiamo un Song Contest. Sei un cantante, un gruppo, un cantautore? Hai una canzone che racconti la tua storia o una storia che parta dalle periferie della società? Inviaci la tua canzone. Tra i brani ricevuti, verranno scelti 10 finalisti che registreranno in uno studio professionale e parteciperanno al concerto finale a Milano il 2 ottobre 2022. Scarica il regolamento e i moduli per l’iscrizione, da effettuare entro il 15 marzo. Firma e invia la tua canzone (testo + mp3) a musica@festivaldellamissione.it Laudato Si’: vi suggeriamo la visione di Anamei, un documentario su una terra devastata come l’Amazzonia ma anche sulla profezia di speranza che lo stesso papa ha voluto far conoscere al mondo con il Sinodo del 2018. Può essere usato per proiezioni in teatri e sale parrocchiali, e per incontri sull’ecologia integrale. Per vedere il documentario è necessario scrivere a: laudatosi@festivaldellamissione.it e chiedere la password. Potete trovare informazioni su: www.festivaldellamissione.it Nel 2022, dal 29 settembre al 2 ottobre, l’Arcidiocesi di Milano accoglierà il 2° «Festival della Missione», promosso dalla Fondazione Missio e dalla Cimi (Conferenza degli istituti missionari presenti in Italia). Cos’è Il Festival è un tempo e uno spazio di festa, riflessioni, esperienze in cui narrare la fede così com’è vissuta nelle periferie. I fatti, ma anche e soprattutto ciò che di invisibile, misterioso e prezioso già sta nascendo: un modo nuovo per un nuovo mondo, fondato sulla fratellanza umana e l’amicizia sociale, in cui riconoscerci tutti fratelli e sorelle. Come si sviluppa Il FdM è stato lanciato il 25 ottobre 2021 e si sviluppa su due anni sociali (2021/2022 e 2022/2023) in tre fasi: un prima, un durante e un dopo Festival. Abbiamo costruito un percorso che vorremmo armonioso e fecondo: cerchiamo di preparare il terreno perché possa ricevere e custodire i molti semi che saranno gettati in vista del e durante il Festival, da cui raccogliere in seguito i frutti. Leggi e fai leggere Nella versione WEB CLASSICA * rivistamissioniconsolata.it * amico.rivistamissioniconsolata.it * missioniconsolataonlus.it o nello SFOGLIABILE, in pdf * sfogliabile.rivistamissioniconsolata.it Seguici sui social FACEBOOK, INSTAGRAM e canale TELEGRAM Rivista Missioni Consolata. MC, la rivista per chi ama lo slow reading. 7 marzo 2022 MC Fai conoscsere MC tra i tuoi amici, nella tua parrocchia, nel tuo gruppo. Segnalaci nuovi possibili lettori e noi invieremo copie saggio: spedizioni@missioniconsolataonlus.it

lica e chiedere il battesimo. La molla che spinge queste persone a rimettere in discussione la propria fede islamica è l’esperienza di accoglienza e vicinanza gratuita e disinteressata fatta con le comunità cristiane del paese di arrivo, in questo caso l’Austria, ma prima ancora la Grecia, durante l’impervio cammino sulla rotta balcanica. «Perché fate questo per noi?», chiedono. E la risposta che viene loro data sono le opere di misericordia del Vangelo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere...». Intuiscono, così, che Gesù non può essere solo un profeta e lo riscoprono come Dio nel Vangelo. Da questa «intuizione» prende avvio un percorso di avvicinamento e di studio della fede cristiana che si avvale anche di sussidi e testi biblici in lingua farsi (persiana) e afghana. In questi anni, in Austria, gli afghani che hanno scelto di abbracciare la fede cattolica sono stati circa 500 su oltre 44mila persone. (Sir) COLOMBIA SUOR GLORIA CECILIA Il benvenuto a suor Gloria Cecilia Narváez in Colombia, liberata in Mali all’inizio di ottobre dopo quasi cinque anni di sequestro, è avvenuto in una sentita eucaristia celebrata nella parrocchia «Madre deldue sponde del fiume Putumayo che divide i due paesi. La terza esperienza consiste nella formazione di un’équipe con le comunità contadine di tutto il territorio per promuovere un piano di pastorale rurale rispettoso della Madre Terra. Contadini che vivono assieme agli altri popoli amazzonici e che si impegnano a forgiare uno sviluppo in armonia con la Casa Comune, che porti ad essere custodi e non predatori di questo bene comune che Dio ci ha dato». (Imc) AUSTRIA CONVERSIONI Con più di 44mila ingressi in questi anni, l’Austria ospita la quarta più grande comunità afghana nel mondo, se rapportata al numero dei suoi abitanti. Il ritorno al potere dei talebani ha spinto migliaia di persone a fuggire per cercare protezione in paesi amici come l’Austria. Le agenzie umanitarie, le Ong e le chiese sono in prima linea nel prestare aiuto, collaborando con le istituzioni austriache per favorirne l’inclusione e l’integrazione nell’attesa che venga loro riconosciuto un eventuale status di rifugiati. Ed è proprio in questo contesto di accoglienza che si sta facendo strada un fenomeno che vede sempre più immigrati afghani, ma anche iraniani, avvicinarsi alla fede cattoCOLOMBIA L’ALBA DELL’AMAZZONIA Il vescovo del vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano, Joaquín