Marzo 1907 A.n.n.o .I:X: .. N. 3 periodico f\eli~io s o Mertsife ESCE jc )r __ PIAZZA DELLA CONSOLATA \ .. r~.. TOR>NO J J~,~ ~~(_ ~ TIPOGRAFIA" ""'\ ~ ''"" ""'"'.0.' ~~ J . ~~~ DIREZIONE AL PRINCIPIO DEL MESE ..
.. un u w ,.. ~--· .... PER LE F~STE PASQUALI O~gatii di djvozioq~ adatti par ~egali vendibili presso la Direzione del Periodico, piazza Consolata, l --""""":)C-- Md r in alluminio: l o tipo ordinario, rotonde, ovali o rinascimento da e ag le 2 al soldo, da 5 e 10 centesimi caduna. - 2" tipo artistico, rotonde, da L. 0,05 caduna. e 0,50 la doz7;.; 0,10 caduna e 0,90 la dozzina; ·o,15 caduna e 1,50 la dozzina. - 3° tipo grande, mm. 38 L. 0,70; mm. 44. L. l. In metallo imitazione argento antico, tipo artistico, rotonde, con figura in rilievo, inalterabili, da L. 0,20 -0,30 - 0,40 -0,45 -0,60. - Tipi fantasia da L. 0,75 e 0,90. In argento: lucide, bianche da 0,10 -0,20 - 0,30 -0,45 - 0,55 -0,75 -0,90.· 1,15 -1,25 -1,50 -1,75 - ecc. - In argento ossidato, tipo artistico da L. 0,75 - 0,90 - 1,00 - 1,50 . 1,75 - 2,00 - 3,40 -4,75 -5,00. In oro: con smalto da L. 2,50 -2,75 · 3,00 · 4,00 · 4,25 - 5,50 e 9,75. - Incise da L. 3,00 · 4,40 • 5,10 - 6,50 - 9,50, ecc. - Artistiche in rilievo da L. 7,50 - 8,50 - 9,50 • 12,75 - 18,25 - ecc. Cltenalle 'argento garantito, a~sortit~ nella lunghezza, nella gr?s.sezza-e ne~l& fattura degh anelh che possoho essere semphc11 faccettati o mezzo-tondi e sempre saldati fra loro. Generalmente, la loro lunghezza è di 50 o 60 cm.: prezzi 1,20 - 1,30 - 1,45 - 1,60 . 1,80 - 2, ecc. C d'osso bianco da L. 0,15 -0,20 - 0,20 · 0,00 -0,40 -0,45 -0,50. Q[0ft8 di porcellana. a colori assortiti da L. 0,10 -0,15 -0,20 -0,25 · 0,30 -0,40. Di madreperla da L. 0,60 · 0,85 · 1,20; id., montate in argento da L. 1,50 -2,15 . 2,50 . 2,70 . 3,50 . 4,1 o . 5,25 . 5,90. Di cocco da L. 0,25 -0,30 -0,40 · 0,45 -0,70 -0,80; id., montatura metallo inalterabile e catena infrangibile da L. 0,90 - l ,l O - 1,25 -1,35. Di alluminio da L. 1,10 - 1,25 . 1,30 - 1,50. Imitazione pietre a.rtificiali,, montate in argento da L. 1,45 - 1,75 - 2,30 2,45 . 3,90 . 4,25. ' Tutto argento da L. 3,10 -6,50 · 6,75 -7,75. Broches Assortimento completo di graziosi ed artistici disegni con la figura della Consolata. in fotografia o in metallo in rilievo. Tipo in metallo, imitazione argento antico, inalterabile da 0,80 - 0,85 - 0,95 - l ,15 • 1,30 - 1,50 . 1,60. Altri tipi da buon prezzo e nello stesso tempo di figura, contornate da metallo dorato o argentato da L. 0,15 -0,20 - 0,25 · 0,35. Spille di sicurezza. in metallo ossidato, con l'Effigie d~lla Consolata, 0,15 cad. BOmboniere in metallo ossidato da L. 0,60 · 0,85- 1,50-2,60. 3,10. 3,75. 4,90; in metallo dorato e smaltato da L. 0,85 · 1,20 · 1155. Panne e matl•111 tutte coll'Effigie della Consolata in fotografia, e montatura in Ull metallo nichellato. - Penne tascabili colla relativa matità 0,40 ca.duna. - M~tita a chiusura con anello per appenderla 0,35 - Penna e matita unite 0,25 - Salvapunte, matita e gomma 0,20. - Salvapunte con matita 0,10 caduno, 1,10 la dozzina. ~------------------------~
~. ~rìsOiata PERIODICO RELIGIOSO MENSILE ' ~ ' . · DIREZIONE ~~ 801\II:M:.A.RI_O_.....___,_ ~ J Dalle Missioni della Consolata in Africa: La prima oamPI'7" DELL' CONSOL'TA ·~ pana al Kénya- Cenni biografi.oi.del Venerabile ~iuseppe IILLII n n . Cafasso.- Il Sodalizio di S. Pietro Clavei alle Missioni della · Consolata - Brevi relazioni di grazie pervenute alla sao;estia TQRINO J del santuario - Indulgenze a chi.visita il santuario nel mese , di marzo - Orario delle Sacre Funzioni 'pel mese di marz'o. ~~ ..{ · ., 01/'erte,per te mi11sio,.i delt~ ~ oo..solata in.'Afriea,_ l ~~ l Una simpatica festà allietava nella scorsa estate l'Istituto torinese della Qon- . _so~ata per le Mission,i Estere. Alla.· pre'-~ senza di . un scelto pubblicò d'invitati, S. E. ,il Card..Ar9ivescovo ~rTorino benediceva soleimemente col rito della Chiesa ~ 7 campane, de~tinate ,alle future chiese delle nascenti cristh.\nità del Kénya, nel- . l'Africa equatoriale. .Nel suo elevato di- . scorso di circostanza S. Em. diceva: . «Noi, così lontani da quelle regioni~ pos- . siamo cong~tturare, ma non esattamente .sapere, ciò che ·nella mente e nel cuore Dalle· 'Missioqi ·della ··Goqsolaba IN AFRICA dei poveri. africani verrà suscitato dal. suono di qpeste campane..... ». Ebbene, questo appunto viene oggi a dirci il ~- Filippo Perlo, colla robusta· - e smagliante parola che è caratteristica 'dei suoi scritti, e che ai pregi intrinseci oggi uno ne aggiunge soavissimo: quello di assicurarci che si son avve- :rati gli auguri ,con cui tutti salutammo le partenti campane, messaggere di Dio e nostre. 'LA. PRIMA CAMP~NA AL KÉNYA Missione <!