Missioni Consolata - Ottobre/Novembre 2005

S i chiamava lqbal Masib. U suo nome può non dire nulla, ma la sua storia, stroncata da una pallottola la domenica di pasqua del 1995, ha fatto il giro del mondo ed è nora anche in Italia. lqbal era un bam· bino ru valore; sicuramente valeva molto di pitt dei 12 dollari «prestati>> a suo padre da un fabbricante dj tappeti, per il quale, a soli 4 anru, cominciò a lavorare incatenato a un telaio. Dodici dollari: uno per ogni ora del giorno, legato a una macchina che gli stava rubando l'infanzia; 12 dollari che non giustificavano le botte e vessezioni a cui era sottoposto, insieme a tanti compagni ru sventura, anelli di un meccanismo che si alimenta della miseria della gente; 12 maledetti dol - lari, i cui interessi, altissimi, impedivano alla famjglia ru azzerare il debito e riscattare il piccolo dallo stato ru schiavitù in cui era precipitato. UN BAMBINO CORAGGIOSO ln tante zone del Pakistan, oggi, la storia ru Iqbal rappresenta la norma e consuetudine, per molte famiglie intrappolate nel rigido schema feudale di una società in cui sono vivi più che mai i pregiudizi ru casta, difficile da infrangere. Ci è riuscito il coraggio ru un bambino di appena otto anni Per sei anni Iqbal continuò a Lavorare e ad essere punito per le sue frequenti ribellioni, finché un giorno riuscl ad allontanarsi dalla fabbrica per partecipare alla celebrazione della giornata della libertà, organizzata da un'associazione interessata alla difesa MC l ottobre•novembre 2005 pagina 82 dei diritti di bambini come lui . Davanti a una platea di sconosciuti, Iqbal decise di condividere la sua storia: da quel momento diventò un simbolo, prima nel suo paese, poi in tutto il mondo, grazie alle tante interviste rilasciate e alla partecipazione a convegni sull 'argomento. Anche a Boston e Stoccolma. Sindacalista suo malgrado, in due anni Iqbal riuscl a liberare) mila bambini schiavi in manifatture di tappeti e fornaci di mattoni. Al tempo stesso cominciò a studiare: voleva diventare avvocato per aiutare i bambini di tutto il mondo che, come lui , soffrivano sulla loro pelle le piaJrl,e della schiavin1. Quel sogno fU stroncato dai colpi d'arma da fuoco commissionati dalla «mafia dei tappeti>>, che non poteva ~ettersi di lasciare impunito unta· le affronro. lqbal fu ucciso mentre correva insieme a dei compagni sulla sua bicicletta, portando la cena al padre che stava lavorando nell'orto di famiglia: è morto mentre stava facendo una cosa da bambino, giocando spensierato. La fabbricazione di tappeti è uno dei settori che produce ricchezza sulle spalle dei bambini pakistani. Moltissimi minori lavorano come schjavi in circa 7 mila fornaci per la produzione dei mattoni . Quasi sempre è l'intero nucleo familiare a restare imprigionato nella morsa feroce di veri e propri schiavisti, e anche in questa circostanza alla radice de.IJ'impegno dei lavoratori c'è un debito da pagare, un prestito da saldare. Coloro che lavorano nelle fornaci lqbal Masih: da schiavo per debito o liberatore dei suoi coetanei. svolgono un lavoro durissimo, vivono in baracche a cielo aperto, affollatissime, esposti alle intemperie e a malattie come tubercolosi, malaria, febbre tifoidea, colera. D lavoro viene retribuito un tanto al mattone, ma la proporzione fra quantità prodotta e prezzo pagato è talmente bassa da rendere impossibile il saldo del debito e degli interessi maturati. Nel giugno del2005, nella provincia del Punjab, un'operazione della polizia pakistana ha liberato300 operai, tra cui vari bambini, costretti ai lavori forzati nelle cave per la fabbricazione di mattoni. Questi, tutti cristiani (minoranza religiosa in un paese quasi totalmente musulmano), banno raccontato alle autorità che percepivano 150 rupie (2 euro) per fabbricare 2.000 mattoni, di aver subiro punizioni e torture fisiche per frustrare ogni velleità di fuga. In Pakistan, il fenomeno del lavoro for-tato ha una storia secolare e continua a perpetuare un sostanziale stato di schiavitù per milioni di persone. Secondo stime approssimative fornite da attivisti per i diritti umani, ci sarebbero circa 20 milioni di individui sottomessi a Lavoro forzato, 3,3 milioni dei quali sarebbero bambini. Queln molti paesi asiatici i bambini sono sfruttati nell'industrio tessile: le loro piccole mani sono più abili di quelle degli adulti nel fare i nodi.

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