Humberto Pinzón Güiza, missionario della Consolata, spiega come sta mettendo in pratica le proposte del Sinodo per l’Amazzonia, svoltosi in Vaticano dal 6 al 27 ottobre 2019, ricorrendo a un’espressione del popolo indigeno Murui: «Far spuntare l’alba sull’Amazzonia». È un’espressione che indica la volontà di rendere concreto qualcosa, trasformare un’idea in realtà. Si tratta di un lungo processo che sta prendendo forma attraverso tre esperienze. «La prima è la formazione di un’équipe intercongregazionale nel centro di La Tagua, sulle rive del fiume Caquetá, la cui missione è accompagnare le popolazioni native, i contadini, gli afrodiscendenti e anche la popolazione urbana. La seconda consiste in un’équipe formata da agenti di evangelizzazione dei vicariati di San José de la Amazonía (Perù) e di Puerto Leguízamo-Solano (Colombia). Un’équipe interecclesiale che guarda oltre le frontiere, che guarda all’altra sponda e porta una proposta di evangelizzazione rivolta alla totalità del territorio svolgendo un compito missionario che unisce le a cura di Sergio Frassetto MC R la chiesa nel mondo Colombia: mons. Joaquín Humberto Pinzón Güiza, vescovo del vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano. * 8 marzo 2022 MC

le Missioni» dei Missionari della Consolata di Bogotá alla quale hanno partecipato le Suore francescane di Maria Immacolata, la famiglia religiosa di suor Gloria Cecilia. In Mali dal 2010 si occupava dei bambini piccoli che non potevano essere accuditi dai loro genitori e della promozione delle donne attraverso strategie di alfabetizzazione, piccoli prestiti destinati alla produzione agricola e attività di ricamo e cucito. Il 7 febbraio 2017 quattro uomini armati di fucili e machete sono entrati nella missione e avevano cercato di portare via le due sorelle più giovani, ma Gloria Cecilia, responsabile della comunità, si era offerta di essere presa al loro posto. Quegli uomini erano di Al Qaeda e con una bomba al collo e la minaccia di morte se avesse detto o fatto qualcosa. L’avevano messa su una delle loro quattro moto e l'avevano portata nel deserto. Durante la prigionia, i maltrattamenti erano il suo pane quotidiano: la maggior parte del tempo era tenuta in catene e con lucchetti ai piedi; riceveva poco cibo e acqua; non mancavano continue percosse e insulti. Nonostante le condizioni subumane in cui si trovava, suor Gloria Cecilia non ha mai perso la sua fede in Dio: «Oggi - ha detto - lo ringrazio perché con la sua infinita misericordia si è preso cura di me e perché, grazie alla grande fede che avevo in Lui, ora sono libera e sono riuscita a uscire dalle mani dei miei rapitori». «Verso di loro - ha aggiunto - non serbo rancore, anzi, quando c’era un grande pericolo ho pregato il Magnificat e ho chiesto agli angeli custodi di proteggerci tutti, anche loro». (Imc) R MC * * Venezuela: vescovo missionario Il Santo Padre ha nominato vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Caracas padre Lisandro Alirio Rivas Durán, missionario della Consolata venezuelano. Il nuovo vescovo è nato il 17 luglio 1969 a Boconó, diocesi di Trujillo, si è formato nei centri dei missionari della Consolata ed è stato ordinato sacerdote nel 1995. È stato missionario in Kenya, ha lavorato nella formazione nei seminari filosofico in Venezuela e teologico in Colombia; successivamente è stato eletto superiore regionale del Venezuela e dal 2014 fino a oggi è stato rettore del pontificio Collegio missionario internazionale San Paolo Apostolo di Roma dove sacerdoti provenienti da varie parti del mondo si specializzano nelle università pontificie. Parlando della sua nuova missione, mons. Lisandro si è riferito ai cinquant’anni di presenza dei missionari della Consolata in Venezuela (1970-2020) e ha detto: «La cosa più importante che possiamo continuare a dare è quel sapore missionario che ci ha sempre contraddistinti. Papa Francesco nell’Evangelii gaudium ci ricorda che la gioia dell’evangelizzatore deve permeare tutta l’attività pastorale della Chiesa. Vorrei fare di questo episcopato un segno di quello che i missionari della Consolata hanno fatto in tutti questi anni in Venezuela. Una delle cose che come missionari dobbiamo fare è continuare a essere propositivi, senza imporre. Giuseppe Allamano diceva che non era importante la quantità ma la qualità e quindi, senza improvvisare, cerchiamo di costruire assieme progetti chiari con le persone con le quali lavoriamo: gli afrodiscendenti, gli indigeni, le persone che vivono nelle periferie delle città. Vorrei poter mostrare non a parole ma con fatti, anche in cose piccole e semplici, la grande opera della consolazione di Dio a favore degli ultimi e dei poveri, nella chiesa particolare di Caracas. Chiedo a tutti di accompagnarmi con la preghiera e chiedo la benedizione della Consolata perché quel che si fa è sempre opera sua». Imc Venezuela: mons. Lisandro Alirio Rivas Durán nuovo vescovo ausiliare di Caracas. * 