-ella Madre di Provvidenza · a Vambogo - 15 dicembre 1906. SOMMARIO: .La prima eampa,.a squillaIl perckè d'una storia - (Juand'è la testa 1 - .La ckiesa ed il eampa,.ile - Dàl santùario' di Oussa,.io a quello di JTamlJogo- Una gra..de · notiteia - Entusiasmo e seetticillmo - A clte , ·• · postiono servi,le gli allJen sacri - Varietà di · portatori-Il campanile di JT amlJogo e quello di S. M areo- Il lavoro più d•Y'Iicite- {h4ale · enorme mbaghl l - Seoràggiamenti-Il potere della 'talJaeekiera - .Parte,.za della eampona da .Limùru- Prime peripeziè nelleforesteTra fuoco e gelo - Il passaggio del Oid,.ia - Oatastr'?le- Un eroitJo salvataggio- I,. alto/ "- Sce11a macabra - .La eampana alJlJandonata nel e'Rmpo della morte. Finalmente c'è: dan, dalan:.. dan, dalan.~ . E il suo squillare maestoso e solenne ·si espande e si · ripércuote su ·teri-e selvaggia, su cuori selvaggi; e i selvaggi cuori vibrano ai suoi squilli, e le selvaggia terre ne riman· .... dano l'eco festoso: ·sono i primi squilli della p~iina" campan'a di queste lontane regio:irl equatoriali quelli che s'odono in questo istante _per i(paèse: che ai spargon per i declivi delle
' • 34 e Ofl SO (a-t.a dolci·colline, che van penetrando nelle capanne ond'esse sono disseminate, e, ripercossi nelle valli e fra gli scoscesi dirupi, salgono su su fino alle falde del granitico Kénya: il gran colosso che per le prime volte dalla sua creazione fa eco a questi suoni. Al pari di flutti impetuosi che prima da una diga . ristretti in angusti confini, rotto l'ostacolo,_ precipitosi innondano, corrono fremendo, così si succedono rapidi, incalzanti, solenni i•tocchi sono~i, come se da lungo tempo la campana attendesse impaziente l'ora d1 lanciare il suo · richiamo a qu~ste anime.aprentesi alla nuova :{>arola, di da):'e al verbo nuovo upa nuova, potente espressione. · Ohi ma à.vanti'che suonasljle, la n'\ova cànì- · l>aria .ha avuto la sua storia, e d'altronde, come prima, essa merita Ùn po' di stori'à.~ . I pionieri che s'avanzaBo intrepidi:.per tel'Te ine,splorate e tra B9polt sconosciuti han dil ritto, ch~;~le loro, impre~e :ve~gano ri~ordate; che si -,ppianole forti difficoltà invano er~t- ' . . . te!li sui loro passi, i pericoli invano sorti sul loro cammino. La civiltà in tutte le sue mani· festazioni :- religione e scienza, società e po· litica, e a loro debitricè, e sul libro della storia incide il loro nome" e· ricorda i loro passi, quantunqQ.e-più peritosi, meno difficili forse d-ei percorsi da coloro che poi li segui ronò, e che pure non saran più ricordati nè ·ammirati. Cosi la prima campana sebbene non arrivata sola - eran sette -, .nè dalle altre distinta o per maggior grandezza, o miglior fattura e timbro, ha tuttavia il vanto di essere stata· la prima & lanciare i suoi squilli fra queste selvagge genti. Alla prima ~campana del Kénya dedichiamo ad'lnque due parole di ricordo. , Perchè toccò a lei la sortedi esserla·prima? ·Oh.! perchb là, dove fu portata, se ne sentiva la necessità: i poveri neri, pur non sognando .-che al mond.o esistessero campane, provavano il bisogno di qualche cosa che li avvertisse del giorno del Signore.. Nei paesi ci~ili chi può non sapere quando è domenica? Qui; chi .lo può sapere? N on 'vi sono officine che_sostino, negozii ·che chiudano; 1nessuno si V!iJ8te ~ festa; nessuna tradizione indigèna suddi· vide le giornate in festive e feriali; C}J.e cosa. contraddistingue un giorno dall'altro in paesi -come questi, ove mai non si ebbe idea del-· l'esistenza di giorni che devono esser-consacrati all'onore ,di Dio e al riposo dell'uomo? Veramente, queste popolazioni' Dio non le> conoscevano e .di riposo settimanale non abbisognavano molto, poichè ·lungo la giornata ne prendono tanto quanto vogliono: la. febbrile attività dei paesi civil~ è per loro . un'utopia. Ma ora che già s'è diffu{Ja ed è. penetrata· nella popolazione · l'idea del riposo festivo., come del dovere di portarsi al catechismo alle Missioni nel di del Signore, era assai sentita l'assoluta deficienza d'ogni calendario_e d? ogni sistema cronologico. P'er t~tta la settimana ~ei villaggi, per i campi e p~r i sentieri era un continuo interrogare missionari e suore: Quando è la festa? E noi si principiava a risponder dal lunedì: - ci sono a.Iìcqra sei gior~i, 'cipque..... :due..... è· domani. '· • Ma nella settimana non si 'potevaiw tutti incòntrare i nostri neri :...:_ · lj possiamo incontrar tutti nell'anl)o? - quindi e chi· non sapeva, e chi dimenticava ·Ie date: e allora. era conseguenza necessaria, e infatti cosa. frequent'~, l'avere un'antifesta e uh postfesta. Nlimerosi .gruppi venivano in tutta -buona fede al sabato; numerosi al lunedì.- Che volete? - Si'am venuti a far la giornata. ·del Signore. - Ma è dom!Vli; nìa è · stata. ieri. - 'Pazienza: per es~i era tutt'uno;.. si ·faceva loro 'n catechismo; andavano a pregare e se ne ripartivan tutti contenti. Ma. per noi era un disturbo da altre pur doverose~ccupazioni; senza cont~re che il più dell& volte questi gruppi precoci o postumi trovavano la missione_deserta, ' chè- tutti noi si era in visita ai villaggi. E nella stessa do- • menica chi arrivava presto, chi tardi, giacchè, in tutt? il pàese' non' vi son altri possessori! 'di orologi, che noi..., quando pure l'abbiamoo non è rotto. E così dando prineipio al catechismo con una cinquantina d'intervenuti,. si era sicuri che prima della.'mètà ~e arri- :vavano ~ento per cui si doveva ricomin~iare, senza poter neppure per ia terza o quarta.
