Missioni Consolata - Aprile 2023

Poste Italiane S.p.A. - Spediz. in abb. postale "Regime R.O.C." - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, NO/TORINO

infralibri VIVERE PER DONO Missione, pace, giovani Luca Bressan Marta Cartabia Luigi Ciotti Mario Delpini Daniele Mencarelli Serena Noceti Roberto Repole Matteo Zuppi

3 di GIGI ANATALONI direttore EDITORIALE ai lettori Probabilmente quando leggerete queste righe il dramma di Cutro sarà sparito da un po’ dalle prime pagine, magari sarà ridotto a mero strumento per colpi bassi tra i partiti di governo e le opposizioni. Purtroppo, tragedie come questa finiscono troppo in fretta nel tritacarne dell’assuefazione, e vengono sostituite dal gossip e dalle vanità di turno. Mi ha colpito un’insegnante che raccontava su Facebook come avesse chiesto ai suoi alunni delle medie del terremoto in Turchia e Siria e si fosse trovata davanti una scena muta. Quando invece aveva fatto il nome di due noti cantanti e influencer, si era trovata travolta da un fiume di particolari. Il suo racconto mi ha fatto pensare a quanto sperimento io stesso quando chiedo a dei ragazzi se hanno mai sentito parlare di Eswatini (troppo difficile) o dello Yemen. Per fortuna c’è sempre uno più sveglio che, magari con un piccolo aiutino, ti dà poi la risposta giusta. La stessa ignoranza mi pare di trovarla in certi politici che di fronte ai problemi delle migrazioni danno risposte prefabbricate e dogmatiche, usando a volte a sproposito le parole del papa. Per loro è tutta colpa dei trafficanti di persone e delle Ong che si fanno loro complici. Una visione semplificata e di comodo che non tiene conto della complessità del problema, e delle responsabilità del «nostro» sistema economico che causa squilibri ecologici, instabilità politica o dittature, sfruttamento del lavoro, razzia di materie prime, guerre intestine e tanto altro ancora. Come non comprendere chi decide di tentare un’alternativa rispetto a una vita impossibile e indegna, aggravata dalla crisi climatica, che pure colpisce pesantemente anche il nostro mondo, e dalla diffusione di nuove pandemie, come il Covid-19. Solo chi non vuole vedere, o chi sa di poterne trarre un tornaconto, riduce il problema delle migrazioni alla responsabilità dei trafficanti. Senza interventi radicali che promuovano la vita, il lavoro, la salute, la scuola e, anche, libertà e democrazia in tanti paesi impoveriti (e spesso i più ricchi di risorse naturali), la fuga dei disperati (o dei sognatori di una vita più dignitosa) continuerà a crescere. Mentre leggete queste righe stiamo celebrando la Pasqua, il tempo che segue quello nel quale, dal Getsemani al Calvario, si intrecciano morte e vita, indifferenza e violenza, fanatismi e paure, fughe e pianti, silenzi e gesti di grande generosità, disperazione e coraggio, delusioni e speranze. Dopo oltre un anno di guerra folle in Ucraina, dopo i tre anni di pandemia che, oltre a troppi morti, hanno lasciato segni profondi nella vita di tanti, soprattutto giovani, e amari strascichi da caccia alle streghe, dopo una siccità (sia qui da noi che in tante parti del mondo) che sembra inarrestabile e di cui non comprendiamo ancora appieno le conseguenze, la tentazione è quella di domandarci: «In questa situazione, come si può celebrare la Pasqua che è risurrezione, cioè vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della gioia sul pianto?». Mi ero fatto una domanda simile, tanti anni fa, a Maralal, in Kenya, quando, il Venerdì santo, avevamo concluso la Via crucis vivente lasciando (chi impersonava) Gesù inchiodato alla croce. In quel momento, quell’immagine rappresentava le sofferenze di persone e animali attanagliati in tutta la regione da un lungo e doloroso periodo di siccità e fame. La risposta, allora come oggi, è proprio la Pasqua: non una risoluzione magica di tutti i problemi, ma un cammino che porta dal buio alla luce, dalla morte alla vita. Un cammino da fare non da soli, ma con Lui, Gesù di Nazareth, per rinascere con Lui, per trovare in Lui la forza di vivere, lottare, amare, pagare di persona per un mondo nuovo, bello, fraterno e giusto. Allora, nella Pasqua, ha senso pregare ogni giorno per la pace, non per convincere Dio, spossato dalle nostre richieste, a risolvere i nostri problemi, quanto piuttosto per riscoprire la nostra vera dignità e vocazione, e ritrovare il coraggio di assumerci la nostra responsabilità nel costruire la pace a cominciare da lì dove siamo: casa, lavoro, scuola, tempo libero, impegno sociale e politico. Se davvero vivo la Pasqua, se davvero ascolto la Parola, non rimango seduto sul divano a guardare uno schermo nell’attesa di un miracolo, ma divento soggetto attivo di fraternità, costruttore di pace, operatore di giustizia. Giorno per giorno, passo dopo passo. Allora sì, anche in mezzo alla violenza degli uomini e all’incontrollabile potenza degli avvenimenti naturali, terremo viva la luce della speranza, non lasceremo spegnere la nostra piccola candela accesa al fuoco di Cristo, e avremo la forza di lottare tenacemente per un mondo dove tutti gli uomini possano danzare insieme la gioia della vera pace. Una Pasqua oscurata? M C APRILE 2023 | MC |

* * * * 08 CHIESA NEL MONDO a cura di Sergio Frassetto 32 CAMMINATORI DI SPERANZA /3 Tamar, una palma nel deserto di Angelo Fracchia 68 E LA CHIAMANO ECONOMIA Otto miliardi /1 di Francesco Gesualdi 71 COOPERANDO Malaria: meglio, ma non basta di Chiara Giovetti 81 LIBRARSI FILM Nonviolenza da Oscar di Giorgia Bettuzzi e Dario Cambiano In copertina: donna che cammina su una spiaggia delle Isole Cook, nel Pacifico. (foto di Wilfried Kecichwost / Image Source via AFP). https://www.rivistamissioniconsolata.it Gli articoli pubblicati sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente l’opinione dell’editore. - I dati personali forniti dagli abbonati sono usati solo per le finalità della rivista. Il responsabile del loro trattamento è l’amministratore, cui gli interessati possono rivolgersi per richiederne la verifica o la cancellazione (D. LGS. 196/2003). 4 | Aprile 2023 | anno 125 Il numero è stato chiuso in redazione il 13 marzo 2023 e consegnato alle poste di Torino entro il 31 marzo 2023. 03 AI LETTORI Una Pasqua oscurata? di Gigi Anataloni 05 NOI E VOI Lettori e Missionari in dialogo ITALIA: BENI CONFISCATI ALLE MAFIE LA RIVINCITA DELLA LEGALITÀ di Daniele Biella a cura di Luca Lorusso 10 PACIFICO Territorio di caccia di Lorenzo Lamperti 15 SIRIA/2 Terroristi passati e futuri di Angelo Calianno 22 PANAMA Zarco riposa sulla Luna di Diego Battistessa 27 NICARAGUA La triste fine del sogno sandinista di Paolo Moiola 51 MISSIONE REU /08 ITALIA Apre il Cam: «Culture e Missione» di Marco Bello 55 CONGO RD Chi ha orecchie per intendere di Fabrizio Floris 59 ITALIA Maschere e campanacci di Valentina Tamborra 64 TANZANIA Dove l’amore vince le paure di Thomas Song e Rosa Kang 75 ALLAMANO Tre parole magiche inserto a cura di S. Frassetto SOMMARIO * * * * * 15 27 35 ossier | MC | APRILE 2023 4

