Missioni Consolata - Maggio 2019

IRAQ 54 MC MAGGIO 2019 sul motivo per il quale sia stata così contesa. I terroristi del califfato sono arri- vati a Kirkuk e nella sua provincia nel 2014. La regione è stata stre- nuamente difesa dalle milizie curde dei peshmerga che l’hanno contesa all’Isis fino al 2017. Anche lo stato semiautonomo del Kurdi- stan avrebbe voluto, in qualche modo, annettersi i giacimenti di petrolio ai suoi territori. Nel 2017, le milizie sciite del governo ira- cheno però sono entrate in città con i carri armati a riprenderne il controllo. Si è sfiorato un altro conflitto in- terno tra curdi iracheni e iracheni, diversi civili sono stati feriti e tan- tissimi curdi, inclusi i peshmerga, hanno ripiegato verso la capitale Erbil, lasciando definitivamente Kirkuk nelle mani di Baghdad. A Kirkuk Arrivo nella zona di Kirkuk in auto con Ahmed Salah, un militante pe- shmerga che ha combattuto un po’ ovunque sul fronte anti Isis. Alcuni dei suoi zii e cugini sono morti pro- prio in questa zona, durante i primi scontri contro gli uomini dello Stato islamico. Per arrivare qui da Erbil abbiamo attraversato tre check-point, uno peshmerga e due delle forze di si- curezza irachene. «Da questi vil- laggi e queste campagne - mi rac- conta -, molta gente si è unita al Daesh. Vedi quella casa? Oggi è te- nuta sotto controllo 24 ore al giorno: uno dei ragazzi che ci abi- tava con la sua famiglia era un ter- rorista, oggi è in carcere. Ha molti fratelli e si teme che alcuni di loro possano far parte delle cellule dor- mienti». Pensi ci siano molte persone che segretamente ancora supportano l’Isis?, gli chiedo. «Io penso di sì, lo pensa anche l’intelligence, vedi quel ragazzo ad esempio?». Mi dice indicando un ragazzo ve- stito con abiti tradizionali, barba lunga e con visibili problemi di ri- tardo mentale. «Il Daesh arruolava molte persone con poca istruzione, gente che aveva problemi mentali o problemi economici. Li indottrinavano con la religione islamica. Io conosco quel ragazzo e la sua famiglia: non si sa- rebbe mai vestito così prima. È stato arruolato anche lui, poi per il suo chiaro stato psicologico è stato lasciato in pace e riaffidato alla fa- miglia che comunque è sotto con- trollo». Tu hai combattuto un po’ ovunque - dico al mio interlocutore -. C’è stato un episodio che più di altri ti ha segnato? «Ce ne sono stati tanti, uno dei più brutti è stato quando ho trovato mio cugino e mio zio uccisi qui vicino. Tuttora non ne sappiamo il motivo, ma du- rante l’invasione del Daesh si mo- riva per niente. Forse però l’imma- gine che non mi toglierò mai dalla mente è un’altra...». Ahmed Salah tira fuori il cellulare per farmi vedere alcune fotografie, ritraggono un pickup bianco con quattro cadaveri senza vestiti al suo interno: «Qui eravamo tra Mosul e Sinjar. Avevamo sca- vato delle trincee per ostaco- lare qualsiasi attacco po- tesse arrivare con i mezzi terrestri. Una mattina, all’alba, vediamo questo pickup venire a tutta ve- locità verso di noi. Non si vedeva nulla per la nebbia e il parabrezza era tutto sporco di terra e polvere». «Abbiamo aperto il fuoco contro il veicolo che poi si è infossato nella trincea. Quando abbiamo aperto le portiere del mezzo abbiamo tro- vato loro: erano quattro ragazzini nudi e legati. Sull’acceleratore era stata messa una pietra. Erano sicu- ramente stati rapiti, avevano su- bito abusi e poi erano stati lanciati contro di noi. Non siamo mai nem- Qui : Ahmed Salah, militante dei peshmerga. In alto : due ragazzi cristiani di Kirkuk; Mirza, yazida di Sinjar, da quattro anni vive con la famiglia in una tenda nel campo per rifugiati di Shari. #

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