9 marzo 2022 MC Colombia: suor Gloria Cecilia Narváez in conferenza stampa dopo la sua liberazione. * TERRA SANTA AUTOCTONI E RADICATI Un richiamo vibrante rivolto a tutti i cristiani palestinesi affinché resistano alle pressioni e tentazioni che li spingono a emigrare e riscoprano la bellezza di vivere nella terra dove è nato, morto e risorto Gesù, facendosi carico anche di tutte le sofferenze del proprio popolo per costruire insieme ai fratelli musulmani la patria palestinese. Sono queste le intenzioni che hanno animato la Conferenza inaugurale «di fondazione» dell’Assemblea delle associazioni cristiane in Palestina, svoltasi il 26 novembre scorso presso l’Università di Betlemme. L’incontro, convocato all’ombra dello slogan «Autoctoni e radicati in questa terra», ha rappresentato l’esordio ufficiale di una rete costituita da più di venti associazioni e organizzazioni di varia natura - sociali, culturali, economiche - animate da laici cristiani palestinesi. L’iniziativa può essere considerata anche come uno sviluppo concreto degli spunti e dei progetti offerti nel recente passato da «Kairos Palestina», gruppo di esponenti cristiani palestinesi di diverse confessioni costituitosi nel 2009 come strumento di riflessione e proposta politica intorno alla questione palestinese e alle prospettive di superamento dello stato di conflitto con Israele. Gli interventi dei vari relatori hanno sottolineato l’urgenza di creare nuove opportunità per incoraggiare i giovani cristiani palestinesi a rimanere nella loro patria e spendere le proprie energie anche nel lavoro sociale e politico volto a curare «tutto il dolore del popolo palestinese». (Fides)

Inchiesta 2/ Perché Haiti è il paese più disastrato del pianeta LA TRANSIZIONE PUÒ ATTENDERE HAITI MC A Jovenel Moise, una fazione del suo partito, il Phtk (Partito haitiano tèt kole), appoggiata dalle ambasciate occidentali (che insieme a Onu e Osa si riuniscono nel Core group), è riuscita a imporre il medico Ariel Henry come primo ministro de facto. Questi era stato designato dallo stesso Moise due giorni prima di morire. Henry ha poi trovato un accordo con alcuni partiti dell’opposizione, in quello che è passato sotto il nome di «accordo dell’11 settembre». Questa è l’alleanza attualmente al potere che si è data tre obiettivi principali: la riforma della Costituzione, la creazione di un nuovo Consiglio elettorale provvisorio (Cep) per Scaduto il parlamento (ad eccezione di 10 senatori, un terzo del senato, che da soli non possono legiferare), scadute le autorità locali, assassinato il presidente della repubblica (il 7 luglio scorso), ad Haiti il vuoto istituzionale sembra toccare i massimi livelli. Dopo la morte del presidente Dopo l’assassiniodel presidente, allaguidadel paese si è insediato ungovernode facto. È sostenuto dalla comunità internazionale e dal maggiore gruppo di potere. Lo fronteggia una larga coalizione alternativa. Ci sarà scontro o negoziato? di MARCO BELLO 10 marzo 2022 MC © Richard Pierrin / AFP

contadine, femministe, socio-professionali, e partiti politici. Il Cnt, il 30 gennaio, ha eletto un presidente e un primo ministro di transizione, nelle figure di Fritz Jean e Steven Benoit, non riconosciuti dalle altre fazioni. «Il Cnt si contrappone allo schema di chi ha il potere in questo momento. La questione è vedere come andranno i rapporti di forza, per poter realizzare una negoziazione tra le due parti. Per ora hanno avuto solo qualche incontro interlocutorio», ci confida un osservatore haitiano. Un’ulteriore novità è stata un’alleanza tra il gruppo del Montana e il Protocollo d’intesa nazionale (Protocole d’entante nationale, Pen), un gruppo di partiti politici appartenenti alla destra storica. Ne fa parte, ad esempio, l’ex senatore Yuri Latortue. Tale alleanza, o «consenso politico», suggellata l’11 gennaio scorso, ha suscitato anche qualche perplessità in diversi esponenti della sinistra e dei movimenti sociali. L’alleanza Montana-Pen, per risolvere il problema presidenziale, propone una presidenza collegiale, composta da cinque membri, alla quale fare partecipare anche un esponente dell’attuale gruppo al potere. Ci sarebbe poi un primo ministro e un gabinetto ministeriale, e questi organi guiderebbero una transizione di due anni che porterebbe alle elezioni generali. «Difficile che il governo di Phtk accetti questo cosiddetto “consenso politico”, se i rapporti di forza si mantengono quelli attuali». CHI TIRA I FILI «Il politico più influente del momento rimane l’ex presidente Michel Martelly, che punta a riconquistare la presidenza. Attualmente molti lo vedono dietro alle decisioni del governo di Henry, che di fatto lo rappresenta», continua il nostro interlocutore. Da notare la spaccatura in seno al partito Phtk, causata proprio dall’assassinio del presidente, che pare essere stato un affare interno. In opposizione alla fazione Martelly-Henry, si trova la moglie di Moise, Martine, che ha mostrato ambizioni politiche, e