APRILE 2023 | MC | 5 a cura del DIRETTORE LETTORI E MISSIONARI IN DIALOGO NOI E VOI dopo, nel 1969, è stato inviato in Mozambico, dove nel luglio del 1982 è stato fatto prigioniero dai guerriglieri della Frelimo, dai quali è stato costretto a percorrere 1.200 chilometri a piedi attraverso la savana, con quattro suore e un altro confratello, e liberati solo dopo quattro mesi di prigionia. Tornato in Italia, la sua volontà sarebbe stata di ripartire al più presto per tornare a «casa sua», come chiamava la terra di missione. Dopo varie richieste, riuscì a ripartire per il Mozambico solo nel 1996, dove rimase per poco tempo a causa di un incidente stradale che provocò la sua morte, il 30 luglio 1998. Con il nostro scritto desideriamo ricordarlo a 25 anni dalla sua morte e far conoscere la dura realtà dei missionari che spendono tutta la loro vita per gli altri. Padre Alessandria è stato un missionario autentico, un lavoratore instancabile e generoso, sia in terra di missione, che in Italia e in Portogallo, con tutti quelli che lo hanno conosciuto e amato. Giovanni Tarabra, Giuseppe Capra e Agostino Borra Cherasco, 21/01/2023 NOMADELFIA È IN TANZANIA Egregio direttore, mi presento subito: sono Mina di Nomadelfia. Le riviste missionarie sono sempre state attraenti e interessanti ma, da un po’ di tempo, è più viva la mia curiosità di sapere di più della Tanzania sul cui territorio sta muovendo i primi passi Nomadelfia. Abbiamo letto con interesse la pagina di padre Bernardi sulla rivista di luglio 2022 in cui parla la presidente del Tanzania. Le notizie che ci riferiva fanno capire che c’è tanto bisogno di una presenza costruttiva di vita vera fraterna e lieta. Nomadelfia è a Mvimwa, nelle vicinanze del monastero benedettino. I rapporti con i benedettini di questo monastero sono iniziati nel MILLE E DUECENTO KM A PIEDI Gentile Redazione, siamo tre amici di Cherasco (Cn) che hanno scritto nel 2022 il libro «Padre Giuseppe Alessandria, 1.200 chilometri a piedi», di 156 pagine, corredato di fotografie. Padre Giuseppe è stato un missionario della Consolata che ha dedicato la sua vita alle missioni in Mozambico, a propagare la fede e a fornire aiuto, non solo spirituale, agli abitanti di quelle terre. Molti sono i motivi che ci hanno spinti a scrivere il libro, tra i quali uno molto importante e insolito: nella famiglia di padre Giuseppe ci sono state ben 16 vocazioni religiose: nove sacerdoti, sei suore e una terziaria francescana. Il testo contiene materiale che il nipote Giovanni aveva ricevuto da padre Giuseppe prima di partire per l’ultima volta per il Mozambico: due album fotografici e alcuni scritti, tra cui un diario giornaliero dei primi sei mesi di vita sacerdotale, del suo viaggio in Portogallo per imparare il portoghese e del viaggio che lo ha condotto a Maputo, capitale del Mozambico, dove è stato missionario per 13 anni, fino al drammatico racconto del sequestro. Padre Giuseppe è stato ordinato sacerdote nel 1964 e qualche anno 2016 con l’abate Denis Udomba in visita a Nomadelfia. Rimasto fortemente colpito dall’esperienza vissuta con noi, ha invitato i nomadelfi ad una collaborazione fattiva con i monaci per portare la proposta di una vita fraterna tra le famiglie legate al monastero. Spero tanto che, tramite la rivista Missioni Consolata, venga conosciuto questo piccolo popolo di volontari cattolici che papa Francesco ha definito «una realtà profetica» e che san Giovanni Paolo II ha dichiarato: «Un seme piccolo che deve crescere e diventare grande e forse formare la civiltà del mondo futuro. Se siamo vocati ad essere figli di Dio e tra noi fratelli, allora la regola che si chiama Nomadelfia (nomos + adelfos = legge di fraternità) è un preavviso, un preannuncio di questo mondo futuro dove siamo chiamati tutti» . Sempre nella stessa rivista del luglio 2022, il giornalista Marco Labbate parla, nell’articolo «Tu non uccidere», di don Milani, di don Primo Mazzolari, di Aldo Capitini, di La Pira, padre Ernesto Balducci, don Bosco ... mi aspettavo che parlasse anche di don Zeno (Saltini, fondatore di Nomadelfia, ndr) che con i figli ha buttato giù i muri del campo di concentramento di Fossoli (frazione di Carpi, Modena). Caro direttore, preghiamo che lo Spirito Santo ci illumini nel nostro apostolato. La Madonna ci sia vicina, ci insegni a muoverci con delicatezza e costanza. Gesù non può lasciarci soli, in fondo è lui che deve fare con noi. Grazie per le informazioni che ci date dei nostri fratelli vicini e lontani. Mina di Nomadelfia 23/12/2022 COMPLIMENTI Gentilissimi, mi è gradito trasmettervi questa breve nota. Nel numero 10, ottobre 2022 di Missioni Consolata: leggo la nota di un lettore (a pag. 7) sul decaduto interesse per la carta e per la rivista. Ne rimango allibito: MC è a

