Missioni Consolata - Ottobre 2015

OTTOBRE 2015 MC 39 A sinistra : padre Corrado Dalmonego con due giovani yano- mami. Pagina precedente : un gruppo di Yanomami in attesa di en- trare nella maloca per iniziare un rituale di festeggiamento. lasciate dai vari gruppi di bianchi che risalivano i fiumi addentrandosi nel territorio da loro abitato. Secondo: questo trovarsi - seppure segnato da con- cezioni molto diverse - ha richiesto e messo in luce una disponibilità all’incontro. La descrizione che padre Silvestri fa delle sue visite agli Yanomami del fiume Apiaú, all’inizio degli anni Cinquanta 3 , dimo- strano che - nonostante l’iniziale timore reciproco e la difficoltà di comunicazione - il missionario era accolto e i sospetti lasciavano presto spazio a gesti di amicizia. Gesti come il saluto con pacche sul petto, che inizialmente aveva intimorito il missiona- rio; la complicità in uno scherzo, originato da un apparentemente minaccioso arco teso; la condivi- sione di alimenti o dell’amaca, quando un indigeno non pensa due volte - in una notte di pioggia - a infi- larsi nell’amaca occupata dal religioso, che stende la coperta per proteggere dal freddo della notte il suo inatteso ospite. Dodici anni dopo, nel 1965, sul fiume Catrimani, anche padre Calleri si metteva in marcia, per visitare i villaggi yanomami più lontani, ricevendo la stessa accoglienza: un cammino aperto nella foresta, una guida sicura, una comu- nità che riceve lo straniero. Terzo: l’incontro lasciava un senso di estraneità. L’altro, diverso, si presentava sempre come esotico, ma questa impressione era lenita, dal lato dei mis- sionari, dalla coscienza che si trattava di una sensa- zione reciproca: padre Tullio Martinelli scrive che certamente, agli occhi degli indigeni, i missionari dovevano suscitare curiosità, apparendo esotici, strani e misteriosi 4 . Dal lato degli Yanomami, la loro visione del mondo prevedeva uno spazio che poteva essere occupato dall’altro, dal diverso, che rappresentava sempre la possibilità di arricchi- mento, seppur conservando un aspetto pericoloso 5 . Con questi presupposti, la missione si è configurata come un intreccio di relazioni che hanno cercato di essere diverse da quelle stabilite fra gli indigeni e altre organizzazioni di contatto della società circo- stante, nonostante non mancassero ambiguità e fossero portate avanti da persone che potevano ri- sentire dello spirito etnocentrico dominante all’e- poca. Invasori e missionari Un aspetto fondamentale che ha caratterizzato la «nuova evangelizzazione», pensata dai missionari che, alla metà degli anni Sessanta, si riunivano nella «Commissione Pro-Indio» 6 della Prelazia di Roraima, e che ancora oggi costituisce un aspetto rilevante della Missione Catrimani, è la perma- nenza. Oggi, continuando le aggressioni del pas- sato, i popoli indigeni sono espropriati delle loro terre e sono forzati (da progetti sostenuti dall’ideo- logia dello «sviluppo») a popolare le periferie delle città. Contemporaneamente, le organizzazioni indi- geniste e missionarie sono costrette - per la ese- guità di risorse e la scarsità di personale disposto a condizioni di vita poco confortevoli - a concentrare le loro presenze nei centri urbani e limitarsi alla realizzazione di azioni sporadiche presso le popola- zioni indigene. In questo panorama, la presenza stabile della Missione Catrimani si mostra ancora più significativa. Questa presenza era già stata difesa, con le unghie e coi denti, da padre Calleri, nonostante la maggio- ranza dei missionari della Prelazia di Roraima, fos- sero convinti che le esigue forze missionarie e l’e- stensione del territorio imponessero la pratica della « desobriga » - le visite stagionali per l’ammini- strazione dei sacramenti - come unica possibile forma di azione evangelizzatrice. La scelta dei missionari di vivere con loro è stata ri- conosciuta dagli Yanomami come una differenza fondamentale fra i bianchi che risalivano il fiume, durante l’epoca delle piogge, per estrarre risorse della foresta, e i padri che chiedevano aiuto e colla- borazione per aprire una pista di atterraggio, co- struire una casa, coltivare un campo, imparare la lingua della gente. La prossimità nel quotidiano La presenza stabile accanto alle comunità Yano- mami ha reso possibile ciò che le visite saltuarie o l’attuazione di alcune azioni puntuali non avreb- bero potuto permettere. Solo la prossimità nel quo- tidiano rende possibile la costruzione di relazioni di fiducia e convivialità che - all’inizio della presenza missionaria, come oggi - anelano a essere diverse da quelle stabilite dagli Yanomami con altre istitu- zioni. Quando parliamo del quotidiano, ci riferiamo a un’interazione che non si limita a momenti spora- dici come assemblee di rappresentanti delle comu- © AfMC DOSSIER MC L’INCONTRO

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