Missioni Consolata - Dicembre 2011

54 MC DICEMBRE 2011 OSSIER non pensando che all’elefante era tanto facile la salita lassù, come ad un cavallo la corsa per una via piana. [...] La maggior parte di quegli indigeni si aggrup- pava attorno ad un uomo, il quale, tutto tremante per lo sbigottimento e con i fianchi ammaccati, raccon- tava ai presenti la sua avventura. Non appena aveva sentito dietro a sé l’iroso barrito dell’elefante e il pe- sante calpestio delle poderose zampe, era corso al primo albero che aveva veduto, vi si era aggrappato e aveva cominciato ad arrampicarvisi, quando l’ele- fante lo raggiunse e cercò colla proboscide di affer- rarlo a metà vita. Fortunatamente un colpo di col- tello, di cui i neri son sempre muniti, ben diretto e menato con la forza della disperazione, ebbe per ef- fetto di far ritirare per un istante la proboscide all’a- nimale, cosicché il pover uomo poté finire di arram- picarsi e mettersi in salvo. Intanto al suono del corno da più parti accorrono i cacciatori, fra cui alcuni Wakamba specialisti in que- ste cacce e che appunto per cacciare erano venuti a passare un po’ di tempo qui a Ihembe. Chi palleggia la lancia, chi brandisce il coltellaccio, chi agita lo ngiogoma (clava), chi semplicemente urla a più non posso: tutti cercano di far ritornare 1’elefante alla piana, per poterlo colà uccidere senza contravvenire al divieto di caccia posto dal governo inglese su que- sti altipiani. L’animale però non ne volle sapere; che anzi, uscito dalla bananiera ove erasi rifugiato, bar- rendo furiosamente, si diresse verso di noi, e ad un trecento metri, raggiunta una donna la quale fug- giva, esasperato dall’inseguimento, l’assalì, l’infilzò colle zanne, lanciandola a terra semiviva a parecchi passi di distanza, e, come soddisfatto da questa ven- detta, ritornò indietro, mentre un grido di orrore usciva dalla bocca di noi tutti. Ma non era tempo di lamentarsi, bensì di agire; ed ero io che dovevo agire ad ogni costo, affrontando qualsiasi pericolo. Non si trattava della salvezza di un’anima? Invocando la Consolata e l’angelo custode vado di corsa verso l’in- felice per soccorrerla, mentre i circostanti si dicono a vicenda: «Il Patri va a risuscitarla». La poveretta che riconosco subito per la Ghecioe, una tra le più assidue ai catechismi domenicali, gia- ceva a terra immersa nel proprio sangue, giacché le zanne dell’elefante, data la violenza dell’assalto, le avevano squarciato il ventre. Constatai però che vi- veva ancora, e subito tolsi di tasca l’acquasantino per battezzarla, ma nella fretta esso mi sfugge di mano e l’acqua si versa. Corro allora nel villaggio poco di- stante, cerco in tutte le zucche e in tutti i recipienti in cui m’incontro, e finalmente trovo al fondo di uno un po’ d’acqua, quanto è sufficiente per il sacra- mento: la raccolgo, ritorno presso alla moribonda, e mentre ella volge verso di me gli occhi quasi spenti, come a pregarmi con quello sguardo insistente e pieno di dolore di ridonarle la vita che le sfugge, io verso sulla sua fronte, anch’essa intrisa di sangue, l’acqua battesimale e pronunzio commosso le parole sacramentali. La pupilla già vitrea dell’infelice pare in questo istante rianimarsi come vivificata da un raggio di luce soprannaturale, poi nuovamente si spegne; il suo volto si contrae, il suo corpo ha un leg- corse esattamente in un’ora di di- stanza che lo separava da Mojwa, posta in un luogo sano e ricco di ac- que ]. Sr. Dolores, sr. Agnesina e sr. An- tonia vi arrivarono dopo lunghi giorni di lenta carovana il 15 luglio 1915, e più o meno lo stesso tempo ricevono le suore anche Egoji e Ti- gania, e l’anno seguente 1916 an- che Igembe. Si iniziano asili, si sviluppano i dispensari, si aprono i tanto ne- cessari brefotrofi che salvano cen- tinaia di innocenti vite, si usano mille industrie per attirare la po- polazione che oramai ama i mis- sionari, li rispetta, ne approfitta per i malati e per mille altre cose e lavori, ma in quanto a religione: nessuna breccia nel millenario pa- ganesimo. 1916, PROGRESSO LENTO Bisognerà attendere fino al 14 mag- gio 1916 per avere un primo batte- simo a Egoji, fino al 17 luglio 1916 a Imenti, fino al 1917 a Tigania, e fino al 1920 a Igembe. Guardate il quadro progressivo an- nuale dei cristiani dall’inizio delle missioni al 12 Dicembre 1950 e non vi sfuggirà certo la lentezza del progresso [ vedi i box «Sette So- La missione di Egoji con campanile fatto con materiale locale. Qui sopra: P. Angelo Bellani (1875-1964) nel 1923 (da data sul campanile) pronto per una scorribanda apostolica.

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