mio avviso una delle poche riviste che affronta seriamente temi molto attuali di varia natura con una visione di sintesi, ma anche etica e sovente, sulla base dell’esperienza diretta su territori poco vissuti da noi «benestanti del mondo», ne derivano articoli di rara qualità e reperibilità. Sono invece, diversamente da tale lettore, molto positivamente colpito dalla capacità degli autori di MC di affrontare temi anche tecnici, presumibilmente non facenti parte delle loro quotidianità (penso ad uno recente sui veicoli elettrici, ad idrogeno, ecc.), con una limpidezza ed intelligenza, oltre che cuore, assai ardui da trovare negli scritti e nelle persone «moderne». Un lettore che non apprezzi tutto ciò merita comprensione, possibilmente per altri stati di disagio che non quello di sfogliare una rivista stampata, il cui eventuale danno ambientale è veramente tutto da provare. Complimenti per il Vs. operato. Bruno dalla Chiara 22/02/2023 UNA LETTERA DAL PASSATO Carissimi, mi è tornata tra le mani questa lettera, inviata alla mia nonna, nel lontano 1931 dalla missione di Kaheti dalla vostra suora missionaria suor Luigia, con tanto di numero di protocollo n. 908. La suora ringraziava per un’offerta inviata dalla mia nonna Rossetti Grosso Maria e raccontava del battesimo effettuato a un uomo in punto di morte, con il nome di Luigi Francesco, che era quello del figlio ventunenne (mio padre), Dai racconti della famiglia, sapevo che mio padre, nel gennaio del 1931, era scampato dalla tragedia che aveva coinvolto gli Alpini in servizio militare nell’alta Valle di Susa, e precisamente nel Vallone di Rochemolles. C’erano stati una ventina di morti (esattamente 21, ndr) travolti dalla valanga e alcuni anche del mio paese (Cumiana). Penso quindi che mia nonna, devota della Madonna Consolata, abbia voluto ringraziare Maria per il ritorno sano e salvo del proprio figlio. È un ricordo che volevo condividere con Voi con tutta la stima per quanto continuate a fare in terra di missione. Con stima Eva Rossetti 23/01/2023 Ecco il testo di quella preziosa lettera nell’italiano del tempo. Pregiatissima Signora, capitò, ieri, qui un uomo sulla cinquantina, il quale giunto nel bel prato adiacente alla nostra Missione cadde a terra. Fu visto da alcuni pastori di greggi e venne avvicinato, ma non gli poterono recare alcun aiuto poiché non dava alcun segno di vita. Alcuni di questi fanciulli corsero ad avvertirci del caso e mi portai colà. Lo sollevarono, gli diedi a bere un po’ di cordiale e dopo poco parve riaversi, ma ricadde al suolo dicendo lasciatemi dormire. Dopo un quarto d’ora si destò e ci diede sue notizie. Egli tornava dalla vicina Regione del Meru ove s’era recato per comperare un bue, ma poi al ritorno fu assalito da certo malore che non sapeva definire accompagnato da vomiti di sangue nerastro. (I Neri dicono che egli sia stato avvelenato, poiché quei popoli sono avvelenatori astuti assai). Il bue, si sa, gli sfuggì e non poté rincorrerlo perché assalito appunto in quel momento da eccessivo vomito. Poveretto! Diceva questo e fu riappreso dal più grave eccesso di vomito sanguigno ed in meno di un quarto d’ora era ridotto in fin di vita. Visto il caso disperato lo disposi a ricevere la grande grazia del S. Battesimo. Accettò di gran cuore e quasi subito dopo spirava. Ora il nostro Luigi Francesco è già in cielo a pregare per lei. Gradisca i miei riconoscenti ossequi Dev. Suor Luigia, M. d. Consolata Kaheti 06/08/1931 Grazie per questa condivisione di vita di altri tempi. Il racconto di suor Luigia è di una vivezza speciale, e in me, che nei miei primi giorni di missione ho dovuto seppellire una adolescente che era stata avvelenata, suscita un’emozione profonda. DEVOZIONE AI PIEDI DI GESÙ Carissimo padre Gigi, ti mando questo materiale, caso mai riuscissi a fare un po’ di pubblicità. Avevo già provato a pubblicare un libro, ma era stato come vendere verdure in un negozio di fiori. Adesso ho trovato un editore. Per me è la prima volta che pubblico un libro. Pensa che ho venduto la bellezza di … 39 copie. Insomma, io ti butto tutto addosso ma tu fa come vuoi. L’importante è che Gesù faccia bella figura. Ciao e buona festa del Fondatore. Ecco qui una breve presentazione del libro che ho appena pubblicato. «Chi non conosce Maria Maddalena? La grande santa, la grande apostola, la grande convertita. Ma lo sapevate che è anche una grande maestra di vita spirituale? Con il cammino finora inesplorato della devozione ai piedi di Gesù, Maria di Magdala ci aiuta a crescere nella fede. Ogni volta che nei Vangeli incontriamo questa grande donna in relazione con i piedi di Gesù, entriamo in una scuola di vita e di spiritualità. Una scuola che, più che da una lunga riflessione, nasce | MC | APRILE 2023 6 noi e voi

dall’esperienza concreta e immediata dell’incontro tra l’umanità peccatrice e il Cristo Salvatore! Sulla rivista «Testimoni» di giugno 2022, a pagina 33, c’è un articolo di Elsa Antoniazzi. Riguarda una mostra d’arte a Forlì. L’autrice sottolinea come le rappresentazioni della Maddalena vanno dalla «Penitente» alla «sessualità redenta», alla sequela ma ancora con l’accento sul fascino della femminilità. Se questo fosse vero anche per la produzione letteraria, allora questo libro sulla «Devozione ai piedi di Gesù» potrebbe essere il primo caso in cui la Maddalena viene rappresentata come maestra di spiritualità, come discepola e apostola per sé, senza sottolineare altri elementi, che pur rilevanti, rischiano di adombrare il grande cammino ed esempio di fede di questa donna. Se qualcuno ci mostra la strada per arrivare a Dio, non importa il sesso, la nazionalità, l’età, lo stato sociale. Dio importa. E non sono molti quelli che ci hanno “dato” Dio come ha fatto la nostra Maria». padre Gian Paolo Lamberto Daejeon, Corea, 16/02/2023 QUI LA SITUAZIONE È DURA Carissimo padre, ieri, 2 marzo 2023, sono andata nel villaggio di Longetei, non molto distante da Baragoi, Kenya, dove vivo. Ho dato una mano a cucinare una specie di porridge per i bambini che vedi nella foto. Qui la situazione è molto dura e la siccità è grande, sono diverse stagioni che non piove. Questo ha anche aumentato le tensioni tra le diverse comunità, e le razzie e gli scontri armati sono cosa ordinaria. Più di una volta sono stata svegliata dagli spari nella notte. Che il Signore e la Consolata ci aiutino. Alishe E. Baragoi, Kenya, 02/03/2023 (sintesi di messaggi Whatsapp) APRILE 2023 | MC | 7 La nostra rivista esce solo grazie al tuo supporto. Per scelta non offriamo spazi pubblicitari a pagamento, ma l'informazione approfondita ha i suoi costi. Per questo sono vitali per noi le tue offerte, pur piccole. Da oggi puoi usare anche Satispay, inquadrando il QR code qui a lato, sia per sostenere questa rivista che per aiutare i nostri missionari sul campo. Rimangono attivi i soliti canali: CPP, bonifici bancari, PayPal (vedi pag. 83). Le offerte a MCOnlus, anche tramite Satispay, sono detraibili dalla dichiarazione dei redditi. Ricorda sempre di scrivere la causale della donazione. Grazie di cuore. Le nostre email: redazione@rivistamissioniconsolata.it / mcredazioneweb@gmail.com Gian Paolo Lamberto, La devozione ai piedi di Gesù, Effatà editrice, 2023. Libro disponibile sul sito della casa editrice (https://editrice.effata.it/).