con lei tutto il settore che appoggiava il presidente assassinato, come l’ex primo ministro e influente uomo d’affari, Laurent Lamothe. Secondo un articolo del New York Times1 , che riporta un’intervista al businessman, ex trafficante di droga, Rodolphe Jaar, arrestato il 7 gennaio scorso in Repubblica Dominicana nell’ambito delle indagini sull’assassinio di Moise, il premier Henry era in costante contatto con alcuni dei principali indiziati del complotto, realizzare elezioni generali, e la messa in sicurezza del paese, in preda alle bande armate. L’accordo prevedeva un nuovo governo de facto, nel quale avrebbero potuto partecipare anche gli altri partiti firmatari. Esso è stato realizzato il 24 novembre scorso. De facto perché non può essere validato da un parlamento, e perché ha un primo ministro che governa da solo, non in collaborazione con il presidente della repubblica, come prevederebbe la Costituzione. LA VOCE DEI MOVIMENTI All’opposizione si trovano diversi schieramenti. L’accordo firmato il 30 agosto da diverse entità del mondo associativo, società civile e alcuni partiti politici (che si dichiarano a sinistra), noto come «accordo di Montana» (dal nome dell’hotel dove è stato siglato), è sicuramente quello più importante per numero e statura degli aderenti. Prevede una transizione più vicina alla Costituzione, con un esecutivo bicefalo. Non essendoci istituzioni repubblicane attive, i firmatari dell’accordo hanno previsto meccanismi consensuali per arrivare alla nomina di un presidente e un primo ministro. Hanno quindi formato il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), costituito da 40 membri tra i quali leader di organizzazioni Corruzione | Neocolonialismo | Sfruttamento | Transizione politica A MC A sinistra: «Lo stato finisca le violenze contro il popolo haitiano», manifestazione a Port-au-Prince, 29/10/21. Qui: segni del terremoto del 14 agosto scorso. Cimitero di Camp-Perrin (Les Cayes). Pagina successiva: murale con il ritratto del presidente ucciso, Jovenel Moise. * * * 11 marzo 2022 MC © Julien Masson / Hans Lucas / AFP

* HAITI prima e dopo gli eventi. Secondo certi analisti, Martelly stesso potrebbe essere stato attivo nell’assassinio. È però verosimile che le due fazioni, figlie dello stesso partito e della stessa cultura politica, all’ultimo momento, trovino un accordo per governare il paese. DOVE STA IL POPOLO «Quelli del Montana vorrebbero una “transizione di rottura”, che escluda i corrotti e gli attori del precedente potere, e coloro che hanno partecipato ai massacri di questi ultimi anni (ne sono stati compiuti diversi). Chiedono un processo partecipativo, che metta avanti le associazioni della società civile organizzata, e i partiti politici, in una dinamica democratica. Ma, per avere un peso nel negoziato, dovrebbero poter contare anche su una mobilitazione a livello popolare, cosa che non sembra tanto possibile per il momento, a causa del controllo da parte delle bande armate dei quartieri cittadini e delle principali vie di comunicazione. Gang che obbediscono ancora, almeno in parte, ad alcuni politici del campo opposto. Il peso che possono giocarsi oggi è di tipo morale, le associazioni hanno una certa rappresentatività, sono circa un migliaio, sono conosciute. Se riuscissero a 12 marzo 2022 MC Il presidente del Venezuela (1999-2013) Hugo Chávez voleva sviluppare accordi di cooperazione con i paesi limitrofi per aiutarne lo sviluppo. Da questa idea nacque l’accordo PetroCaribe, che permetteva ai paesi firmatari di beneficiare del petrolio venezuelano su una corsia preferenziale. L’accordo fu firmato nel 2005 da 12 paesi dei Caraibi. All’epoca Chávez non volle firmare con il presidente ad interim di Haiti Boniface Alexandre, in quanto non era stato democraticamente eletto (si trattava di un presidente di transizione, che aveva sostituito JeanBertrand Aristide fuggito in esilio nel 2004). Il giorno dopo l’insediamento di René Préval come presidente, nel maggio 2006, Chávez lo chiamò per proporgli l’accordo. L’ambasciatore Usa ad Haiti, però, fece pressioni affinché non accettasse, pur ammettendo in segreto (rivelano documenti Wikileaks) che l’operazione avrebbe portato un beneficio economico al paese. Dopo una serie di negoziazioni, l’accordo venne firmato nell’ottobre dello stesso anno, per diventare esecutivo a gennaio 2007. COSA PREVEDE L’accordo PetroCaribe prevede che il Venezuela fornisca petrolio ad Haiti a un costo pari al 30% di quello del mercato internazionale. Il restante 70% sarà restituito dallo stato haitiano dopo 25 anni, con un tasso di interesse dell’1%. Unico vincolo posto dal Venezuela: che i fondi derivanti dal 70% risparmiato sia impiegato dal governo in progetti di sviluppo, di infrastrutture e di investimento per il paese (strade, scuole, ospedali, ecc.). Il meccanismo prevede che lo stato acquisisca il petrolio e lo venda alle società private presenti sul territorio, che lo utilizzano per produrre