Missioni Consolata - Gennaio/Febbraio 2017

© Archivio Zhang Li TESTIMONIANZA / ZHANG LI Rispettare la società, è rispettare i genitori DI G IANNI S CRAVAGLIERI Insegna lingua cinese alla Cattolica di Milano. Lavora come interprete e consulente per vari tribunali. Zhang Li racconta la sua decennale esperienza italiana. L a professoressa Zhang Li viene dalla città di Nanchino, vicino a Shanghai. È in Italia da circa dieci anni. Insegna lingua cinese all’Università Cattolica di Milano. E lavora come interprete e come consulente per i vari tribu- nali lombardi. «Ovviamente vengo chiamata quando ci sono cinesi coinvolti in problemi legali, a livelli più o meno gravi». La mentalità confuciana I cinesi quindi non sono tutti pacifici, onesti e dediti al lavoro. Possiamo dire così? «Voglio prima dire una cosa. Secondo la cultura ci- nese non è bello parlare male dei propri compae- sani, soprattutto con gli stranieri. Un fatto natu- rale, istintivo. Penso che anche per gli italiani sia la stessa cosa. Comunque alla tua domanda devo ri- spondere di sì. Certo che non tutti i cinesi sono buoni, ci sono anche i cinesi cattivi. I cinesi non sono speciali, sono uguali a tutti gli altri popoli. Poi devo anche dire che l’educazione e le situazioni eco- nomiche condizionano il comportamento. I cinesi pensano che l’educazione rende le persone più buone e più forti per affrontare le difficoltà della vita, anche le difficoltà economiche». Interessante. In che senso? «Per la filosofia cinese, che viene principalmente da Confucio, ogni persona non è sola, come un indivi- duo isolato, ma vive insieme alla società e ha i do- veri che ci sono quando si vive in una comunità. Quello più importante è il rispetto per i genitori, perché sono loro che ci hanno dato la vita. Allora quando uno non rispetta le regole, le tradizioni, le usanze oppure ha problemi con la giustizia è come se avesse mancato di rispetto ai propri genitori, perché li ha fatti vergognare, ha dato la possibilità alla comunità di dire che loro non sono stati bravi genitori. Invece comportarsi bene significa dimo- strare rispetto verso i genitori. Poi un’altra cosa che aiuta molto a non avere tanta delinquenza è il fatto che la società isola chi non rispetta le regole, quindi non è una scelta facile mettersi contro la so- cietà. Ovviamente anche in Cina non sempre que- sta mentalità confuciana funziona e così deve inter- venire la polizia e il giudice. Ma in generale i cinesi pensano che quando interviene la polizia e i giudici significa che la società ha fallito, perché non è ri- uscita a fare una prevenzione morale sulle per- sone». Casi di vita quotidiana Garantendo la privacy e senza dare particolari riferimenti, potresti descriverci qualche caso di cui ti sei occupata? «Sì, ma i casi che ho visto nel mio lavoro sono uguali ai casi che riguardano italiani o altri stra- nieri. Ad esempio un uomo cinese in Lombardia è stato condannato dal giudice, per spaccio di droga e reati connessi, a diversi anni di prigione. La storia in breve è così. Lui ha famiglia in Cina. A un certo punto decide di venire in Italia per cercare oppor- tunità e aprire un’attività commerciale. La moglie rimane in Cina e lavora in proprio come designer di arredamento di interni. Hanno dei figli e possiamo dire che sono brave persone. Però a un certo punto la moglie dice che vuole investire di più nel suo la- voro e fa pressione sul marito per guadagnare più soldi. Ma in Italia c’è la crisi e il lavoro è poco. Non è facile fare soldi. Allora a un certo punto lui arriva a pensare che vendere un po’ di droga è una buona CINESI D’ITALIA GENNAIO/FEBBRAIO2017 MC 47 D

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