ABU DHABI CASA ABRAMITICA È stata inaugurata ad Abu Dhabi la Casa della famiglia abramitica che racchiude, all’interno di un unico sito, una moschea, una chiesa e una sinagoga, edificate per vivere una accanto all’altra, nel rispetto reciproco delle differenze. Rappresentano una pietra miliare nel dialogo fra fedi negli Emirati arabi uniti (Eau), dove è ancora vivo il ricordo del passaggio di papa Francesco nel 2019. La Casa della famiglia abramitica costituisce, infatti, il primo frutto del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, sottoscritto da papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, proprio il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi con l’obiettivo di promuovere la coesistenza tra i popoli e combattere l’estremismo. La moschea è stata inaugurata venerdì 17 febbraio 2023, la sinagoga domenica 19, e la chiesa, dedicata a san Francesco, martedì 21. Situata sull’isola di Saadiyat, la Casa della famiglia abramitica è un luogo di apprendimento, di dialogo e di culto per i fedeli delle diverse religioni. La struttura è opera della creatività di David Adjaye Obe. È pensata per favorire la solidarietà e l’incontro, pur preservando la peculiarità di ciascuna delle tre fedi con la comune discendenza da Abramo. Ospita attività quotidiane e conferenze internazionali per promuovere la coesistenza culturale e religiosa all’interno delle diverse comunità. (AsiaNews) LIBANO FEDELI ALLA TERRA Un appello esplicito e risoluto diretto soprattutto ai giovani cristiani del Medio Oriente, affinché restino fedeli alla loro terra e si guardino dalla tentazione dell’emigrazione, che fa perdere la loro identità e sottrae a tutta l’area mediorientale una delle componenti essenziali e originarie del suo tessuto sociale. È questo il richiamo forte arrivato dal Comitato esecutivo del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente (Mecc), riunitosi il 28 e 29 novembre a Bkennaya presso il monastero di Notre-Dame du Puits. I lavori del comitato hanno concentrato l’attenzione proprio sull’esodo continuo di giovani cristiani dal Medio Oriente, fenomeno che in diversi paesi sta incidendo pesantemente sul profilo delle comunità cristiane locali e sull’età media dei battezzati che ne fanno parte. Alle giornate di riflessione comune, oltre ai rappresentanti di 21 Chiese mediorientali, ha preso parte anche un gruppo di giovani provenienti da vari paesi dell’area in qualità di rappresentanti di varie comunità e movimenti giovanili. Il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente ha lo scopo di facilitare la convergenza delle comunità cristiane mediorientali su temi di comune interesse e favorire il superamento di contrasti di matrice confessionale. Al Mecc aderiscono Chiese e comunità ecclesiali appartenenti a quattro «famiglie» diverse: cattolica, ortodossa, ortodossa orientale ed evangelica. (Fides) BRASILE CATECHISTI Il santuario di Aparecida ha accolto il più grande incontro di catechisti del Brasile. Organizzato da catechisti per i catechisti, l’evento aveva l’obiettivo di contribuire all’evangelizzazione. Iniziato il 3 febbraio con una cerimonia di apertura, è proseguito per tre giorni con un programma durante il quale i catechisti hanno potuto partecipare a diversi momenti di scambio di esperienze, laboratori, spazi di spiritualità, come l’adorazione eucaristica e la santa messa, oltre ad altre attività parallele. «Catechisti Brasile» è un mega raduno che ogni anno riunisce migliaia di catechisti e offre modelli avanzati di formazione e scambio affinché essi possano trovare ispirazione, motivazione e conoscenza per ampliare le loro competenze nel ministero della catechesi e nella loro missione: formare nuovi discepoli missionari di Gesù Cristo. (Gaudium Press) CONGO RD GENTE DI STRADA Le suore della Congregazione delle Ospedaliere, alla periferia della capitale, Kinshasa, accolgono nel centro Telema, alla lettera «Alzati», uomini e donne malati e per questo abbandonati dai loro stessi familiari. Li recuperano ogni giorno a cura di SERGIO FRASSETTO LA CHIESA NEL MONDO | MC | APRILE 2023 8 Abu Dhabi: veduta notturna della Casa della famiglia abramitica composta da una moschea, una sinagoga e una chiesa.

dai marciapiedi dove, soprattutto le ragazze, finiscono vittime di violenze. Il centro Telema è un palazzetto bianco con il tetto in legno, in mezzo all’erba incolta e ai detriti di nuove costruzioni. A qualsiasi ora del giorno e della notte, con un flusso continuo capace di arrivare anche a 125 persone al giorno, le suore accolgono e ricoverano nelle stanzette di nemmeno cinque metri quadrati «les gens de la rue», la gente di strada. Le vanno a raccogliere ogni sera insieme ad alcuni volontari laici sui marciapiedi perennemente affollati e impregnati di fumo della capitale congolese. Sono principalmente persone con malattie mentali, affette da depressione, autolesionismo, ritardi cognitivi, alcolismo, epilessia, disturbi oppositivi, e per questo accusate di essere possedutei e quindi emarginate dalle loro stesse famiglie. Le suore offrono loro accoglienza, igiene, cure mediche e psicologiche e insegnano a cucire, cucinare e curare l’orto: «Così tornano a vivere». (Vatican News) OCEANIA/ISOLE FIGI IMPARARE DAGLI INDIGENI Davanti a un’assemblea composta di persone dei diversi arcipelaghi e nazioni dell’Oceania, si è aperta, domenica 5 febbraio, con una messa celebrata nella cattedrale del Sacro Cuore di Suva, capitale delle Isole Figi, l’Assemblea della federazione delle quattro Conferenze episcopali cattoliche dell’Oceania (Fcbco), che comprende le Conferenze episcopali di Australia, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea e Isole Salomone e la Conferenza del Pacifico. L’evento aveva come tema «Salvare l’oceano per salvare la madre terra» ed è durato fino alla sera di venerdì 10 febbraio. L’assemblea, tra le sue finalità aveva quella di «promuovere i contributi al bene comune, valorizzando la ricchezza culturale dell’Oceania». Nel suo intervento di apertura, il cardinale Czerny, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, ha esortato a «imparare dai nostri fratelli e sorelle indigeni, i Maori, gli aborigeni australiani, i papuani e gli austronesiani, come si sono presi cura del creato attraverso i secoli. Il loro timore reverenziale per la misteriosa grandezza della creazione e la gratitudine per la fecondità della terra hanno permesso loro di condividere i frutti della terra senza depredare oceani e fiumi, montagne e foreste». (Fides) ECUADOR GIOVANI ALZATEVI La città di Puyo nell’Amazzonia ecuadoriana, fra il 10 e il 12 febbraio, ha ospitato il Festival della gioventù amazzonica. I giovani provenienti dai cinque vicariati amazzonici dell’Ecuador: Sucumbíos, Aguarico, Napo, Puyo e Méndez, si sono incontrati alla luce dello slogan «Giovani, alzatevi e, con Maria, evangelizzate l’Amazzonia», hanno vissuto un momento festivo e comunitario di incontro con Cristo per mezzo della formazione, la condivisione fraterna, la preghiera e la celebrazione dell’eucaristia. (Imc) Brasile: Yanomami Il 16 febbraio, festa del beato Giuseppe Allamano, i Missionari della Consolata che lavorano nel continente americano hanno diffuso un messaggio di solidarietà con il popolo yanomami rinnovando il loro impegno per la vita dei popoli indigeni dell’Amazzonia che si trovano ad affrontare gravi minacce alla loro sopravvivenza. «Negli ultimi anni la combinazione di incentivi sistematici per l'estrazione mineraria e la negligenza nell’ambito dell’assistenza sanitaria, hanno finito per minacciare la vita fisica e culturale del popolo yanomami. Questi fattori hanno generato, tra gli altri mali, una crescente violenza contro le comunità, la distruzione dell'ambiente, la contaminazione dei fiumi, l'aumento della malaria, della malnutrizione, della verminosi e delle malattie respiratorie. Siamo indignati per questa tragedia che è stata inflitta a un popolo che conosciamo da molto tempo, pieno di vitalità, bellezza e ricchezza spirituale, senso di festa e condivisione. Come fratelli e sorelle degli Yanomami, ribadiamo gli appelli della Chiesa in Amazzonia, del Consiglio indigenista missionario (Cimi), delle organizzazioni indigene e dei loro alleati, affinché le autorità governative competenti affrontino il problema alla radice con misure volte allo smantellamento dell’attività mineraria illegale, all'immediata espulsione dei garimpeiros dale terre indigene, alla protezione permanente del territorio, nonché all'indagine e alla punizione rigorosa dei responsabili dei crimini commessi contro il popolo yanomami. In spirito di comunione, esprimiamo anche il nostro sostegno e la nostra solidarietà alla Diocesi di Roraima e a quei Missionari della Consolata che da 75 anni accompagnano le popolazioni indigene del Roraima. La missione svolta con rispetto, dialogo e testimonianza profetica contribuisce alla difesa delle comunità, dei loro territori e delle loro culture, e alla cura integrale della Casa comune. (Imc) APRILE 2023 | MC | 9 Congo RD: suor Angela confeziona bambole da vendere per sostenere il Centro Telema. Brasile: arte yanomami. Rappresentazione degli sciamani che sorreggono il cielo.

