Missioni Consolata - Dicembre 2010

campo a rattoppare i casi più di- sperati, salvo doverne poi por- tare alcuni all’ospedale perché l’emorragia non si poteva fer- mare. Anni dopo, incontrando alcuni di quei giovani, ringraziavano an- cora ricordando che se non fosse stato per la suora e la missione probabilmente sarebbero morti dissanguati! Ma chi è suor Corona? DA BIRICHINA A SUORA Ricordando la sua gioventù sr. Corona non riesce ancora oggi a capacitarsi di come sia potuta di- ventare una missionaria. Carat- tere impetuoso e vivace, amante dello sport e della buona compa- gnia, non particolarmente de- vota, la giovane Corona non aveva niente che potesse far supporre una inclinazione alla vita religiosa, visto che non aveva MISSIONE 58 MC DICEMBRE 2010 certo il «collo storto» popolar- mente associato con la vita da suora. Ma la lettura di una rivista missionaria che una paesana aveva portato di ritorno da Torino doveva cominciare a seminare dei dubbi nella sua sicurezza. «Ero una birichina - mi ha rac- contato durante una lunga chiacchierata in quel di Gitoro, nel Meru, dove oggi fa la «pen- sionata» -, ma le storie di quelle suore in Etiopia che avevano sof- ferto tanto durante la guerra, mi erano rimaste dentro. Cominciai a pensare che forse anch’io sarei potuta essere una missionaria. Lo dissi in giro, chiedendo pa- reri. Nessuno ci credeva e si prendevano gioco di me. Andai allora a piedi al santuario della Madonna di Pinè (poco più di 20 km dal mio paese), e là mi de- cisi. Era il 1937. Nel 1938 feci la vestizione come suora della Consolata e nel 1940 emisi i primi voti religiosi». DESTINAZIONE KENYA Diventata infermiera professio- nale e ostetrica, andò in Inghil- terra per avere i titoli necessari ad essere la caposala di un ospedale keniano. Da là nel 1954 fu mandata nel Meru, all’ospe- dale di Nkubu che, appena aperto, non era ancora ricono- sciuto dal governo. La struttura di Maralal. La suora, con il per- sonale del dispensario, fu pre- sente al maggior numero possi- bile di cerimonie di iniziazione per cercare di contenere gli eventuali danni fatti dai circonci- sori, e soprattutto impedire lo spandersi dell’Aids. Una mattina di giugno del 1991 la portai in una grande lorora (villaggio della circoncisione) a dieci km da Maralal, dove oltre 120 gio- vani dovevano essere circoncisi, senza contare le ragazze/sorelle. Avevamo in macchina diversi litri di disinfettante puro, antidolori- fici, antibiotici, emostatici, garze e tutto quello che era necessario al caso. Sr. Corona seguì perso- nalmente l’operazione su oltre sessanta giovani, avendo cura di disinfettare il coltello del circon- cisore prima e dopo, assicuran- dosi che tutto fosse fatto corret- tamente mentre io facevo luce con una grossa pila. Si cominciò alle prime luce dell’alba ed erano già oltre le 8,30 quando fi- nimmo di controllare tutti i gio- vani, alcuni ancora giovanissimi di circa dieci anni. Stavamo sor- bendo il tè e gustando un meri- tato riposo presso la capanna di una cristiana, quando all’improv- viso un grido: « Sista (kiswahili da sister , sorella-suora-infer- miera) corri, c’è un giovane che perde sangue, un altro è là, an- che qui, vieni anche da noi…». Borsa del pronto soccorso alla mano lei, bidoncino del disinfet- tante io, per un bel po’ trotterel- lammo su è giù per il vasto # A sinistra: Sr. Corona durante una clinica per donne il località Lporrò nel distretto Samburu, nel 1990. # Sotto: in una riunione di mentalizzazione con le donne dello slum a Meru.

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