Missioni Consolata - Gennaio/Febbraio 2017

anno, hanno frequentato le scuole e iniziato ad aiutare i genitori magari nella piccola impresa fa- miliare. Lin Jie: «Tutto era nuovo per me: il cibo, la casa, la scuola, le facce, il colore dei capelli e degli occhi. Mi divertivo quando le maestre cercavano di inse- gnarmi la “R”, facendomi vedere la lingua tre- mante per minuti. Tuttavia avevo nostalgia della Cina, degli amici, dei compagni di scuola, della nonna, dell’alzabandiera che si faceva ogni mat- tina, dell’inno nazionale che alle prime note impri- meva energia, della campagna vicino a casa». Famiglia e Cina, un legame che in questi ragazzini, seppur a volte attenuato, non si è mai spezzato. Qi Yan: «Abbiamo studiato nelle scuole italiane, abbiamo un sacco di amici italiani e ci sentiamo sempre in qualche modo legati alla Cina, un le- game che difficilmente si interrompe, un legame soprattutto rafforzato dalla nostra curiosità e dall’orgoglio dei nostri genitori nell’essere cinesi». Oggi, diventati grandi e assorbita anche la cultura italiana, in molti si ritrovano a dover rimettere in- sieme una identità multiforme, con l’intenzione e la difficoltà di tenere tutto insieme, quello che è Italia e quello che è Cina. Yu Ruijue: «In Cina vengo considerata troppo ita- liana, in Italia mi sento troppo cinese. Delle due metà in cui il mio “io” si divide, nessuna riesce a prevalere sull’altra. Inoltre, so bene che, se man- casse anche una sola delle due, perderei inevita- bilmente me stessa». Quelli delle seconde generazioni sono in genere giovani con un diploma e sempre più spesso una laurea in tasca. Chi di loro non è riuscito o non ha voluto fare il libero professionista o il dipendente in una multinazionale, resta a lavorare nelle im- prese di famiglia. Principalmente nel settore dei servizi: ristoranti, negozi di scarpe, di accessori, di vestiti, sartorie, lavanderie, tintorie, negozi ali- mentari, centri massaggi, bar, sale giochi, negozi di riparazione computer e cellulari. La crisi e l’ipotesi del ritorno Dopo la crisi del 2008 però fare affari nel nostro paese diventa sempre più difficile e anche per molti cinesi si affaccia alla mente l’ipotesi di tor- nare in Cina. Quelli della prima generazione, verso i sessant’anni d’età e con decenni di lavoro in Italia, potranno decidere di ritirarsi nel paese natale a passare la vecchiaia. Ma per le seconde generazioni di ventenni e trentenni, magari già con figli piccoli che frequentano le scuole italiane e con una mentalità e un modo di vivere, che negli anni si è per così dire «italianizzato», sarà molto più difficile farlo. Mary Pan: «Se ci pensiamo bene, non possiamo fare a meno dell’Italia. Perché ci ha dato la possibilità di crescere e migliorare, sebbene con molti sacrifici». Oggi, inoltre, per le seconde generazioni è dive- nuto complicato tornare o trasferirsi in Cina, pur volendolo, a causa del costo della vita e del dina- mismo sociale della terra d’origine. CINESI D’ITALIA GENNAIO/FEBBRAIO2017 MC 39 D

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