Cannoni giapponesi e carri armati statunitensi mezzi sepolti dalla sabbia e dall’acqua cristallina del Pacifico. Le coste del piccolo arcipelago di Kiribati portano ancora i segni delle battaglie della Seconda guerra mondiale. Siamo all’estremità orientale della Micronesia, una delle tre aree, insieme a Melanesia e Polinesia, in cui sono raggruppati i paesi dell’Oceania. Luoghi spesso dimenticati e di cui si parla solo per le spiagge da sogno o per gli effetti nefasti del cambiamento climatico, qui più evidenti che altrove. Lontani Il Pacifico meridionale, con i suoi molteplici stati insulari, non solo è un paradiso terrestre che sta per scomparire a causa della crisi climatica, ma è sempre più teatro di contesa tra le superpotenze mondiali. Cina e Stati Uniti (con i suoi alleati) si sfidano con accordi economici e di sicurezza nell’area. dalle luci della ribalta, eppure sempre più nel cuore delle contrapposte strategie delle grandi potenze: il Pacifico meridionale sta diventando teatro della contesa geopolitica fra Stati Uniti e Cina. Non siamo solo nel cosiddetto «giardino» di casa dell’Australia, ma anche dinanzi alla porta d’accesso a quello che Washington e Tokyo amano chiamare Indo Pacifico, definizione che non piace a Pechino che preferisce anteporre «Asia» al nome dell’oceano più grande. Honolulu, sede della base del comando del Pacifico dell’esercito americano, dista «solo» duemila chilometri da Kiribati. Proprio questo arcipelago di 120mila abitanti è stato l’ultimo «acquisto» della campagna diplomatica messa in atto nell’area dalla Cina. Il gigante asiatico ha, infatti, aperto proprio qui la sua più recente ambasciata nella regione dopo la decisione del governo locale del premier Taneti Maamau di rompere i rapporti con Taiwan, che nelle vicinanze ha tradizionalmente un gruppo sostanzioso di «amici diplomatici». Era l’autunno del 2019. Poche settimane prima, avevano operato la stessa mossa anche le Isole Salomone, luogo chiave per capire la strategia della Repubblica popolare nel Pacifico | MC | APRILE 2023 10 di LORENZO LAMPERTI PACIFICO LE ISOLE DA SOGNO SONO ZONE D’INFLUENZA Territorio di caccia © Mark Schiefelbein / AFP

meridionale. Nel paese celebre per la battaglia di Guadalcanal, parte della mitologia bellica a stelle e strisce, Pechino ha messo rapidamente radici. Ha costruito una grande ambasciata, strade e stadi in vista dei Pacific games (olimpiadi locali, ndr) del prossimo novembre, appuntamento sfruttato dal premier Manasseh Sogavare per rinviare le elezioni previste quest’anno. L'avanzata cinese Come anche altrove, Pechino ha approfittato per anni della sostanziale assenza degli Stati Uniti, distratti da quanto accadeva in Medio Oriente o in Afghanistan. Nonché più interessati a questioni interne, con un protezionismo economico che si è, per qualche tempo, accompagnato a un’introversione strategica. Secondo i dati dell’australiano Lowy Institute, tra il 2006 e il 2017 la Cina ha speso quasi 1,5 miliardi di dollari in aiuti esteri, un misto di sovvenzioni e prestiti, per le isole del Pacifico. Negli ultimi anni di Covid-19 il flusso è rallentato, ma non verso Kiribati e Isole Salomone, «ricompensati» per la rottura dei rapporti con Taipei (capitale di Taiwan, ndr). Proprio con le Salomone, nel 2022 sono stati siglati due accordi bilaterali molto significativi. Il primo per la costruzione di 161 torri cellulari di Huawei, il gigante tecnologico di Shenzhen su cui Washington ha emesso una serie di restrizioni già a partire dal 2020. Il progetto delle torri è frutto di un prestito da oltre 70 milioni di dollari stanziato dalla China harbor engineering company, i cui uffici si trovano nello stesso edificio verde del ministero degli Affari esteri delle Salomone, a riprova di un rapporto a dir poco stretto. Le reti di telefonia mobile esistenti nelle Isole Salomone coprono almeno il 94% della popolazione, ma la copertura della banda larga mobile è minore al 30%. La Cina corteggiava da anni il governo locale sull’argomento. Nel 2018, l’Australia era intervenuta all’ultimo momento con un progetto alternativo pur di impedire a Huawei di posare un cavo di comunicazione sottomarino fino alla capitale Honiara. Con il progetto delle torri, invece, si è andati fino in fondo e sono in fase di costruzione. Così come nessuno ha fermato un accordo di sicurezza sottoscritto tra i due governi che consente a Pechino di inviare agenti di polizia o navi militari nel paese del Pacifico. Washington e Canberra (capitale australiana, ndr) temono che possa essere costruita una base dell’esercito cinese in una zona considerata strategica. Le due parti hanno negato, ma dopo aver visto per la prima volta la polizia cinese addestrarsi con gli ufficiali delle Isole Salomone, Sogavare ha dichiarato: «Mi sento più sicuro». Il suo scopo è quello di tutelarsi di fronte alle forti tensioni sociali e politiche che caratterizzano le Salomone. Nel dicembre del 2021, il governo locale della provincia di Malaita (l’isola più popolosa che si sente storicamente sottorappresentata dalle istituzioni centrali) ha ispirato rivolte di piazza contro il premier che hanno causato diverse violenze, prendendo di mira la Chinatown di Honiara. Dopo il Covid, d’altronde, Pechino ha diluito investimenti e prestiti, ma prova a proporsi come «garante di stabilità». Tendenza accentuata dalla guerra in Ucraina e in qualche modo favorita dalle piattaforme militari promosse dagli Stati Uniti nel Pacifico, a partire da Aukus, il trattato di sicurezza che riunisce Washington, Londra e Canberra per lo sviluppo (tra le altre cose) di sottomarini nucleari in dotazione alla marina australiana. La stabilità promessa da Pechino è innanzitutto economica, APRILE 2023 | MC | 11 Qui: la Gilbert island dell’arcipelago delle Kiribati. | A sinistra: il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi (20132022), stringe le mani al presidente delle isole Kiribati, Taneti Maamau alla cerimonia per la firma di un accordo a Pechino, il 6/01/2020. “ La Cina ha speso 1,5 miliardi di dollari in aiuti per le isole del Pacifico (2006-17). Geopolitica | alleanze | Cina | Usa Charly W. Karl /Flickr

