Missioni Consolata - Aprile 2017

le quattro del mattino e trascorreva ore a dialogare con l’Amico, come fanno gli amanti. Qui stava la sor- gente segreta della sua profezia visibile. L’Eucaristia della testimonianza La preghiera è un crogiolo che brucia le reste e lascia integro il frumento (cfr Lc 3,17) perché è un principio di trasformazione radicale. Se uno prega e non parla soltanto con se stesso, entra in intimità d’amore con il Signore e quando finisce di pregare non è più lo stesso perché passa dalla preghiera d’intimità alla vita di preghiera: egli prega vivendo, come prima viveva pregando; la vita diventa preghiera e la preghiera è vita, come dovrebbe essere in modo particolare il vi- vere l’Eucaristia. Quando termina la celebrazione dell’Eucaristia, di so- lito si pensa che sia finito tutto: «La Messa è finita. Andate in pace». Ma non è così, perché finisce solo l’aspetto rituale della celebrazione, che è premessa indispensabile per l’Eucaristia della testimonianza che inizia da quel momento in poi, varcando la soglia della chiesa per entrare nel tempio del mondo. Si entra nella dinamica della vita ordinaria che è l’altare su cui celebriamo la lode, il pane, il vino, la condivisione, la fraternità delle nostre scelte, azioni e parole. Finisce la Messa del rito e inizia l’Eucaristia della vita nella li- turgia della testimonianza che è il martirio quotidiano (cfr Sal 54/53,8; 116/115,17; Ger 17,26; Eb 13,15). San Bonaventura, biografo di San Francesco d’Assisi, diceva di lui, come abbiamo più volte accennato, che «non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso era trasformato in preghiera vivente - non tam orans quam oratio» per dire della sua orante te- stimonianza. Sul Silenzio, il suo valore e la sua necessità per la vita, suggeriamo: H.J.M. nouwen, Ho ascoltato il silenzio , Queriniana, Brescia 2012 15 ; F. Battiato, Il silenzio e l’a- scolto. Conversazioni con Panikkar, Jodorowsky, Mandel e Rocchi , a cura di Giuseppe Pollicelli, Castelvecchi-lit edi- zioni, Roma 2014. Su Francesco di Assisi, cfr Tommaso da Celano, Vita Seconda , lXi,95, in Fonti Francescane. Scritti e biografie di San Francesco d’Assisi. Cronache e altre te- stimonianze del primo secolo francescano. Scritti e bio- grafie di santa Chiara d’Assisi, Movimento Francescano, Assisi 1977, 630 n. 682. La preghiera non fa ripiegare mai su se stessi, non fa attorcigliare sull’io ma apre a prospettive nuove: in- vita ad andare sempre «oltre», ad altri villaggi, ad altri bisogni, ad altre incarnazioni, ad altri rischi di novità. Allarga l’orizzonte della vita ristretta per adeguarlo all’immensità della visione di Dio. Ecco per- ché bisogna imparare a pregare non per se stessi, ma per e con gli altri, per l’«ekklesìa» dentro la quale stanno anche i nostri bisogni e le nostre necessità, se è vero che Dio si prende cura degli uccelli e dei gigli del campo (cfr Mt 6,26-30). Se gli altri pregano per me, la loro preghiera è più grande e più forte perché sono in tanti (coralità ecclesiale) a pregare per me e perché è preghiera disinteressata e gratuita. Di que- sto metodo parleremo più avanti. Imparare a pregare significa imparare a essere sem- plicemente se stessi nella consapevolezza di essere fi- gli amati e stimati di Dio. Nel vangelo di Marco, pre- gare è lasciarsi scegliere da Gesù per tre obiettivi: «Stare con lui», «essere mandati a predicare» e «avere il potere di scacciare i demòni» (cfr Mc 3,13- 15). • Stare con lui significa avere consuetudine di fre- quentazione diuturna e di vita. • Essere mandati esprime la coscienza della respon- sabilità della credibilità di Dio nel mondo. • Scacciare demòni vuol dire condividere con gli uo- mini e le donne di buona volontà le lotte della vita contro la fame, la sete e la povertà, la disoccupazione, la mancanza di casa e di dignità, che costringono la maggioranza dell’umanità a vivere prigioniera della febbre dell’ingiustizia, schiava di un sistema econo- mico e umano che si nutre delle differenze e delle di- sparità e beve il sangue dei deboli crocifiggendoli sull’altare delle migrazioni. Pregare è imparare a essere il «sacramento» della Shekinàh /Dimora/Presenza di Dio nel mondo per co- minciare a costruire il regno della libertà secondo il Vangelo che è il cuore di Cristo. L’Eucaristia è la pre- ghiera corale di tutta la Chiesa che misticamente, cioè realmente, ci rende partecipi a tutte le Eucaristie che si celebrano nel mondo, di cui ciascuno di noi è un frammento, un segno, una speranza, una promessa proiettate sul futuro. Ogni comunità eucaristica è la «Chiesa universale», rappresentata «sacramental- mente» che c’impedisce di chiuderci in noi, obbligan- doci ad aprirci all’universo perché l’orizzonte dell’Eu- caristia o è universale o semplicemente non è. Pierre Teilhard de Chardin, il gesuita teologo e pa- leoantropologo, perseguitato dal Sant’Uffizio e poi parzialmente riabilitato, parlava di «Cristo Cosmico» e la sua «Messa sul mondo» era la visione di Cristo ri- sorto, contemplata dalla prospettiva dell’evoluzione universale (Pierre Teilhard de Chardin, Inno dell’uni- verso-La messa sul mondo-Il Cristo nella materia- La potenza spirituale della materia-Pensieri scelti , Queriniana, Brescia 2011). L’Eucaristia non può soddisfare un precetto individuale MC R APRILE2017 MC 33

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