elettricità. In questo modo verrebbero ricavati i fondi spendibili per le opere a favore degli Haitiani. Per rendere operativo l’accordo, il presidente Préval costituì il Bureau de monetisation de programmes d’aide au développement, Bmpad, (Ufficio di monetizzazione dei programmi di aiuto allo sviluppo) che sarebbe stato l’organo incaricato di gestire i fondi PetroCaribe. Nell’arco del 2007 i fondi accumulati (il 70%) risultarono essere 197,5 milioni di dollari. A inizio settembre 2008 l’isola fu colpita da quattro forti uragani, che causarono centinaia di morti e distruzione, in particolare nella città di Gonaives. Préval, insieme alla primo ministro Michèle Pierre-Louis, decise di impegnare i fondi PetroCaribe per la ricostruzione. CATTIVA GESTIONE? I governi che si sono succeduti e hanno impegnato i fondi accumulati da PetroCaribe sono stati i seguenti. René Préval con primo ministro Jean-Max Bellerive, tre decreti per un impegno totale di 450 milioni di dollari. Il presidente Michel Martelly, succesore di Préval (maggio 2011), con il primo ministro Gary Conille, firmò un decreto il 22 febbraio 2012 per lo sblocco di 220 milioni. Due giorni dopo il primo ministro si dimise. Sarebbe stato sostituito da Laurent Lamothe (imprenditore di una famiglia della ricca borghesia haitiana). Martelly e Lamothe spesero altri 900 milioni, oltre ai 220 precedenti. Il presidente Martelly, contestato dalla popolazione, cambiò primo ministro, nominando nel gennaio 2015 Evans Paul, uomo politico di lungo corso, già legato alla sinistra. Durante il periodo Martelly-Paul i fondi PetroCaribe impegnati furono 250 milioni di dollari. Infine, le elezioni per il successore di Martelly non andarono a buon fine, e venne nominato un presidente di transizione, Jocelerme Privert, che sarebbe stato in carica un anno (da febbraio 2016). Nomi e numeri/ Le tappe dello scandalo PetroCaribe Dove sono i soldi degli haitiani Da un’ottima idea di Hugo Chávez, quella di aiutare i paesi del Sud con le risorse del Sud, nasce una vicenda di corruzione di proporzioni gigantesche. Essa ci spiega, almeno in parte, perché al popolo di Haiti venga negata la dignità.

esprimere la loro forza con manifestazioni di piazza potrebbero portare le forze dominanti e la comunità internazionale ad ascoltarli, a pensare che occorre procedere in modo diverso». Malgrado tutto, i «Montana» hanno un certo ascolto. Ad esempio l’ambasciata statunitense e il dipartimento di stato li hanno già incontrati più volte per sapere cosa propongono. «Penso che la comunità internazionale vorrebbe che il gruppo di Montana integrasse il governo attuale. Brian Nichols, sottosegretario Usa agli affari emisferici, durante un incontro ha chiesto loro di negoziare seriamente con Henry», chiosa il nostro osservatore. Marco Bello 1 - Haitian prime minister had close links with murder suspect, New York Times, 10/01/2022. A MC 13 marzo 2022 MC Insieme al primo ministro Enex Jean-Charles, impegnarono 33 milioni del fondo PetroCaribe. Ad eccezione della prima tranche utilizzate per Gonaives, gli altri fondi diedero origine a progetti «bidone», pagamenti non tracciati, realizzazioni inesistenti. ALTRE PERDITE Ci sono altri fondi che mancano all’appello. Come detto, il petrolio venezuelano veniva venduto a compagnie private che producono energia (Sogener, ePower e altre). Queste vendono i chilowattora alla compagnia di stato Eléctricité d’Haiti (EdH). L’EdH, però non pagava i fornitori, per cui questi, a loro volta, non pagavano il petrolio fornito da Bmpad. Questo produsse una perdita secca nell’intero periodo (20082016) di altri 600 milioni di dollari. Infine, sul 30% da pagare subito alla fornitura al Venezuela, il paese di Chávez concesse una moratoria di due anni perché Haiti aveva forti problemi socio economici e di liquidità. Risultò che, di questa parte, solo l’85% venne pagato, mentre il 15% ancora rimane senza tracciamento: circa 200 milioni di dollari statunitensi. Facendo i conti, dei fondi non tracciabili o spesi in modo dubbio, si raggiunge il valore minimo di 2,653 miliardi di dollari, per il periodo 2008-2016. Va notato che questa cifra ha lo stesso ordine di grandezza del bilancio annuale del paese caraibico (intorno a 4 miliardi). La Corte superiore dei conti e dei contenziosi amministrativi (Cscca) di Haiti ha realizzato tre audit finanziari sull’utilizzo dei fondi PetroCaribe che hanno dato origine a tre rapporti: gennaio 2019, maggio 2019 e l’ultimo1, completo, agosto 2020, dai quali sono dedotte le cifre sopra citate. La Corte ha messo in evidenza come «i progetti di investimento e i contratti relativi ai fondi PetroCaribe non sono stati gestiti secondo i principi di efficienza ed economia». La Corte ha lamentato, inoltre, la cattiva cooperazione dei funzionari statali e la mancanza di giustificativi per milioni di dollari. IL POPOLO CHIEDE CONTO Ancora prima della pubblicazione del primo rapporto, nell’agosto 2018, una mobilitazione aveva preso