Nuova Caledonia e Isole Marshall QUANDO TI LIBERI, RICORDATI DI ME La partita incrociata tra Usa e Cina sul Pacifico meridionale si gioca anche su situazioni politiche irrisolte, retaggio della guerra fredda o persino dell’era della colonizzazione occidentale. La Cina si muove con attenzione anche su quegli arcipelaghi che ancora non sono indipendenti ma che potrebbero in futuro diventarlo. Puntando così a rimpinguare la già folta pattuglia di paesi pronti a sostenere Pechino presso gli organismi internazionali, a oggi composta in particolare dai rappresentanti africani. Un esempio è la Nuova Caledonia, che fa ancora parte della Francia. I movimenti indipendentisti sono stati sconfitti tre volte nei referendum degli anni passati, ma non si sono ancora del tutto arresi. Essi hanno sovente una comunanza ideologica col Partito comunista cinese, con una particolare affinità creatasi presso le comunità indigene sin dai tempi in cui Mao Zedong promuoveva la Cina come guida del cosiddetto «terzo mondo». L’arcipelago delle Isole Marshall (paese indipendente, ndr), in Micronesia, è stato invece teatro di una spy story dai connotati particolarmente intriganti. Una coppia di cittadini cinesi è stata arrestata nel 2020 con l’accusa di aver complottato per creare un mini stato indipendente su un remoto atollo delle Marshall. Secondo la giustizia statunitense, i due avrebbero pagato tangenti a parlamentari e funzionari per far sì che le proposte di legge a sostegno della creazione di uno stato indipendente venissero discusse nel parlamento locale a due riprese, nel 2018 e nel 2020. Un argomento sul quale era stato trovato almeno in parte terreno fertile, anche a causa delle ferite mai del tutto rimarginate dovute a circa quattro decenni di amministrazione statunitense, conclusasi nel 1990, durante i quali furono condotti 66 test di armi nucleari, compreso il Castle Bravo, il test atomico più grande mai condotto dalle forze militari americane. Gli abitanti degli atolli limitrofi non furono evacuati, con conseguenze sulla salute dei cittadini esposti alle radiazioni. La sconfitta alle elezioni del 2020 della presidente uscente Heine, ferma oppositrice del progetto del mini stato, sembrava poter favorire l'idea dei due cittadini cinesi. Questi, legati in qualche modo a obiettivi di Pechino, quantomeno secondo la Heine, sono stati poi arrestati in Thailandia. Anche gli Stati Uniti, con altre modalità, utilizzano alcune divisioni interne ai paesi dell'area per fini strategici. Nelle Isole Salomone continuano per esempio a sovvenzionare il governo locale della provincia di Malaita, che durante la pandemia ha ricevuto anche aiuti sanitari da parte di Taiwan sfidando le disposizioni dell'esecutivo centrale filo cinese. Durante il recente summit tra Usa e Stati del Pacifico, la Casa bianca ha anche annunciato l’intenzione di riconoscere le Isole Cook e Niue come stati sovrani, dopo «appropriate consultazioni». Attualmente Washington riconosce le isole come territori autogestiti. Lor.Lam. | MC | APRILE 2023 12 PACIFICO “ Le Isole Marshall, in Micronesia, sono state teatro di una spy story. © Guo Lei /Xihhua via AFP

