Missioni Consolata - Aprile 2017

mente la cittadinanza birmana al gruppo musul- mano. Al termine Rohingya, il governo sostituì quello di bengalesi, ad indicare che questa popola- zione apparteneva ad un altro stato, il Bangladesh, il quale, a sua volta, non la riconosceva come pro- pria entità. Tre anni più tardi l’operazione «Naga Min» (Re Dragone), il cui scopo era quello di espel- lere gli immigrati illegali dal paese, costrinse tra i 200 e i 250 mila musulmani del Rakhine (su un to- tale che allora si aggirava attorno ai 700.000) a guadare il fiume Naf e trovare rifugio nel Bangla- desh. Le condizioni di vita nei campi in Bangladesh erano talmente dure che, prima che Arabia Sau- dita, India e Unhcr riuscissero ad organizzare un programma di rientro (due anni più tardi), 12.000 profughi erano morti d’inedia. Anno 1982: la legge di cittadinanza Il varo della legge di cittadinanza del 1982 («Myan- mar Citizenship Law»), in vigore ancora oggi, se- gnò un altro punto di svolta nella vicenda dei Ro- hingya. La nuova legge, sostituendo la «Union Citi- zenship Act» del 1948, restringeva ulteriormente i termini di cittadinanza dividendo la popolazione del paese in tre gruppi: cittadini a tutti gli effetti, cittadini associati e cittadini naturalizzati. Nel primo gruppo rientrano coloro che apparten- gono alle otto principali nazioni etniche (Kachin, Kayah, Karen, Chin, Birmani o Bamar, Mon, Ra- khine e Shan) e chiunque abbia avuto avi che risie- devano in Birmania prima del 1823 (anno dello scoppio della Prima guerra anglo-birmana) 5 . Al se- condo gruppo appartengono coloro che hanno otte- nuto la cittadinanza birmana nel 1948 sotto la «Union Citizenship Act» 6 . Infine, i cittadini natura- lizzati sono coloro che possono provare di risiedere in Myanmar da prima del 4 gennaio 1948, data del- l’indipendenza nazionale, ma che non avevano inol- trato richiesta di diventare cittadini associati sotto la «Union Citizenship Act» 7 . I Rohingya non appartengono ad alcuna di queste categorie e sono, quindi, considerati stranieri a tutti gli effetti. «Come è possibile provare di risiedere in Myanmar dal 1823?», chiede sarcasticamente Shukur Khan, un quarantenne di Buthidaung, il quale continua: «Prima del 1951 non c’era alcun obbligo di regi- strare la residenza e comunque molti documenti sono andati perduti, bruciati o eliminati, spesso in- tenzionalmente, visto che gli archivi sono gestiti da Rakhine e Bamar». Lo sfogo di Shukur e il risentimento contro i Ra- khine, con cui i Rohingya dividono in modo turbo- lento la coabitazione nello stato, mostrano chiara- mente la frattura e la sfiducia reciproca tra le due comunità. «È vero che abbiamo la carta di scrutinio di cittadi- nanza che ci permette di votare, ma dato che per il governo noi non esitiamo, non abbiamo alcun di- ritto, a differenza dei Rakhine e dei Kaman», la- menta Nur Kawim, madre di sei figli, di cui tre emi- grati in Arabia Saudita, dove esiste la più nume- rosa comunità Rohingya fuori dal Myanmar dopo quella del Bangladesh. La legge di cittadinanza del 1982 sconvolse la so- cietà musulmana birmana: la giunta militare, prima indifferente alla presenza della comunità ro- hingya, cominciò a guardare con attenzione le aree di confine e nel 1991 il «ministero del Progresso delle Aree di confine, delle Etnie nazionali e dello Sviluppo» (conosciuto come NaTaLa) avviò un in- tenso programma di trasferimento di buddhisti nelle zone abitate prevalentemente dagli islamici offrendo amnistie a prigionieri e nuove sistema- zioni abitative con terreni annessi ai senzatetto di Yangon e Mandalay. Nello stesso periodo vennero fondati i famigerati NaSaKa, le «guardie di fron- tiera» gestite dalle comunità rakhine in modo pres- soché autonomo rispetto al potere centrale e che comprendevano 1.200 membri fra polizia, servizi segreti e funzionari di dogana. L’illegalità dello status cui erano relegati i Rohingya li ingabbiava: da una parte le loro terre venivano confiscate, dall’altra il NaSaKa, abolito nel 2013 da Thein Sein, obbligava chiunque avesse più di 10 anni a lavorare gratuitamente almeno due giorni al mese per i servizi dello stato. In pochi mesi dal varo del programma di colonizza- zione interna 250.000 musulmani fuggirono di nuovo nel Bangladesh, mentre nel capoluogo Sittwe e in altre città del Rakhine, iniziarono a regi- strarsi i primi scontri tra le comunità buddhiste e islamiche. Il rientro di 200.000 rifugiati in Myanmar, effet- tuato a seguito di un accordo tra governo birmano e Unhcr, fu aspramente criticato da numerose or- ganizzazioni non governative. Secondo un sondag- gio di Médecins Sans Frontières (Msf), il 63% dei 60.000 Rohingya che, in un primo tempo, accettò di rientrare fu rimpatriato contro la propria volontà 8 . Entro il 1996 i campi profughi del Bangladesh ven- nero praticamente svuotati a forza e 200.000 esuli furono costretti a varcare di nuovo il confine e stan- ziarsi nel Rakhine. ROHINGYA A sinistra in alto : donna rohingya nel sovrappopo- lato campo profughi di Teknaf, in Bangladesh (5 dicembre 2016). Qui a fianco : altra imma- gine di un campo profu- ghi rohingya. APRILE2017 MC 41 D D

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