piede sui social media, sotto l’hastag #PetrocaribeChallenge. La popolazione chiedeva alla classe politica di rendere conto su questi fondi2. Per assurdo (o cecità di chi governava), il 7 luglio l’esecutivo, spinto dal Fondo monetario internazionale, aveva previsto l’aumento del 50% del prezzo del carburante alla pompa. È stata la scintilla che ha scatenato due giorni di proteste e guerriglia urbana a Portau-Prince. Il primo rapporto della Cscca metteva in causa il presidente Jovenel Moise, all’epoca non ancora in carica, per essere al centro dello schema di appropriazione indebita dei fondi, attraverso alcune sue imprese (tra cui Agritrans). La contestazione popolare è divampata in piazza in modo massivo nel febbraio 2019, mettendo a rischio lo stesso presidente3. Tali disordini hanno portato al cosiddetto «payi lok» (paese bloccato, in creolo) negli ultimi mesi di quell’anno, durante i quali la popolazione ha fermato tutte le attività in molte città. Il fenomeno è andato scemando a inizio 2020 per diversi motivi, dall’arrivo del Covid-19 all’intervento delle gang che impedivano alla gente nei quartieri di uscire di casa e andare a manifestare. Resta un rapporto di oltre 1.000 pagine, un lavoro esemplare dei giudici della Corte superiore dei conti, che aspetta in un cassetto che i responsabili della gestione, politici al potere e alti funzionari, siano convocati in tribunale per rendere conto. Marco Bello 1. Audit spécifique de gestion du fonds PetroCaribe. Cour supérieure des comptes et du contentieux administratif. Rapport 3, 12/08/2020. 2. #PetrocaribeChallenge, la campagne qui mobilise les haitiens contre la corruption, France24, 15/02/2020. 3. PetroCaribe scandal: Haiti court accuses officials of mismanaging $2 bln in aid, France24, 18/08/2020. © Valerie Baeriswyl / AFP " C’è una spaccatura nel partito del presidente: il suo assassinio pare essere un affare interno.

* HAITI 14 MC © Reginald Louissant Jr./ AFP Ho conosciuto Jean-Yves Urfié nel 1995, a Portau-Prince. Mi avevano parlato di lui, fondatore e direttore dell’unico settimanale in lingua creola (la lingua ufficiale) del paese, Libète. Sacerdote della congregazione dello Spirito Santo, da sempre si occupava di comunicazioni sociali. Mi aveva accordato un’intervista. In seguito ho avuto la fortuna di lavorare con lui al suo giornale. Arrivato nel 1964 ad Haiti, ne era poi stato espulso da François Duvalier nel 1969. Aveva continuato a lavorare con la diaspora haitiana, prima a Brooklyn, New York, e poi in Guyana francese. Per poi tornare nel paese dei Caraibi a cui avrebbe dedicato la vita. Nel gennaio dell’anno scorso, gli ho fatto l’ultima intervista sulla situazione del paese. Questa volta per telefono, perché da qualche anno viveva in Francia. Neanche tre settimane dopo, il 9 febbraio 2021, il Covid se l’è portato via all’età di 83 anni. Jean-Yves stava ultimando il suo libro di memorie, una vita che racconta anche la storia di Haiti di oltre mezzo secolo. Riascoltando l’intervista, trovo una grande lucidità e visione. Ne riporto qui alcuni stralci che aiutano a comprendere l’attuale situazione haitiana. La presidenza di Jovenel Moise non rischia di trasformarsi in una dittatura? «È già una dittatura perché il presidente governa per decreto. […] L’opposizione ha cominciato a manifestare contro questo. [...] È soprattutto l’opposizione politica, ma incominciano ad aggiungersi dei movimenti nella società civile perché si rendono conto che alcuni decreti del presidente, sono contro la libertà. Ad esempio ha creato un’agenzia di servizi segreti i cui membri possono essere armati, e andare dalle persone senza mandato e rendono conto solo al presidente. Una modalità che assomiglia molto ai Macoute del passato. Anche i diplomatici stranieri hanno detto a Moise che è un decreto pericoloso. I diplomatici stranieri sono, però, molto ipocriti, perché informalmente criticano un decreto, ma non fanno nulla affinché non sia pubblicato. O meglio, quando vogliono intervenire, lo fanno. Quando non vogliono, dicono che rispettano l’indipendenza del paese. Soprattutto gli Stati Uniti e il cosiddetto Core group». Ma cosa sta succedendo al movimento popolare? «Il movimento popolare era più forte nel 2019: avevano bloccato il paese per diverse settimane (si riferisce al payi lok per protestare contro lo scandalo PetroCaribe, vedi box pag. 13, ndr). Ma il problema è che, nell’opposizione stessa, ci sono persone molto simili a Moise, quindi il popolo non ha fiducia in tutti i suoi leader. Inoltre, non riescono a mettersi d’accordo. Per essere efficace, occorre che il movimento sia generale, ma oggi i vari gruppi lottano gli uni contro gli altri. Ci sono quelli che sono più radicali e altri meno, quelli Testimoni/ L’ultima intervista a padre Jean-Yves Urfié «Bisogna che lascino in pace Haiti» «Finché [il governo di] Haiti è agli ordini di Washington, la situazione non può migliorare. È un sistema di sfruttamento allo stato puro».