da attuarsi tramite investimenti e meccanismi di cooperazione commerciale, legati alla strategia della Nuova via della seta (Belt and road initiative), ma si parla anche di stabilità nel senso di sicurezza nazionale. Leggasi Global security initiative, il nuovo progetto multilaterale a guida cinese lanciato da Xi Jinping nel 2022. Dopo i due accordi su digitale e sicurezza, le Isole Salomone sono state ritratte dai media di stato cinesi come un modello di ciò che gli sforzi internazionali della Cina possono realizzare. L’influenza di Pechino arriva anche altrove. Una società cinese possiede, per esempio, la principale miniera d’oro delle Figi, così come uno dei loro principali siti estrattivi di bauxite. A Palau, uno dei paesi ancora fedeli a Taipei, la Cina ha inviato uomini d’affari che si stanno ritagliando un ruolo sempre più rilevante nella vita economica e politica. Due ex presidenti del piccolo paese, così come altri politici e funzionari, sarebbero vicini ad alcune di queste figure e potrebbero spingere in futuro il riconoscimento diplomatico della Repubblica popolare. La risposta americana Dopo anni di avanzata semi incontrastata della Rpc, negli ultimi tempi gli Stati Uniti sono tornati a occuparsi della regione, unendosi agli sforzi dell’Australia che, oltre per i cavi sottomarini, era intervenuta nel 2021 per bloccare l’acquisizione da parte cinese di Digicel, la principale azienda di telecomunicazioni delle isole del Pacifico. A fine settembre dello scorso anno, la Casa bianca ha organizzato il primo summit bilaterale con gli stati insulari della regione. Dopo aver ricordato il miliardo e mezzo di dollari già speso nel decennio passato, Washington ha presentato un pacchetto di 810 milioni volto soprattutto ad affrontare il cambiamento climatico, a rafforzare l’assistenza economica, la pesca, il commercio e gli investimenti, e a fornire altro sostegno tangibile alla regione. Il piano prevede anche ulteriori fondi per un programma globale di infrastrutture e investimenti per favorire la ripresa economica delle nazioni insulari colpite dalla pandemia, ad esempio nel campo del turismo. Se sulla spesa è difficile pareggiare la presenza cinese, gli Usa però hanno battuto qualche colpo anche a livello simbolico e diplomatico. Hanno annunciato la riapertura di una mini ambasciata a Honiara (Isole Salomone, chiusa dal 1993) e il ritorno dei corpi di pace tra Figi, Tonga, Samoa e Vanuatu. Ha nominato anche il primo ambasciatore statunitense al Forum delle isole del Pacifico, il massimo organismo politico regionale. L’accordo prodotto dal summit è stato firmato (in modo inatteso) anche dalle Salomone, dopo che dal testo finale erano stati stralciati tutti i riferimenti alla Cina. Ai paesi del Pacifico meridionale preme, infatti, evitare di finire invischiati in uno scontro tra superpotenze. La loro intenzione è quella di non dover scegliere da che parte stare, quantomeno fino a quando sarà concesso loro. E soprattutto di ricevere aiuto concreto sulle problematiche che hanno di fronte, a partire dallo sviluppo economico e dalla minaccia sempre più impellente del cambiamento climatico (con l’innalzamento del livello del mare che rischia di sommergere le isole, ndr). Ecco allora che Washington è riuscita a ottenere la firma di Honiara e degli altri governi concentrandosi su questioni come il clima, la crescita economica e i disastri naturali. APRILE 2023 | MC | 13 Qui: una mappa del Pacifico meridionale. Si notino al centro le Salomone, le Kiribati; a nord le Marshall e a sud la Nuova Caledonia, territorio francese. | A sinistra: Honiara, Isole Salomone. Il primo ministro Manasseh Sogavare (destra) accoglie l’allora ministro degli Esteri cinese Wang Yi (26/05/2022).

Gli interessi dei governi locali Dall’altra parte, dopo il caso delle Salomone, gli altri stati insulari sembrano aver capito che non conviene sottoscrivere troppo in fretta accordi legati alla sfera della sicurezza con la Cina. Dopo un primo dialogo a livello ministeriale tra Pechino e i capi dei dipartimenti di pubblica sicurezza di diversi paesi della regione, su forze dell'ordine e cooperazione di polizia, qualcosa si è fermato. A maggio, il tour senza precedenti dell’allora ministro degli Esteri cinese Wang Yi nel Pacifico meridionale ha portato a diversi accordi economici, ma non a un accordo regionale sulla sicurezza che il diplomatico di Pechino aveva sottoposto agli omologhi regionali. Solo Samoa ha dato il via libera alla costruzione di un laboratorio di impronte digitali della polizia, mentre a Tonga è arrivata luce verde per la fornitura di un laboratorio di polizia e di attrezzature per l’ispezione doganale. Ma l’accordo quadro non è stato sottoscritto. Anzi, c'è chi si è opposto apertamente. In particolare David Panuelo, presidente degli Stati federati di Micronesia (dotati peraltro di un accordo di sicurezza con gli Usa), che in una lettera ai colleghi aveva paventato il rischio di una sorveglianza di massa cinese nella regione e lo scatenamento di «una nuova era di guerra fredda nel migliore dei casi, e una guerra mondiale nel peggiore». A inizio 2023, le Figi non hanno rinnovato il memorandum of understading siglato nel 2011 che consentiva scambi di personale di polizia con la Cina. E lo hanno fatto con parole che saranno sembrate musica per le orecchie di Washington. «Il nostro sistema di democrazia e di giustizia è diverso, quindi ci rivolgeremo a chi ha sistemi simili ai nostri», ha affermato il premier Sitiveni Rabuka. Ciò non significa che diversi governi non siano invece tentati dalla proposta cinese. Tanto che i leader che non hanno sottoscritto l’accordo regionale di si14 curezza non hanno escluso di poterlo fare in futuro, adducendo come ragione del mancato via libera il poco tempo messo a disposizione per studiarne dettagli e implicazioni. Usa e Australia, nel frattempo, si premuniscono. Sulle Salomone sta andando in scena quasi una corsa al rifornimento di armi. Dopo che Canberra ha fornito fucili alle autorità locali, Pechino ha inviato cannoni ad acqua. E gli Stati Uniti preparano l’invio di circa cinquemila marines in più, rispetto a quelli già presenti sull’isola di Guam, territorio americano nel Pacifico e famosa base militare. Obiettivo ufficiale: proteggere le isole del Pacifico e le rotte marittime vitali. Nella speranza che in futuro le spiagge e i mari (sempre più alti) degli stati insulari non debbano accogliere nuovi resti di cannoni e carri armati. Lorenzo Lamperti PACIFICO Qui: Honiara, Isole Salomone. Cerimonia di apertura del cantiere per lo stadio dei Giochi del Pacifico del 2023, costruito con l’aiuto finanziario della Cina (5/5/2021). © Xihhua via AFP “ I paesi del Pacifico meridionale vogliono evitare di essere invischiati in uno scontro tra superpotenze.

Raqqa (Rojava). Sono passati cinque anni da quando la resistenza curda cacciava i terroristi dell’Isis fuori dalle città principali del Rojava, nel Nord Est della Siria. I combattenti dell’Ypg (Unità di protezione popolare) e dell’Ypj (Unità di protezione delle donne) riconquistavano le città di Raqqa, Kobane, Deir ezZor e Qamishle. Riprendevano possesso di territori diventati, nei quattro anni di occupazione dei militanti dello Stato islamico (Isis, o Daesh, acronimo arabo di «Stato islamico dell’Iraq e del Levante»), teatro di esecuzioni di massa, torture e distruzione. Sono passati cinque anni e, oggi, la domanda è: i terroristi dell’Isis sono stati davvero sconfitti o si stanno solo nascondendo in attesa di riorganizzarsi? Qui in Rojava, gli attentati sono diminuiti, ma non sono mai cessati del tutto. Un ulteriore intensificazione del terrorismo sta avvenendo proprio in questi mesi, complici una nuova serie di bombardamenti da parte della Turchia e le conseguenze del devastante terremoto di febbraio. Questi eventi hanno favorito la Siamo entrati in una prigione del Rojava per incontrare un ex terrorista dell’Isis. L’organizzazione islamista è in ritirata, ma non è morta. Se lo stato curdo dovesse cadere, potrebbe tornare a farsi minacciosa. fuga di diversi detenuti, riunitisi, in seguito, alle cellule terroristiche nascoste. Per comprendere meglio lo stato delle cose, ho chiesto alle autorità curde di poter intervistare uno dei detenuti. testo e foto di ANGELO CALIANNO SIRIA REPORTAGE DAL ROJAVA, LA SIRIA CURDA / 2 Terroristi passati e futuri Sotto: un’immagine di alcune vie di Raqqa; l’ultima battaglia è avvenuta nel 2017; nessuna delle case distrutte è mai stata ricostruita, mentre le abitazioni più precarie sono crollate in seguito al terremoto di febbraio. 15