Ut1 e o t') s o l a t a 35 volta finire che nuovi uditori non arrivas· f sero. E intanto d'altri squillav~n le voci giù al fondo della collina della missione; altri, altri ancora si disegnavan per i sentieri lontani, o sbucavano dalle bananiere a ~oi di· l retti. Insomma: se nei paesi civili la Chiesa ha trovato-esser necessarie.le campahe, la necessità di esse è ben .più forte e ben più sen· e ce·l'aveva fatto portare dai suoi stessi sol· dati; un materiale modesto se si vuole: al· bari, ramoscelli e .terra per le pareti; albe· rellied alghe (vediincis.) per la copertura; m~ nè ora noi avremmo potuto far di più, nè essi' avrebbero avuto di meglio da darci. Però tutto c'era stato portato con tale entusiasmo, elasciatemelo già dire - con una. tale fede La donna e ragazzi preparano a mazzi le 'isange (alghe) pel tatto dalla -nuova china di Yanibogo (da fotog. del P. Perlo) tita in questi paesi, dove manca assoluta- lt~ mente ogni altro mezzo atto a. informare l~ popolazione, non solo dell'ora, ma sopratutto del giorno in cui' debbon'O riposare e ·portarsi ~ alla iiasà.'di Dio; e dove la popolazione questo mezzo non lo può trovare, nè in se stessa nè nelle sue tradizioni ed usanze. ~ Qui poi dove la. prim,acampana fu portata, . qui nella missione della Madre della Divina Provvidenza in Vambogo, ·se ne aveva bi· sogno molto anche per altri' motivi. Il capo - ~ del paese, quello che gli dà il nome, Vam· bogo, aveva. fornjto il materiale per la. chiesa nuova che spunta, che il valore materiale, davanti al significato morale, s'eclissava totalmente. La prima casa del Signore eretta per il pubblico fu, durante la sua. costruzione, l'oggetto dei discorsi di migliaia e di migliaia di bocche; i visitatori accor i a contemplarne i lavori furono a. migliaia, e se quei lavot:i non durarono come quelli del monumento a Vittorio Emanuele in Roma., se n'è parlato almeno altrettanto; chè: nessuno - dicevano - ha. mai visto una casa. sì grande. Ma. una chiesa senza campanile ? L'uno completa l'a.ltra, e resasi necessaria quella, anche questo
36 era divenuto necessario. La necessità della -chle!la era dimostrata dal fatto che le t11rbe nnora ;accorrenti a far le feste si dovevano sempre accogliere a cielo aperto: sotto il sol liop.e ' equatoriale,·,esposti 'B.lle· gelate raffiche ·del Kénya, o agli improvvisi acquazzoni della montagnat chi se ne stava ~ccoccolato per terra, la gran parte in piedi ; i vècchi e' le vecchie seduti su tronchi d'albero: e questo era'tutto quanto potevamo pra·ticamente loro dare. Eppure gli habitués continuavano; •altri nuilvi s'aggiungevano e a poco a poco gli accorrep.ti divenivano falangi. : Non è nostro sistema far le chiese e poi far~> i cristiani, ma pensiamo sia metodo migliore l'attendere che ~tuesti se~tano il bisogno d.i quelle. Ora però, sebbene queste turba .accorrenti non fossero ancor cristiane nè di nome nè di fatto (quantunque ormai molto più cristiane di tanti..... cristiani), sono· però sulla via di divenirlo e molto loro non' resta più da fare per esserlo realmente. E allora ·perchè non avrebbero oinai. diritto ad una chiesa per quanto primitiva, anche uso catacombe se si vuole; ma un locale esclusivamente dèstin,ato ad essere casa di Dio? I primi elementi del catechismo sono sparsi largamente nella popolazione,· ed i fanciulli, per cosi dire, li cantano: tutti Sa!!DO che il Patri è quegli che fa il sacrifizio di ·Dio, che inseg~a il kerera (catechismo) ; che è il padre di tutti gli Akikùiu e tutti sono suoi figli. In ogni villaggio siamo accolti con festa e in ogni capanna ci considerano di casa. Non passa quasi giorno senza che i registri dei battesimi aumentino gli iscritti, ed infine' certe prevenzioni, certe superstizioni vanno rapidamente declinando. Perchè, dunque, ancor attendere a far la chiesa ed ornarla del suo indispensabile campanile? La chiesa a Vambogo fu fatta prima che altrove, ed ecco perchè la prima campana fu mandata a questa missione. E la stia storia? Ora ritorno in carreggiata. Per far la storia completa di ques~a campana bisognerebbe incominciare dal santuario della · Madre della Divina Provvidenza in Cussanio, e di questo è impossibile parlare senza ricordar Mons. Emiliano Manacorda., vescovo di Fossano,- che :deve esserne chiamato-in linguaggio umano·- il creatore. Ma chi ·di quelli che mi leggeranno 1!.9n co- . ·nasce Mons. Emiliano Manacorda, e non ha sen~ito a parlare del santu_ario 'di Cussanio?. Cussanio appartiene alla schiera privilegiata· di quei santuarii, nei quali le numerosissime comunioni e le preghiere senza. numero formano un ·tale sopravvanzo·d'attivo ·in bene:. dizioni e grazie celesti, che n(l~ possono pi~ es~er contenute negli angusti limiti del san~. tuarìostesso, nè spandersi soltanto sui devoti che lo frequentano o sui popoli che'vi stannq intorn6: tutto quel bene, tutti. quei meriti___: in forza della·Comunione dei Santi- erom~ pono e s'espandono al di fuori. Succede qui come d'una ben costrutta e munita fortezza,. la quale non so.lo protegge il paese che la cir" conda, ma coopera all'incolumità, di tutta ld. patria; d'unà università celebre. chejrradia la scienza non soltantÒ alla· città che l'ai spita, ma illumina tutto il mOIÌdo.. 