A MC favorevoli al dialogo e altri no. Tra i radicali c’è gente come Yuri Latortue, che faceva parte degli squadroni della morte durante il colpo di stato (parla del golpe di Raoul Cédras, 1991-1994, ndr). È diventato molto ricco grazie a traffici strani. La gente non si fida». Cosa ne pensi del fatto che sia stato ripristinato l’esercito? «Questo è un altro pericolo, perché l’esercito è sempre stato contro il popolo, almeno dall’occupazione americana (gli Usa hanno occupato militarmente Haiti dal 1915 al 1934, ndr). Sono loro che hanno riformato le Forze armate d’Haiti durante l’occupazione e questo esercito lavora sempre per gli interessi americani. Nella Costituzione l’esercito esiste, ma aveva una reputazione talmente cattiva che, dopo colpo di stato (di Cédras, ndr), al suo ritorno, Aristide l’aveva eliminato (1994). Da allora tutto il settore macoute (la destra duvalierista, ndr) cerca di rimetterlo in piedi». Il fenomeno delle gang armate esiste da decenni, ma adesso sembra fuori controllo. Perché? «Ci sono gang dappertutto, e sono al servizio dei politici. Hanno un grosso arsenale: si parla di 500mila armi leggere che sono entrate nel paese. Latortue e altri politici le ordinano e le fanno arrivare nei porti. E si assiste a una moltiplicazione. È molto difficile disarmare questi gruppi. È come in Repubblica Centrafricana e altri paesi africani, dove i miliziani non rimettono le armi, neppure con i programmi di demilitarizzazione. Inoltre tra di loro ci sono poliziotti. A volte si apprende che poliziotti sono arrestati, perché erano coinvolti nei rapimenti. Rapiscono anche gente del popolo. Il loro modo di sopravvivere è utilizzare le armi per fare soldi. Il mezzo più rapido è il rapimento. Chiedono delle somme enormi: uno o due milioni di dollari. Quando non sono pagati, i rapiti vengono uccisi». Quali speranze ci sono affinché migliori la situazione sociale ad Haiti? «Il fondo del problema è un cambiamento di sistema. Non puoi migliorare la situazione ad Haiti cambiando un solo uomo. Fintanto che il sistema resta com’è, ovvero che Haiti è agli ordini di Washingon, non può funzionare. Siamo in pieno sistema capitalista selvaggio: nelle fabbriche le operaie prendono 5 dollari al giorno, un modello di sfruttamento che non può continuare. Questa è la base di tutto. Moise non fa che perpetuare un sistema di disuguaglianze. Finché sarà così, ci saranno le bidonville dove le persone languiscono, bevono acqua sporca, non hanno alcun confort, vivono sotto un tetto di lamiera con 40 gradi all’interno. Sono gli Stati Uniti che hanno le fabbriche al Parc industriel. L’interesse degli Usa per Haiti sono i bassi salari. Una seconda preoccupazione degli americani sono i boat people (migranti sui barconi, ndr) che hanno ripreso a partire. È come un termometro: quando le cose vanno veramente male, i boat people partono. Gli americani non vogliono i profughi ma vogliono tenere i salari bassi. È un sistema di sfruttamento allo stato puro: “Non siete contenti ma restate a casa vostra, non vi vogliamo da noi, ma voi lavorate per noi”». Con il presidente Joe Biden le cose potrebbero cambiare? «Non cambia con i presidenti Usa. Abbiamo avuto Obama e Carter, adesso abbiamo Biden. Anche se non è cattivo come Trump, però rappresenta un sistema pieno di disuguaglianze, che fa la fortuna di Wall Street, il vero simbolo di tutto questo». Marco Bello Nota Jean-Yves Urfié ebbe un ruolo importante nella resistenza al colpo di stato di Raoul Cédras (1991-1994), organizzato dalla Cia (Usa). In quel periodo pubblicò un romanzo contro la dittatura, uscito con lo pseudonimo Paul Anvers, che, se letto in creolo, suona come «pelle all’inverso», in quanto si riteneva haitiano bianco, quindi con la pelle rivoltata. Paul Anvers, Rizierès de sang, L’Harmattan, Paris, 1992. Ancora disponibile in formato elettronico sul sito dell’editore. Archivio MC • Prima puntata dell'inchiesta: Una vita in lockdown, Marco Bello, gen-feb 2022. • Armi, gang e un uomo al comando, Marco Bello, marzo 2021. Una serie di articoli su Haiti è reperibile sul sito. Nota • I vescovi di Haiti, il 3 febbraio scorso, hanno fatto un appello pubblico «affinché i protagonisti trovino un consenso il più largo possibile per uscire dalla crisi in modo definitivo, perché è necessario un compromesso storico». Sul sito il testo completo tradotto. Sopra: in una foto d’archivio, padre Jean-Yves Urfié (a sinistra) con l’articolista, al College St. Martial, Port-au-Prince (1997). A sinistra: distribuzione di viveri ai terremotati nei pressi di Les Cayes, 20/08/21. * * © Barbara Zuñiga marzo 2022 15 MC

