Missioni Consolata - Luglio/Agosto 2009

20 MC LUGLIO-AGOSTO 2009 ITALIA Non si gira, non ci guarda, sembra quasi non accorgersene. Alexandrina dice essere suo nipo- te. «Diciassette anni e da due anni su quel letto per problemi forti alle arti- colazioni. È stato in coma per un lungo periodo, quando si è risveglia- to doveva seguire una fisioterapia costante per riprendere a cammina- re. Il primo periodo l’ha fatta in o- spedale, ma poi è tornato a casa e io e mia sorella non siamo riuscite a farlo curare». Le chiedo se in Perù non sarebbe stato più semplice e la sorella mi di- ce che vivevano in una povertà spa- ventosa. «Tanti fratelli con tante mo- gli, figli e genitori troppo anziani. Come tutti abbiamo sognato una vi- ta dignitosa e comunque riusciamo a mantenerci e a mandare anche qualche soldo a casa per i nostri ge- nitori, abbiamo conosciuto unme- dico volontario che ogni tanto viene a trovarci e ha detto che aiuterà mio figlio,ma Dio ci aiuterà come sem- pre, conclude Rosaria». D io,Dio,Dio ci salverà.Ci aiu- terà. Come in tante altre si- tuazioni, mi chiedo come rie- scono in queste situazioni a credere con tanta forza.Ma forse è proprio in queste situazioni drammatiche che devi avere fede. Se non hai un Dio in cui credere, in cui sperare, la vita non ha più senso. Il loro amico più stretto è il terrore di essere sgomberati da unmomen- to all’altro.Vivono con la valigia sempre pronta a scappare perché, mi ripetono, «sappiamo che prima o poi verranno a sgombrarci» dice A- lexandrina. Nella mente vedo la foto del loro terrore. Incursione della polizia e an- ziani, donne e bambini buttati sulla strada, rinunciando anche a quei materassi, tavolini che hanno com- prato con tanta fatica. Ci sono interessi enormi per quel- la casa al centro di Roma.A distanza di due anni mi chiedo spesso dove sono andati. Sara sarà cresciuta ma dove sarà? E Alexandrina? Ho prova- to a chiamarla,ma non risponde più a quel numero. N ello stesso periodo visitiamo anche la realtà di un’altra ca- sa occupata che non nomi- nerò per ragioni di sicurezza, perché la situazione all’interno è molto pe- ricolosa, dovuta anche al fatto che non c’è una organizzazione ma c’è di tutto. È una scuola abbandonata a Ostia. Una realtà molto più seria e compli- cata della casa a San Giovanni.Non è semplice entrare,ma il nostro con- tatto è un attivista di diritto alla casa, che spesso viene qui per dare una mano a chi vuol essere aiutato. È lui che ci accompagnerà e ci spiegherà. Parliamo all’entrata mentre a flot- te la gente entra e esce, non prima di averci scrutato e interrogato il no- stro amico con lo sguardo, su chi sia- mo e perché siamo lì. Sembra una casa della periferia degradata di Bu- carest. Fredda.Vetri rotti.Muri di car- tongesso sfondati.Dalle tracce sono i topi i veri padroni di casa. Un bimbo di circa sei anni scorraz- za con una mini moto da competi- zioni, senza casco e palesemente troppo piccolo per una moto.Gli im- migrati si sono divisi in piani.Al pri- mo piano ci sonomarocchini, tunisi- ni, egiziani che lavorano qua e là co- me muratori; al secondo piano suda- mericani e italiani disperati, quasi tutti impiegati come colf nelle case e nel mercato della droga; gli ultimi due piani del tutto incontrollabili e abitati da africani.Nigeriani, senega- lesi e africani soprattutto dell’Africa occidentale, che hanno ricreato la loro gerarchia tribale. Sguardi spauriti e spaventati di al- tissimi ragazzi africani ci osservano e escono per andare a vendere oc- chiali e asciugamani.Alcuni mi sorri- dono, mi danno la mano e si presen- tano. Altri mi chiedono di fargli una foto per mandarla alle famiglie e alle mamme, preoccupate del destino dei figli spariti da mesi in quell’Euro- pa di bianchi. Ragazzini rumeni sniffano colla in un sottoscala.Avrannomeno di 18 anni,ma occhi da uomini che hanno assaggiato la durezza della vita da immigrato povero. «Hashish,ma- rijuana, erba, coca...» ripetono come un disco incantato da tempo. D ue bambini si avvicinano cu- riosi della macchina fotogra- fica, vogliono vederla, toccar- la. Esce una donna, la madre, vestita al quanto succintamente: nonmi servono spiegazioni per capire il suo lavoro.Mi chiede se i bimbi mi stan- no dando fastidio. Prendo la palla al balzo per dirle che sono carinissimi, dolcissimi e che amo i bimbi africani. «Menoma- le che c’è ancora qualcuno che ci vuol bene - dice, voltando lo sguar- do a quel bianco vicino la porta -. È il padre di Jafety, il più grande dei miei figli e nettamente più chiaro della mamma e del fratellino, viene qui ma non ne vuole sapere. È un ope- Francisca, sorella di Alexandrina Il nipote di Alexandrina

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