0osi i~ nostro. santuario 'della Consolata non poteva ormai più limitare i suoi benefici influssi ~ Torino e al Piemonte: difatti vediamo iri. Italia, in Inghilterra, in America ed altrove sorgere succursalit filiali, affi.nchè in esse 11)- Madonna possa moltiplicar le s,uè grazie, le sue benedizioni. Ma quasi n~n bastando, l~ Consolata rivolse le sue materne cur~ agli infedeli, e in nome di Essa missionari e suore si spinsero fra le inesplorate terre dell'Africa equatoriale, a portar il suo ·nome e ad annunziare la sua gloria alle 1genti. Cosi pure Cussanio, dopo aver col suo piccolo seminario provvisto· di sac~.>rdoti la diocesi in cui si ·trova, altri ne diede alle missioni, e in missione volle avere una filiale ; la stazione della _ · Madre della Divina Provvidenza in Vambog~. Ed era ben naturale ·che una stazione di missione sorgesse sotto tale invocazione. Nel .luogo del suo santuario in Piemonte la, Vergine era apparsllo ad un povero ·ed affamato mutolo, saziandolo di pane e donandogli la _ loquela. Qui in Africa, chi più povero di questi indigeni nati fra le barbarie del gentiiesimo, digiuni. del pan(l spiritual~, e la bocca dei
Jll eot'}SO{ata 37 quali non ha ~ai saputo pronunziare parole di vita eterna? La Madonna mostrò di prediligere in_modo-singolare questa sua filiale, giacchè lo sviluppo ne fu insperatamente ta· pido. Mon!l· Manacorda che aveva fatto tanto - è più esatto dire tutto -per il santuario di Cussanio, non dimenticò la filiale africana. S'assunse di provvederne col tempo i necessari arredi di culto; e-intanto, qual primo acconto, ci inviava la campana per la quale volle dettare egli stesso la dedica,' che è un augurio per noi, un paterno invito per questi indigeni : Ite in'domum Matris vestrae, et invenietis Providentiam Domini - Accorrete ' alla casa della vostra Madre e troverete la Provvidenza del .Signore. La èampana, come i nostri lettori sanno, fu coll-altre sue compagne, solennemente benedetta nella nostra casa-madre di Torino; e da quella casa stessa da cui tanti , missionari partirono per l'Africa anch'essa partì fra gli augurii dei presenti, fra la commozione iii tanti ch:e l'avrebbero voluta accompagnare, e sopratut~o fra la santa invidia degli aspiranti· missionari che la _vedevan precederli nella sospirata via. Il viàggio, fin dove la civiltà spinge~ suoi veicoli non poteva pre· sentare nulla di notevole: racchiusa in un _solido cassone, la campana potè compiere in buone condizioni il lungo tragitto,.giun- _gendo alla stazione-procura di Limùru senza incidenti. Di là all' interno non vi è il telegrafo ; non vi son neppure -strade ; ma la notizia dell'arrivo della campana giun!je rapida, come portata sulle onde di un telegrafo senza fili. I padri e le suore di Vambogo ne diedero immediatamente l' annunzio ai catechisti; questi, che di regola e di professione sono i naturali portavoce del patri, lo furon con tanto maggior zelo e straordinario successo in quest'occasione, sièchè tutto il paese non tardò a sapere che un mbùghi (campanello) ma grosso, grosso, grosso doveva arrivare a Vambogo, per avvertire d'allora in poi tutto il paese della moségna ia N gai (il giorno del Signòre) e del terripo della keréra. È destino di tutte lenotizie che, al riceverle, -molti le trasformino, molti le ingrandiscano, ed altri, per reazione, non ci credan più affattò. Così all'entusiasmo iperbolico tlei primi indigeni che seppero della campana, successe il più calmo ragionare di altri, i quali trovavano cosa impossibile chepotesse esservi al mondo un campanello così grosso come i più entusiasti, magnificando le parole del patri, andavan descrivendo. In maggioranza tutti erano persuasi che qualcosa di grosso _quel mbùghi doveva bensì essere; ma le massime proporzioni a cui la loro fantasia poteva portai-li nell'immaginificare la campana eran di certo inferiori al vero, non potendo essi aver termini di confronto equivalentì. Le maggiori questioni s'aggiravan sulla portata del sùono: - come! la posson udire fin quelli di Kalende!- E il catechista s'affrettava subito ad aggiungere: - ma la sentiranno anche da Mbioine (che è ad un'ora di distanza). Allora tutti tacevano fingendo ·di crederlo -, come in Italia quando nei discorsi elettorali si promettono sg-ravii: proposta a cui tutti applaudono, ma a-cui nessuno crede-; perchè, a dire il vero, quell'ul- ·tima asserzione pareva loro un po' marchiana. Il posto normale >di un,a campana ti sul campanile: questo si sa. Gli indigeni però non lo sapevano affatto; ma fu affar del patri l'informarneli subi-to, e il farlo.in particolar modo sapere al capo Vambogo. Un magnifico albero di legno duro e prezioso si rizzava nel bel mezzo del cortile principale della ... reggia; un albero che_già aveva visto tanti sacrifizi di agnelli .ed assistito a tante interminabili adunanze. Le sue passate benemerenze a nulla gli valsero: esso fu immediatamente alla sua volta sacrificato; e ne risultò un tronco utile di ·oltre 12 metri, con diametro quasi uguale alle due estremità. Tut ti i solda~i di Vambogo furono re#quisiti, e fra un vociare immenso il gran trave fu:portato a spalle fino alla missione. Occorreva ancor~ un altr'albero simile, ma non trovandosene nei dintorni, fu dovuto ricercare lontano, e se il primo ci era stato portato manu militari, quest'altro 'lo fu manu civili.. Una domenica tutti i giovanotti di quelle-parti, nel venir - / - l