Dopo diverse settimane di controlli delle mie credenziali, colloqui e incontri con le autorità, riesco ad avere il permesso di parlare con un prigioniero, un uomo che aveva militato nelle file dell’Isis fino al suo arresto, avvenuto nel 2017, e che, prima della sua radicalizzazione, aveva anche vissuto e studiato in Italia. L’ex terrorista sta scontando la sua pena nel carcere di al-Hasakah, il più grande del Rojava. Qui si trovano 3.500 detenuti di cui 700 minori, ragazzi soprannominati «i cuccioli del califfato». Le misure di sicurezza sono tantissime. Proprio qui, il 20 gennaio 2021, un gruppo armato attaccò il carcere causando un’evasione di massa. L’attacco si trasformò in una battaglia, durata nove giorni, che vide la morte di 140 persone, tra guardie del carcere e forze dell’ordine. Per questo costante stato di pericolo, vengo perquisito a fondo e scortato da alcuni militari. Dentro il carcere Ad accogliermi c’è Omar (nome di fantasia), uno dei responsabili della sicurezza. A lui, chiedo di parlarmi della situazione attuale: «In Rojava deteniamo la maggior parte dei terroristi del Daesh, arrestati durante le operazioni di questi anni, operazioni che ancora continuano in tutto il territorio. Ci sono sempre tentativi di fuga. Qui, ce ne sono stati almeno venti negli ultimi due anni. Come hai potuto vedere, i bombardamenti da parte della Turchia non favoriscono il nostro lavoro. Erdogan, e i capi dello Stato maggiore turco, per anni si sono scontrati con noi ma, capendo che il popolo curdo resiste e combatte, stanno tentando questa nuova tecnica: debilitare la sicurezza attorno alle strutture di detenzione, favorendo la fuga di potenziali terroristi che possono attaccarci dall’interno, mentre la Turchia prova a invaderci». Gli chiedo: anche le famiglie dei detenuti, quelle rinchiuse nei campi profughi, sono considerate alla stregua di terroristi?» «Le misure di sicurezza nei campi sono più leggere. All’interno di un territorio delimitato, quelle persone possono muoversi come vogliono, ricevono cibo e assistenza medica. Cerchiamo di trattare anche le famiglie dei terroristi con umanità ma, personalmente, credo che la maggior parte di loro siano terroristi. A parte la mia opinione, in questi campi troviamo continuamente, durante le perquisizioni, armi nascoste tra le tende. Purtroppo, la maggior parte delle SIRIA Qui e sotto: Adnan Bu Zedi, l’ex terrorista ritratto di schiena (su sua richiesta) e mentre mostra le mani con le manette; in carcere dal 2017, non sa ancora quando e se sarà liberato, né quanto potrà durare la sua pena. | A destra: lo stadio di calcio di Raqqa; è stato teatro dei momenti più drammatici durante l'occupazione dell’Isis; è qui che avvenivano molte delle esecuzioni pubbliche; gli spogliatoi per gli atleti sono stati trasformati in celle per la detenzione degli «infedeli». “ Nelle prigioni e nei campi il rischio è la radicalizzazione. | MC | APRILE 2023 16

terrorismo | Stato islamico | curdi radicalizzazioni oggi, avvengono proprio nelle prigioni e nei campi di detenzione, è un processo difficile da evitare. Possiamo dividere i criminali in base al grado di pericolosità, attuare misure di isolamento, ma parliamo di migliaia di persone, è un’impresa impossibile da raggiungere con le nostre risorse. Ora incontrerai uno dei prigionieri, io sarò dietro di te, armato, pronto a intervenire in qualsiasi caso. Potrai chiedergli quello che vuoi, tranne informazioni sulla prigione, domande a proposito dei suoi compagni o qualsiasi cosa possa rivelare la logistica del carcere. Inoltre, non potrai dire nulla su quello che accade al di fuori di qui, niente notizie sulla situazione politica o particolari sulle nostre misure di sicurezza». Incontro con Adnan, carcerato ed ex terrorista Due soldati accompagnano un uomo, incatenato mani e piedi, verso la stanza messa a disposizione per l’intervista. L’ex terrorista ha la testa coperta da un cappuccio nero, è visibilmente molto magro. Tolto il cappuccio, ci presentiamo. Pronuncia le sue prime frasi in un italiano quasi perfetto, ma preferisce continuare l’intervista in arabo. L’uomo dice di chiamarsi Adnan Bu Zedi, ha 39 anni ed è di nazionalità tunisina. Si trova in carcere dal 2017. Adnan è laureato in matematica. Dopo l’università, grazie a un programma interculturale, si è specializzato studiando a Roma e a Siena. Adnan ha vissuto in Italia quattro anni, dove ha anche lavorato, come commesso, per una famosa catena di negozi di abbigliamento. «Sono stati molto belli i miei anni in Italia. Quando sono arrivato ero sì, musulmano, ma non molto praticante. Nemmeno la mia famiglia è stata mai molto religiosa», mi racconta. La storia della radicalizzazione di Adnan comincia dal suo ritorno in Tunisia, nel 2011, durante le proteste della Primavera araba. «Sono tornato in Tunisia perché dovevamo fare qualcosa contro la corruzione e la povertà. La religione non aveva nulla a che fare con le mie azioni. Io volevo solo avere una vita normale, ma la situazione di quegli anni non ci permetteva di pensare al futuro, per questo erano cominciati gli scontri e le proteste. In quei giorni però, ho conosciuto dei ragazzi che mi hanno introdotto alla moschea e ai movimenti più radicali. È stato facile avvicinarmi alla religione. Stavo vivendo un momento personale molto brutto. La mia fidanzata mi aveva lasciato, ero senza lavoro, avevo litigato con la mia famiglia e, di conseguenza, ero sprofondato in una brutta depressione. Questo è stato il motivo per cui mi sono avvicinato alla moschea, ad Allah e ai miei compagni. Ho trovato conforto e una nuova famiglia: mi sentivo parte di qualcosa. Qualche tempo dopo, uno dei miei nuovi amici alla moschea, mi ha parlato della Siria. La guerra stava devastando il paese, c’era bisogno di riportare la parola di Allah in quelle terre e così, siamo partiti. Il nostro viaggio è stato interamente pagato da un benefattore (15mila dollari), leader del nostro movimento. Sono arrivato a Istanbul con regolare visto turistico. In seguito, illegalmente, con i miei compagni abbiamo passato il confine per arrivare in Siria. Lì è cominciata la nostra opera. Tutto questo è avvenuto prima dell’arrivo del Daesh. Il nostro gruppo non era violento, quello che facevamo era semplicemente predicare per strada, nelle moschee, e avvicinare i ragazzi più giovani all’Islam “giusto”. Quello è stato un bel periodo per me, economicamente stavo molto bene, tanto che mi sono riappacificato con la APRILE 2023 | MC | 17

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