Missioni Consolata - Maggio 2012

di Gigi Anataloni EDITORIALE MAGGIO 2012 MC 3 Ai lettori S.S.S. M olti anni fa, prima di entrare in seminario, mi diedero un libro da leggere. S’intitolava «I fioretti di p. Cencio». Era la biografia di p. Vincenzo Dolza, pioniere del Meru in Kenya. Lessi e rilessi quel libro con tanta allegria e partecipazione, fin quasi a saperlo a memoria. Ogni tanto, oggi, un ricordo riemerge. Due sono tornati con insistenza in una notte insonne d’aprile - insonne perché ai primi di maggio riprendono le scuole in Kenya e le scuole vogliono contanti, non promesse -: la storia dei «Canada» e dei «Canapia» e le sue famose lettere agli amici con scritto un solo e grande «S.S.S.» e firmate «Cencio». Avendo ricevuto una volta la visita di un cacciatore canadese di passaggio, divennero subito amici. Questi, vedendo l’estrema povertà del padre, si offrì di aiutarlo. P. Cencio gli spiegò che erano fatti l’uno per l’altro, perché uno proveniva dal «Can-a-dà» ( colui che da , in piemontese) e, l’altro era cittadino di «Can-a-pia» ( colui che prende ). Invece l’«S.S.S.» significava semplice- mente «Sono Senza Soldi»; plastica espressione per indicare il suo stato di perenne indebitato a causa della generosità con cui si dedicava ai poveri ( vedi foto p. 65, MC 12/2011 ). P. Cencio aveva imparato bene dall’Allamano che il missionario deve essere un canale per quel che riguarda i soldi e una conca nel suo rapporto con Dio. Quel vecchio libro dovrebbe far parte dei testi di formazione nei seminari missionari e probabilmente farebbe del bene anche a molti politici nostrani. Non sono sicuro di aver imitato p. Cencio nell’essere una conca di santità, ma quanto all’altro aspetto, un po’ ci ho provato. Quando sono partito per il Kenya nel 1988, non ho cercato soldi, perché non li consideravo una priorità. Sognavo l’evangelizzazione pura: catechesi, formazione, testimonianza, camminare con la gente, imparare da loro ed essere «povero con i poveri». È andato tutto bene fino a quando non mi sono scontrato faccia a faccia con la povertà, anzi no, con i poveri, quelli veri, di carne e ossa, con nome e cognome, una faccia, una storia, un odore. Incontri fatti spesso solo di un semplice sguardo, un gesto, pochissime parole, o scontri fatti anche di storie lunghissime che puzzavano pure d’imbroglio, forse goffo tentativo di coprire con un po’ di orgoglio una dignità umiliata dalla miseria. Da allora sono diventato anch’io un «canapia», non per me, non ne ho bisogno, ma per quelli che, volente o nolente, mi accompagnano sempre - «i tuoi poveri, i tuoi bambini» -, anche quando vado a mangiare una pizza con gli amici. P erché vi scrivo questo? Il binomio «missione=soldi per i poveri» è talmente solido nella mente di tanti buoni cattolici da indurre gruppi missionari a definirsi tali più per quanto raccolgono in favore del loro progetto che per come vivono la missione. Ci sono poi molti missionari che sono diventati quasi «prigionieri» dell’aiuto ai poveri, a causa della crisi economica, ormai mondiale, che ha impoverito i donatori, riducendone le risorse, e peggiorato la situazione dei poveri con l’aumento dei prezzi e del costo della vita, e sta rendendo impossibile sostenere programmi e progetti come scuole, orfanotrofi, ospedali e adozioni che esigono continuità. L’equilibrio di un tempo è saltato e la crisi è pagata soprattutto da chi è già povero. E il missionario si sente tra l’incudine e il martello. La crisi di cui tutti parliamo e soffriamo evidenzia un sistema che non ha più l’uomo al centro, ma il profitto per il profitto; un sistema che premia la speculazione (a vantaggio di pochi) e penalizza il lavoro di chi, in fondo, è trattato peggio di uno schiavo; una monetizzazione del tutto (anche dell’uomo), dove l’azzardo finanziario (ormai democratizzato dal «gratta e vinci») conta più del sudore della fronte e gli algoritmi di banche e fondi d’investimento mandano a K.O. nazioni intere. Che senso ha in questa situazione un missionario che scriva agli amici un «S.S.S.»? Forse è uno che, nonostante tutto, ha ancora fiducia nell’uomo perché ha fede in Dio, il Dio fatto uomo in Gesù Cristo. Crede ancora che nel cuore di ogni persona, anche quella in difficoltà, ci sia una capacità di compassione e di solidarietà inesplorata e inestinguibile, una capacità d’amo- re che nessuna crisi economica può uccidere, perché imparata dal Figlio di Dio, un Dio dalla parte dei poveri.

RkJQdWJsaXNoZXIy NTc1MjU=