38 Ut eo.,solata alla miSSione, se lo caricarono a spalla : ossia, per dire più esattamente, qualcuno se lo caricò e ·}a più gran parte s'accontentò di seguirlo a latere. Poichè erano accorsi in ·tal numero, che ben pochi poteron sottoporre la spalla all'albero; molti altri riuscivano a toccarlo con la mano e, ·se non aiutavano gran che, facevan però coraggio a: quei che eran sotto; i più invece si limitavano a portare come da noi portano il feretro quelli che ne reggono i cordoni. Il tragitto ·era lungo, e l'albero essendo d'un legno il cui peso specifico è superiore a quello dell'acqua epperò pesantissimo, i portatori p.on avevan da scherzare; e lo _si arguiva anche dalle grida che - come dicevan i nostri buoni vecchi - salivano a ferir le stelle. Finalmente, verso mezzogiorno, era depositato nel cortile accanto all'altro. La stazione di Vambogo s'erge su una cresta di colline coronata da qualche dozzina di alberi altissimi, tutti sacri per gli indigeni, _poichè, prima della nostra_venuta, sotto di essi i vecchi e gli stregoni del paese accorrevano a sacrificar agnelli sia per domandar la pioggia, che cadeva lo stesso quando voleva; sia per impetrare ai guerrieri partenti per la guerra la vittoria sui Massai: vittoria che di rado s'otteneva, essendo i Massai molto più valorosi in gu~rra che gli Akikùju, i quali, come agricoltori, maneggiano meglio il coltello da lavoro che non le lancie e le freccia avvelenate. I ·sacrifici di quei montoni valsero, se·non altro, a con- - servar ' intangibili tutti quegl' alberi, che altrimenti avrebbero dovuto fatalmente finire sotto il piccolo ma inesorabile coltello degli indigeni, i quali paion nati con in cuore l'odio agli alberi, come Annibale per i Romani e, per isventura più fortunati di quello, per dove passano tutti riescono a distruggerli mettendoli a .ferro e fuoco. Il miglioré fra questi alberi sacri fu scelto ad esser una delle maggior colonne del costruendo cam-· panile; assicurandone non solo la stabilità, ma facilitandoci di molto il lavoro d'erezione. Qualcuno - e forse molti - potrebbero _per avventur~ desiderare che per una sì bella campana, e con una storia che minaccia di diventare lunga, noi avessimo tirato su un campanile come si deve. Rispondo subito. Ciò sarebbe stato anche nostro desiderio, ideale almeno, se una ragione semplicissima non vi si fosse opposta in' modo da costituire una vèra forza maggiore, come comunemente si dice quando, se non la forza, almeno la scusa è..... maggiore. Quante volte in questo misero mondo una piccola cosa manda per ari!l tutte le migliori idealità! Nel caso,, la piccola cosa era che in questi paesi manchiamo di calce, di sapbia e di mattoni, e dei mezzi perfarci questiultiini : dovemmo perciò • ridurci alla costruzione di una travatura , americana, antiestetica come la torre EMel, ed altrettanto robusta per il nostro bisogno; per gli indigeni poi un quid insuperabile nel .genere suo. In conclusione, se il nostro lavoro non aveva la pretesa d'esser un vero campanile, nel senso che per detta parola comunemente s'intende, ci prometteva almeno di servire all'uso cui era destinato, e ci dava fidanza di non finire poi come fini il campanile di S. Marco d'infelice memoria, che pure era un verp campanile. È superfluo l'aggiungere che tutto il mondo indigeno s'interessava ai lavori e molti, praticamente, cercando d'aiutare in tutto quel che sapevano, riuscivano il più delle volte ad imbrogliare. Ciò non ostante, era una consolazione per noi il constatare -questo nascere. dell'amor di campanile, prima ancora che nel paese fosser nati i campanili. La buona mammina non attende con amore a preparare il corredo per il bambino che ella aspe-tta a rallegrar la famiglia? Uno dei lavori difficili restava ancora a fare: il ritiro della campana dalla procura di Limùru: difficile e per il peso di essa, non esistendo nel paese altri sistema di trasporto che le spalle d'uomo, e per la condi- ' zione delle strade, che a chiamarle con tal nome è un far loro troppo onore. Per arruolare gli uomini occorrenti alla carovana principiammo da alcuni, conosciuti forti e fidati, ma presto ci trovammo nell'imbarazzo della scelta, poichè, saputasi la cosa, ne accorsero
