Missioni Consolata - Gennaio 2002

MISSIONI CONSOLATA 64 GENNAIO 2002 rivoluzionaria, cosciente e demo- cratica, un’amica. Maria Elena vive nei nostri cuori, Sendero Luminoso è morto. LA MORTE PER CHI RIMANE Don Rubio era un dirigente po- polare e viveva a lato della mia ca- sa. Un cancro lentamente l’ha por- tato via. Alla sua morte la gente si è riunita intorno alla salma e, chiac- chierando, ha ricordato passo pas- so la storia vissuta con lui. Le avventure, le lotte, gli sciope- ri, gli scherzi, le risate. Insomma la vita. Dopo una notte passata a veglia- re la salma, a bere e a mangiare, i suoi resti sono stati portati a spalla da una casa all’altra e tutti si sono fermati per un ricordo ufficiale al centro della piazza, dove spesso aveva arringato la folla. LA MORTE SULLA COSCIENZA Ero stanco quella sera. Bussò un signore e mi disse di un bambino che stava male. Gli diedi alcuni sug- gerimenti e mi feci dare l’indirizzo per visitarlo la mattina successiva. La mattina trovai la famiglia che vegliava il bimbo morto. Perché, perché, perché... non mi ero mosso quella sera come avevo fatto tante volte? Quante volte mi sono ripetuto la domanda! Non ho mai trovato una risposta che potes- se assopire la mia coscienza. LA MORTE CERCATA La libertà che ha l’uomo è im- mensa. La decisione più estrema è il suicidio. Ricordo che in gioventù avevo assistito ad una messa nella quale un curato di campagna aveva negato il cimitero cattolico ad un suicida. Per il nostro ordinamento il sui- cidio non è più un reato da tanti an- ni. Rimane reato, e mi pare giustis- simo, l’istigamento al suicidio. La nostra libertà è immensa e nes- suno può essere giudicato per l’uso della propria libertà, quando ciò non limiti o condizioni la libertà de- gli altri. LA MORTE VIOLENTA Morire per strada è esperienza che ha toccato i sentimenti di molti di noi. È la prima causa di morte fra i venti ed i trent’anni. È una morte che grida vendetta perché spesso causata da nostra leggerezza. In Perù è ancora più frequente; un paese povero è anche un paese nel quale le auto hanno le gomme li- sce, i freni possono non funzionare, i semafori sono scarsi, gli autobus sovraffollati e vedere morti per stra- da coperti di fogli di giornale è espe- rienza quotidiana. Non mi piace questa morte. LA MORTE IN OSPEDALE Nel territorio dell’ospedale che contribuisco a dirigere, muoiono circa 1.500 persone all’anno (quel- le che nascono sono meno). Di queste, più del 60%muoiono in ospedale, altre nelle case di ripo- so e un piccolo numero anche in ca- sa (forse il 20, massimo il 30%; tra l’altro, se si è ammalati terminali, è anche molto costoso morire in ca- sa). Noi non siamo più capaci di con- vivere con la morte. LA MORTE DOLCE L’eutanasia è un problema di noi ricchi, non dei paesi poveri. È facile morire in Perù, come è fa- cile nascere. Più difficile è vivere e, se si muore anziani e/o malati, lo si fa in silenzio e senza tante discus- sioni. Le terapie del dolore sono un lusso e morire negli ospedali è uno spreco. No, non sono d’accordo con l’eu- tanasia, pur conoscendo la soffe- renza. Non mi sento però di giudi- care chi decide autonomamente di fare propria l’estrema libertà di cui disponiamo. Però diverso è farne una professione. Noi medici lavoriamo per la vita e solo per questa dobbiamo spen- dere le nostre forze senza accanirci contro la morte che ci aspetta sem- pre e che è parte della vita stessa. LA MORTE MIA Un ragazzo con tubercolosi, che ero riuscito a ricoverare, è stato di- messo perché oramai doveva mori- re. È morto solo nella sua baracca. Vomitando sangue. Non conosco la morte in guerra . Me ne hanno parlato i miei nonni e spero di non raccontarla mai a mio figlio. Quando morirò, se i miei amici vorranno sedersi intorno a quello che resta di me e ricordarsi della vi- ta vissuta insieme e se lo faranno ri- dendo e bevendo un buon bicchie- re di vino, saranno i benvenuti. Se poi invece, per la fretta della nostra vita, non avranno il tempo di farlo, non ne serberò rancore. E ancora io dico pubblicamente: se servissero, prendete i miei orga- ni, le cornee ed i tessuti che possa- no aiutare a dare vita a qualche al- tra persona. La vita continua anche dopo la morte. Huariaca (Perú): il sacerdote saluta i parenti del defunto.

RkJQdWJsaXNoZXIy NTc1MjU=