Missioni Consolata - Aprile 2012

48 MC APRILE 2012 OSSIER C’ è un termine portoghese, cantinho , che descrive al meglio la sensazione che si ha entrando in casa di Anna. Il cosiddetto cantinho si utilizza per indicare un angolo familiare e acco- gliente nel quale rifugiarsi per tro- vare ristoro. Così è l’appartamento di Anna: piccolo, profumato di legno chiaro e con una vista impagabile sull’abbazia di St. Antoine. Il dialogo con Anna è un tempo di perfezione «assoluta». Si instaura quella semplice intimità che solo la verità può trasmettere. Anna è forte e la sua forza le regala un aspetto giova- nile e dinamico. Con voce calda e modulata si rac- conta e racconta. «Provengo dalla cultura degli anni ‘60, quando i gio- vani si sentivano desiderosi di scoprire culture di- verse, vivere la spiritualità in maniera più autentica, conoscere l’India. Il grande sogno era potersi diffe- renziare dai propri genitori e stravolgere il mondo». Anna, cosa ti spinse a ricercare uno stile di vita diverso? «Tre aspetti influenzarono le mie scelte: la cultura degli anni ‘60 e il sogno che rappresentava (nel 1968 mi trovavo a Parigi), la ricerca di una vita spirituale coerente e di un’esistenza “giusta”. Nel 1969, mio ma- rito ed io, che al tempo abitavamo in Franca, cono- scemmo Lanza del Vasto. Fu durante la conferenza che tenne, nella piccola cittadina della Bretagna dove ci trovavamo. Mi accorsi che dietro il dibattito filoso- fico c’era una proposta di vita reale. Lanza del Vasto aveva fondato una comunità di gente che aveva scelto di abbandonare una vita privilegiata e di bat- tersi per la giustizia». La decisione di entrare in comunità fu imme- diata? «Non immediata ma risoluta. Con Lanza del Vasto scoprii Gandhi e la nonviolenza. Avevo il desiderio di vivere la nonviolenza ma non sapevo come metterla in pratica. Dopo aver iniziato un percorso di lettura sui libri di Lanza del Vasto, andammo nel 1974 per due settimane alla Borie Noble. Cinquecento ettari di terra e sassi: una vera comunità rurale senza elettri- cità, acqua calda e nessun tipo di tecnologia. Per noi fu la scoperta della bellezza assoluta. Lanza del Va- sto diceva: “Qual è la forma della verità? È la bel- lezza”. Non vanità e ostentazione, bensì sobrietà e bellezza. La chiave per elevarsi e vivere pienamente la spiritualità. Dopo un altro mese di prova comuni- taria, nel 1976 lasciai il lavoro di assistente sociale, mio marito diede le dimissioni e, insieme alle nostre due bambine, ci trasferimmo alla Borie Noble». Come rispose la comunità alle vostre necessità di cambiamento? «La vita all’Arca corrispondeva a ciò che desidera- vamo: una vita molto attiva per quanto riguardava l’azione nonviolenta e vissuta con estrema sempli- cità. Occorreva solo essere lì: “presenti al presente”. Anche la scuola era all’interno della comunità in un’ottica di coerenza tra l’ideologia comunitaria e i programmi didattici. La vita spirituale era molto aperta e non dogmatica, scandita nei tempi di silen- zio, nella preghiera e nella meditazione. “Ciascuno approfondisca la propria tradizione religiosa e im- pari a conoscere le altre, riconoscendone i tesori”, erano le parole di Lanza del Vasto». UNA VITA DENTRO L’ARCA L’ARCA… SECONDO ANNA DI G ABRIELLA M ANCINI Anna, 68 anni, è italiana di nascita ma francese di adozione. Il suo racconto ci porta sui passi di una conversione perso- nale verso la non violenza.

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