fll eo.,solata 39 senza numero come. a,d una partita d'onore. I prescelti partirono fra gli a~guri di tornar prestq e le raccllmand,azioni.d,i pqrtarla bene: parevano gli ad~ii .delle famiglie ai pesca tori salpl(l.nti per l!alto mare. Qqando gli Akikùi~ non ha~ carichi da portare, si mettono in via al ·levar del sole 'e camminano fino a sera quasi ininterrottamente, abituati · come sono fin da bambini ad arrampicarsi per .queste inte~mjnabili colline, a consider.are il passeggio come la più nobile, la.più piacevole e perciò la più' ambita occupazione :- · quella che per i nostri ricchi rappresenta il più ' c. duro, e per altri il più invidiato lavoro che compiono uel corso qella·loro esistenda. Partendo non paion preoccuparsi molto di quel .che mangieranno per via, stoicamente disposti, .se il procurarsene torna l~!O. d~fficil~, a far senza del cibo ; ma altresì ad acciuffare a :volo le occasioni che si presentassero di.rim·' pinzarsene. Perciò, come galline in un cort~le, in cammino attendon!!' a racimolare e spigolare o nei ca~pi indigeni, se la possono far franca, o nei sacchi di quelli che incontrano avviati al mercato èon provviste indig~ne; nei quali incontri, sulle vie carovaniere, è uso dqmandare come il ricevere. Cosi con un boccone dop<;~ l'altro ingannano il p~inpo, la strada e la fame; finchè la sera piombano· tutti insieme in qualche villaggio, !love l'ospitalità è loro concessa con quel buon cuore. con cui; p~ imprescindibile conv~nienza, 'Bi riceve a casa nostra certuno di cui sinceramente si fà~ebbe pr()prio a meno. Stavolta i nostri portatori essendo, non solo liberi da carico, ma - caso raro - impazienti d'arrivare, giun~ero al magazzino in soli quattro giorni di marcia. Loro prima richiesta fu di veder subito la famosa campana, per la quale avevan già dette e udite tante parole, fantasticato molto e digeritasi ta~ta .strada. Alla vista di quelle _sette campane allineate, lucenti, ben più grosse di qua~to · avessero ,potuto immaginarsi, P,anp.o in un grido unanime di stu- · pore. Poi •tutti ~palancan la bocca quanto possono e la turano con la palma destrà, il segno di inarriva.,bile meraviglia: e dopo un ~ po' qi es.tatica contemplazione incominciano a mirarsi l'un.l'altro ~n viso come per dirsi: neh! 'che cosEl!; e per tempo parecchio Ilo~ ristanno dal guardare e, far le meraviglie, quasi avessero portato seco la procura di esprimere l'ammirazione di tutto il paese di Vambogo. Ma a poco a poco - destino .fà.- tale di tutte le cose umane! - la poesia cede alla prosa; l'entusiasmo va sbolléndo , appena alla loro mente va presen~a'ndosi la triste realtà: che quella cosa, cosi grossa, di tutto fe'rro ' (dicono),· la debbon portare proprio essi sul_le loro spalle. E se l'ammirazione l'aveva (atta parer grande, qra il pensiero di dover portare quel còlosso la ingran~va ancor più, come succede dei fastidi che son più gravi se sori nostri, e dei lavori che son più duri se li dobbiam far noi. Qui occorre notare che io scrivo,quel che . essi dicevano: chè in realtà le campane del Kénya, non sqlo non .·son come quelle di Mosca o di Tokio, quantunque destinate a più sublimi scopi di quelle e a miglior u,so; ma a rigore, non si posson neppure dir grosse relativamente a quanto in Italia s'intende per grosse campane. È chiaro che la necessità di doverle far tràsportare a spalle di uomini per sentieri impossibili, c'imponeva nel foro peso certi limiti che ' rion si potevano ottrepassare,, sebbene ci tentassero a farlo e la. generosità dei donatori dei sacri bronzi e il nostro desiderio di approfittarne. ' In ultima analisi, l!'lebben non grosse in sè, le campane eran più eh~ soddisfacenti per noi, ed affatto enormi per'i neri, i quali non sospettavano neppure che potessero esistere cose simili. Per quella sera s'accontentarono di palparla la loro campana; di tentar inutilmente, l'un dopo l'altro, di smuoverla; e ·poi rit_i-· rarsi supremamente scoraggiati, come se . avesser di fronte l'impossibile. I loro discorsi s'àgg{rarono ancora a lungo sulla campana, ma senza nominarla a troppo alta: voce, essendo al primiero entusiasmo successo un sacro terrore; e nei sogni della notte chi sa quanto quella pdvera campana ~eve essersi ancora ingigantita e a'ppesantita. Al m'attino,
" 40 eortsolata . ' / . piuÌt9sto tardi, fecero ritor11o; 'ma con qu'eli'arià. mortificata di èhi ha pe:.:duto ogni speranza di poter compiere un:·dovere a: cui teneva molto. In buon punto interviene il padre Bertagna, direttore del magazzino: Egli éonoscendo ormai i suoi polli.per le quasi quotidiane carovane che deve far allestire, tira' fuori la tàbaccb:ie~a, che è una delle armi più efficaci del missionario in questi paesi, e giù pizzichi abbondanti di tabacco ai'suoi «amici:; di Vambogo. La generosa distriquzione, condita con buone parole, incomincia a rasserenarli; con· clamorosa sod-, disfazione tiran su' abbondanti fiutate da spirig~re - come essi dicono - il tabacco fin nel cervello a chiarir le idee. Difatti si d:imostrano ora disposti a ragionar un po' a mente tranquilla. Nelson prillla della famosa battaglia che ·costò la vita a lui e la fletta ai due avversarii, aveva ricordato ai' combattenti 'che