Missioni Consolata - Dicembre 2013

38 MC DICEMBRE 2013 OSSIER come impostazione abituale generale. La giustizia re- tributiva ha come strumento l’eliminazione, l’espul- sione, l’allontanamento, l’abbandono della persona che ha commesso il male. C’è in essa l’indisponibilità al recupero di una relazione, se non in modo oneroso. Invece la caratteristica della giustizia riparativa sta nel ritenere che al male commesso da una persona si rimedia attraverso il recupero della persona alla col- lettività. È un’impostazione inclusiva che si basa sul riconoscimento dell’altro. Solo riconoscendo l’altro, il reo può comprendere la sofferenza causata dalla sua azione, e quindi astenersi dal commettere altre azioni che procurino sofferenza». LA VITTIMA ABBANDONATA A sentirlo parlare sembra che Colombo sia arrivato a sposare l’idea della giustizia riparativa non a partire dai ragionamenti, ma dall’osservazione della realtà carceraria e dei dati che la riguardano: «Sappiamo che in Italia il 68% delle persone che escono dal car- cere commettono nuovi reati: c’è da chiedersi per- ché. Se fosse vero che il carcere serve a prevenire la commissione di reati il tasso di recidiva sarebbe molto più basso». In più il carcere non aiuta le vit- time a superare il trauma, e a ricostruire la propria dignità violata dal reato, istigando, anzi, un istinto basso (e distruttivo per la vittima stessa) come la Èpuramente illusorio che il carcere abbia il potere di riparare la vittima. La vittima non è aiutata a superare il trauma subito dall’aggressione alla sua dignità, non è assistita nel recuperare l’integrità perduta. IL PIANO PRATICO. L’INUTILITÀ DEL SISTEMA. Testo tratto e adattato dai cap. 10 e 11 di G. Colombo, Il perdono Responsabile , in cui l’autore elenca alcuni luoghi comuni da sfatare . 1- I detenuti fanno una bella vita. I detenuti (64.758 al 30 settembre 2013, stipati in car- ceri con capienza di 47.615 posti, ndr .) vivono 22 ore al giorno in celle piccole e sovraffollate, insieme a persone non scelte, a volte arro- ganti, problematiche, voilente. Solo il 13% di loro lavora. Il tempo non passa mai. Possono avere sei colloqui al mese, di un’ora ciascuno, coi famigliari, sotto gli occhi delle guardie, senza intimità alcuna. I colloqui con persone non famigliari sono rare eccezioni. Le condi- zioni disumane del carcere sono confermate dal numero annuale di suicidi: uno su mille (0,1%, mentre tra le persone libere è 1 su 200mila, lo 0,0005%), di tentati suicidi: uno su cento (1%), di atti di autolesionismo: uno su dieci (10%). 2- La certezza della pena: «Chi ha com- messo un omicidio, dopo due giorni è fuori». Non bisogna fare confusione tra la custodia preventiva e la detenzione dopo la condanna. Prima della condanna non si può essere incar- cerati senza motivi validi, senza comprovata pericolosità. Quando la condanna è definitiva, la pena si sconta secondo regole prestabilite: quindi è «certa». Le pene alternative sono concesse (dove le risorse lo consentono) solo a persone non pericolose e disposte alla ri- educazione. Gli errori sono rari, tanto che fanno quasi sempre notizia. Non è frequente che torni a delinquere chi ha usufruito delle mi- sure alternative al carcere: la recidiva di questi è del 20% contro il 68% di recidiva delle per- sone che hanno scontato la pena in cella. A giugno 2011: dei 67.394 detenuti, solo 17.582 usufruivano di misure alternative. La pena è certa, ma la certezza non serve ad aumentare la sicurezza dei cittadini perché in carcere si è spesso «dis-educati» a una vita sociale sana. 3- La pena è utile come deterrente. Se si vede che alla violazione segue la pena, per paura della sofferenza della punizione, ci si astiene dal violare la legge. Deterrenza e in- timidazione sono inadeguate a stimolare il ri- spetto della dignità propria e altrui, e quindi delle regole. Incutere paura insegna a obbe- dire (ostacolando il discernimento e la libertà). L’obbedienza obbliga ma non convince, e se una regola è rispettata per obbligo, il suo ri- spetto viene meno appena manca il controllo. Quasi tutti rispettiamo le regole perché le con- “ ” © L Lorusso 2012

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