Tre storie di lavoratrici domestiche SEMPRE PIÙ ESSENZIALI ITALIA MC A dava, che ogni mattina e ogni sera di tutti i giorni dell’anno presta la sua opera in una casa di provincia, dove prepara colazione, pranzo e cena, mette i bigodini alla sua titolare, sostiene il marito mentre si infila la camicia e, più in generale, aiuta la coppia a vivere una quotidianità che a un certo punto della vita diventa straordinariamente complicata. Mercedes, Corina e Violeta non si conoscono, probabilmente non si conosceranno mai, ma in comune hanno tanto. Sono Sono le 8 del mattino di uno dei primi giorni dell’anno e Mercedes Areola, 63 anni, di origine filippina, cammina veloce per andare al lavoro in una zona residenziale di Torino. Alla stessa ora, ma dall’altra parte della città, Corina Bautista, 50 anni, di origine peruviana, è già entrata in servizio e sta aiutando il suo datore di lavoro di 93 anni ad alzarsi, lavarsi e iniziare la giornata. A 30 km di distanza, la stessa cosa sta facendo Violeta Dobrea, 39 anni, di origine molSono quasi un milione le collaboratrici e i collaboratori domestici con contratto regolare, e altrettanti in nero. Dietro a questi numeri troviamo volti, storie, famiglie divise. Il settore è in continua espansione, nonostante la frenata dovuta alla pandemia. testo e foto di SIMONA CARNINO 16 marzo 2022 MC

La maggior parte delle lavoratrici domestiche impiegate in Italia proviene da Romania, Ucraina, Filippine e Moldavia. Il 73,4% delle badanti regolarmente contrattate è dell’Est Europa, così come il 47% delle colf. Ma nel settore delle collaboratrici domestiche è alta anche la componente di donne di origine filippina e dell’America Latina. Dietro ai numeri ci sono i volti di donne forti, spesso straniere, con alle spalle la necessità di aiutare la famiglia e nell’anima quell’energia di chi vuole essere indipendente. Nata e cresciuta a Ballesteros Cagayán nelle Filippine, Mercedes Areola si è ritrovata sposata a 16 anni e con 3 figli a 23 anni. Nel 1983 è partita lasciando i figli alla madre, per seguire il marito a Messina, dove vivevano i suoceri. Abbandonata dal coniuge nel giro di pochi mesi dall’arrivo, ha trovato impiego come assistente familiare convivente di una donna anziana. «Mi sentivo malissimo. Ero in un paese di cui non parlavo la lingua, sola e affaticata - racconta Mercedes -. Dopo circa un anno il lavoro si è concluso, allora ho preso un treno e sono arrivata a Firenze, dove la comunità filippina mi ha aiutata a trovare un lavoro come colf. Mandavo tutto quello che guadagnavo a mia madre, nelle Filippine, che si stava occupando dei miei tre figli. Ogni volta che spedivo i soldi mi mettevo a piangere. Sapevo che stavo facendo il meglio per i bambini, ma ero triste perché mi mancavano». FAMIGLIE SPACCATE Spesso le lavoratrici domestiche extracomunitarie migrano da sole verso l’Italia e successivamente, in caso riescano a ottenere un permesso di soggiorno, procedono con la richiesta di ricongiungimento familiare che permette ai figli di raggiungerle. Così è successo a Violeta Dobrea arrivata in Italia nel 2009 da Teșcureni in Moldavia, dopo un viaggio da sola, di quelli che si riescono a raccontare solo quando sono finiti. In Moldavia Violeta lavorava come muratrice in estate e come venditrice al mercato in inverno. Divorziata nel 2006 e con due figli ancora donne, sono di origine straniera e sono essenziali. Da anni in Italia, garantiscono il buon funzionamento delle case e delle famiglie per cui lavorano. LAVORO DOMESTICO Mercedes, colf da oltre 33 anni, Corina e Violeta, assistenti familiari, sono tre delle 920.722 lavoratrici e lavoratori domestici con regolare contratto di lavoro, secondo gli ultimi dati Inps aggiornati al 2020. A loro si aggiunge un sommerso di oltre un milione di collaboratori e collaboratrici in nero, che equivale al 57% dei circa 2 milioni di lavoratori domestici presenti in Italia, secondo quanto riportato dall’Osservatorio nazionale Domina sul lavoro domestico. Parlare del comparto domestico significa parlare prevalentemente al femminile, perché, sempre secondo l’Inps, l’87,6% dei lavoratori regolari che si occupano della cura della casa e delle persone anziane è donna. Il 68,8% è rappresentato da forza lavoro immigrata, nonostante un aumento di circa il 12,8% di lavoratori italiani, secondo il Dossier statistico immigrazione 2021 (di seguito utilizzeremo sempre il femminile, perché l’inchiesta si è occupata in specifico di donne, ndr). Qui: Corina, peruviana, mostra una vecchia foto della sua famiglia. A sinistra: Violeta, dalla Moldavia, nella cucina della casa in cui lavora. * * 17 marzo 2022 MC Badanti | Lavoro domestico | Migrazione | Assistenza A MC " Mandavo quello che guadagnavo a mia madre, che si occupava dei miei tre figli.

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