il paese, le loro spose, i · loro figli li~ guardavano. Padre Bertagna deve, su per.giù, aver dette loro le stesse cose, poichè di lì a pochi minuti la campana si mosse, sorretta da lunghe traversine in legno, poggianti sulle nude spalle dei portatori di · Vambogo. Appena fuori della missione, la strada cessa d'esser strada anche per un· pedone a mani libere: figurarsi poi per quella squadra che deve avanzare in colonna e sotto quel peso! Il sentiero scende a precipizio i poi risale con inclinazioni che talvolta, al passaggio di fiumi profondamente incassati, raggiungono i 60 gradi; va un po' al piano e poi ripiomba nuovamente; s'àggira fra la fitta e selvaggia vegetazione che ad ogni momento·l'oatruisce quasi, e sovente lo chiude affatto, riducendolo ad un tunnel, per cui bisogna camminar carponi sotto una vegetazione dura o spinosa, sì che ognuno può immaginare qual buon servizio renda a questa gente ché ha i piedi e... il resto, nudi. Giungendo in fondo di certe vallette acquitrinose, i. portatori si sentono tutti affondare: la 'campana s'abbassa a sfiorar la melma, e pa~e che da quel pantano nè essa nè i portatori potranno più venir fuori. . . l Tuttavia, a 'forza di grida e di s·trappi~ con la còntinua paura d'esserne schiacciati;- rieàcono a districarsi, per trovarsi di fronte ad un fiume, n 'cui 'ponte....: non fu mai fatto; e passato q_uello si rientra nella folta brughiera, la quale poco a poco cede il posto alla foresta, dove ai cespugli son succeduti / gli alberi ed i virgulti son sostituiti dalle liane. Gii alberi non' si possono divaricare, e per avanzare è necessario tentare e ritentare passaggi in tutte le direzioni, e, quando si trova un'apertura suffi.ciente,sgat- . taiolare per quella; finchè i tralci di liane non viste, e che non si s·a di dove vengano nè dove vadano a finire, come fili d'arruffata matassa, non· si levano essi ad intimar l'arresto. Le trovate dappertutto, queste ostinate'liane: e quando lo spazio fra gli alberi , è libero, e quando il passaggio è' forzato : paion create apposta per formare impediménto. Aggroviglian tutto: campana, gambe · dei pòrtatori; anzi'tra q·uesti qualcuno resta impigliato per il collo, e non potendosi arrestare - spinto com'è da quelli che lo seguono e tirato 'dai pr!3cedenti ·- finisce, grazie alla felina agilità che è dote caratteristica delle razze selvagge, a sguisciare di sotto, dov,e trova nuovo lavoro per liberarsi da altre liane, che mentr'era occupato a disincagliarsi da 'quelle in alto non aveva scorto. 1 Veramente quel che abbian fatto, e-mi si lasci credere- quanti meriti si' sian guadagnati in quell'intricato 4edalo ché separa Limùru' dalla piana di Giabini, è cosa che non sapremo mai con precisione : sia perchè non .ero presente, sia perchè non è possibile nè facile immaginare tutte le peripezie che debbon esser loro capitate. Però da quanto essi ci raccontarono minutamen~, dalla cognizione delle località e dalla mia personale esperienza di vecchio lupo di..... terra. afri· cana, una certa qual idtla me la posso .ben fare, e qualéosa, con competenza, ne posso ben dire. Quante volte, attraverso la foresta, gli alberi si eran ristretti in'modo da quasi chiudere il sentiero, e nop. J!Olo la squadra non potevà più· passare, ma il volume della'
12. e Of1S·b (a tae- - 'i!iC 'iiK . , .. o campana si trovava ad esser maggiore di quegli interstizi. Allora, posataquestaa'terra, discutevan sui mezzi possibili pèr.avanzare, e siccome poi nessuna soluzione si presen- ,tava alle loro stanche teste, accendevano il fuoco, vi s'amcolav~n d'attorno, zitti, pen• sierosi, addolorati, mescolando· gÌL sfiduciati sospiri _!1.1 crepitio; del legno verde. Ma non si poteva star sempre •lì. Qualcuno ripigliava coraggio; e ordinariamente era· il capo carovana Ngùme, che sentiva la responsabilità del suo incarico e se ne in- . / tendeva più degli altri, essendo un abbonato perpet-qo a quella· strada, perchè da circa due anni è lui che forma e dirige le nostre carovane,perVambogo. Allora bruciavano,tagliavano, distrnggeva~o,' aprèndosi 'insomma a ferro e fuoco una' via che non c'era e per la quale dovevano 'ad ogni costo passar'e, purtroppo non da soli. Ma ogni passo avanzato era' un passo guadagnato, e la campana lentam~nte, ma sicuramente, s1avvicinava a Vambogo. Per fortuna a .tutti i inali di questo mondo vi è rimedio perchè, volere o no, tutti finiscono; e iu provocando un largo sospiro di sollievo che un bel mpmento quell'intricata brughiera e quella nefasta foresta cessarono d'un tratto, per presentare a perdita d'occhio la stappa interminabile, senza un solp albero, un cespuglio a romperne l'uniformità. Fu celebrata la prima vittoria deponendo il carièo e facendo arrostir patate; le quali insieme coll'aria frizzante del Kinangòp rius~irono a far ritornare l'allegria ed il buon umore in tutta la carovana. h nero dimentica cosi presto i dolori; e guai per lui se fosse altrimenti! Per la prima giornata di stei,>pa le cose van bene. È vero che in alcuni