Missioni Consolata - Marzo 2005

quella solidarietà come qualcosa di bello, di familiare. Ero una di loro. Siamo diventati amici subito ed è stato una sorta di rito di iniziazione: un'introduzione a un mondo per me totalmente sconosciuto». I ragazzini di famiglia modesta, con una scarsa preparazione scolastica e culturale, con limitate competenze linguistiche, hanno una percezione di sé, e del proprio ambiente, piuttosto inferiore, e tendono quindi a identificarsi con la società occidentale, nella speranza di cambiare la propria condizione sociale. L'atteggiamento muta significativamente, invece, per chi proviene da famiglie immigrate benestanti e colte: tenderà infatti ad accettare e a vivere con più serenità sia le tradizioni d'origine (in certi casi, tuttavia, già molto «occidentalizzate») sia. quelle del paese di residenza. Emotivo di orgoglio, per i ragazzi e per le famiglie stesse, l'uso di un italiano corretto e fluente e la buona conoscenza della cultura italiana. DUE VOLTE STRANIERI: Nt ITAUANl, NÉ ALTRO Frequente, tra i bambini, è dunque il desiderio di somigliare ai compagni. Una ragazzetta di quarta elementare arrivata tre anni fa dal Marocco, ha attraversato alcune fasi contrapposte: l'anno scorso aveva più volte manifestato il desiderio di «essere come le altre compagne>>, di «essere pienamente italiana» e«non voler essere araba». Abbigliamento, diario scolastico, gadget, tutto richiamava la moda infantile diffusa tra le amiche italiane. Anche la lingua araba standard che, appena giunta in Italia, riusciva a scrivere e a leggere abbastanza correttamente e con orgoglio, era finita nel dimenticatoio, rimossa, relegata nell'oblio. È bastato, tuttavia, un periodo di vacanze estive passate nella sua bella casa con giardino a Marrakech, dove poteva <{giocare fuori fino a notte inoltrata», per risvegliare it suo senso di appartenenza: «lo sono marocchina - hél infatti affermato recentemente -, e voglio tornare in Marocco, perché li è più bello di qui». Un altro problema da non sottovalutare è infatti quello dello «sradicamento»: il sentirsi, cioè, né «italiani né immigrati», senza una buona e corretta conoscenza della lingua e delle tradizioni del paese in cui si vive e si cresce, senza più strumenti di comunicazione nella lingua d'origine e di decodificazione della cultura di appartenenza. Stranieri in terra d'immigrazione e in patria: forse una tra le esperienze più destabilizzanti che un bambino straniero possa provare. In particolare, per i ragazzi arrivati in Italia alla fine dell'infantia o all'inizio dell'adolescenza, da soli (cioè senza genitori ma affidati alle cure di fratelli o cugini più grandi), il problema dello sradicamento, della incapacità a comunicare con l'ambiente che li circonda è ancora più forte e ha un peso enorme sull'auto-percezione e sull'auto-stima. Essi tenderanno infatti a difendersi con una buona dose di ribellione e di aggressività, di diffidenza costante nei confronti degli adulti e dei compagni. Quando trovano, tuttavia, un insegnante, un educatore disposto ad accoglierli e a seguirli nel loro percorso di inserimento scolastico e sociale, riescono a recuperare in fretta il divario linguistico e culturale e a riempire il vuoto che sentono attorno a sé. Per i bambini cinesi sorgono problemi a più dimensioni: per via dello stretto legame linguistico e culturale con la famiglia e la comunità a cui appartengono, si crea in loro una situazione di confusione e di crisi d'identità. Come tutti i ragazzini, da un lato vorrebbero essere uguali ai compagni italiani, aver diritto alle stesse opportunità, dall'altro sentono la pressione sociale del proprio gruppo di appartenenza e si riconoscono nei valori e nelle tradizioni in cui sono cresciuti. Finiscono cosi per assumere una sorta di «identità costruita», cercando di adeguare le due culture, quella di appartenenza e quella di arrivo, spesso e volentieri senza alcun sostegno da parte dei genitori (sprovvisti dei mezzi cultu· rali per aiutarli). Per ciò che riguarda la lingua, a casa usano il cinese perché i familiari non sono in grado di capire l'italiano, e a scuola si sforDouier MC l mano 2005 pagina 31

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