tratti, dove, come in una piazza d'armi per la cavalleria, gli elefanti so'n-venuti a fare i loro esercizi di :divertimento, il terreno era come .tempe- . stato di peP,ate, ogn.una di un metro e mezz~ di circonferenza e profonde mezzo metro, che rende"ano difficile e_'Pericoloso il camminare in corpo; ma almeno nulla veniva ad arréstare•i bravi portatori, ad.interromper i loro canti o.turbar la comune allegria'. Il piano correva ininterrotto ed aperto e il paese natio si avvicinava. Ma il giorno dopo, essendòsi pur avvicinata la catena dell'Aber- , dare, ricominciarono le dolenti1 note. Dalla niontagna soffiavano .con insistenza:.certe raffiche gelate, tali da far vibrare la campana e in.tiriziire i suoi portatori, indifesi éomè qJiella, ma più di essa sensibili. E tosto gli avvenimenti precipitano. Verso mezzogiorno arrivano. al Ciània, un fiumicello dalle acque cristalline e gelate, che normalmente si paSS!Io a mezzo di un ponte indigeno fatto costruire da Kar.òli, e che secondo tutte le regole di ingegneria. dovrebbe cadere e contro quelle sta su: ma un ponte che., per attraversarlo bisogna mettere in opera alttettante regole di prudenza, quan~e erano le disposizioni municipali che regolavano il passaggio del ponte in ·ferro sul Po, di felice memoria. Fincliè attraversano il Ciània indigeni, che hanno il piede prensile c.Òme scimie ,e passano con leggerezza da 1 acrobati, non c'è molto da temere; questo d'altronde è come il prototipo dei migliori ponti del genere che esistono 'in tutto il paese. I;>i regola i più ben fatti constano di un affastellamento ·di quattro o cinque fusti f d'alberelli, nè legati fra loro, nè' fissati·alle estremità. Se almeno fossero pollegati farebbero una sufficiente forza: divisi cosi, è come una famiglia in cui tutti voglion far da _sè.. I nostri, all'entrar sul ponte, non si abbandonarono a molte riflessioni tecniche sulla sua resistenza. Poco calcolatori di natura, lo eran ta11.to me]lo in questi momenti in cui, tormentati da unfreddissimo vento che li :flagellava, non avevano altre preoccupazioni per il capo se non di passar presto e giungere alle prime foreste di bambù, chesi disegnavano poco distante, e che avrebbero offerto ,un certo qual riparo a quelle raffiche indiavolate: Essi, ad~nq·ue, senza un pensiero al mondo, si incamminano sul ponte infido; ma non .ne sono ancora a metà-' che alcuni dei pali si abbassano, scricchiolano, ed uno, che. era come la chiave .di volta, cede: 'cosi la campana, già inchinatasi per l'abbas-
42 llt eof1SO(ata Q sarsi dell'alberello sostenente i portatori da quella parte, mancando questi, cade, trascinando seco e ·n resto del ponte e tutti gli uo- , mini, sbattendoli chi qua chi là.giù nellà corrente, dove essa stessa con gran tonfo fin_isce; È caso? N o. È qualche cosa 'di più, perchè nessuno resta preso sotto, appena qualcuno ha ricevuto un "urto: un solo portatore provò un colpo un po' forte ad una gamba. Ma quasi subito si riveggon tutte quelle nere figure sorgere dai gorgogliamenti dell'acqua, intirizzitì per quel bagno diaccio - chè gli Akikùiu temono più l'acqua .fredda che non il diayolo l'acqua santa- tutti però incolumi. Chi approda ad una sponda, chi all'altra, intontiti, tremanti di freddo e di paura. Nessuno ,parlava: non si udiva che il mor~orio della corrente e l'acuto sibilar del vento, e tutti istintiv_amente guatavano al luogo del ponte infido che non è più, e al gorgoglio dell'acqua infurian~esi contro il nuovo ostaçolo che non può vincere :• la povera campana, destinata a vivere in tutt'altro elem,ento... Prima che riescano a raccappezzare le idee e a decidere il da fare passa tempo parecchio: chi crolla il capo, chi si di~pera. Ngùme è . tutto mortificato e si capisce che pensa a quel .che diran nel paese, a quel che_dirà · patri Gabriele. · .Quando incominciano a rimettersi, i~cominciano pure a prendersela chi col ponte, chi con colui che lo fece, e ciascuno col suo compagno il quale non aveva preveduto quella catastrofe. Fortunatamente quel discutere alla ricerca della responsabilità stando ·mezzi da l'una e mezzi dall'altra parte del fiume, dava garanzia contro il pericolo che, scaldandosi troppo, veniss'ero alle mani: un sistema che .potrebbe seguirne in simili contingenze. Finalmente quelli della r~va sinistra del Ciània sono riusciti ad accendere un po' di . fuoco: e questo bastò per ~ecidere gli altri a passare da quella parte. Il fuoco per quest1;1 ·gente è come un buon bicchier di vino che chiarisce le idee e dà for?<a ad attuarle: si tran'quillarono, discussero, e poco per volta concordarono tutti nell'unica conclusione pos· sibila: che cioè, la campana, se si voleva con· tinuare il viaggio, bi!logn~va .tirarla fuori.· . ' l' o E siccome per giungere a questo risultato non c'~ra altro mezzo che. d discendere nell'acqua fredda, lo fecero con alte grida - forse più alte dei futuri squilli dèlla campana - per sentir il meno· possibile il ribrezzo del rinnovato bagno. I nostri semipalombari à'agitano, giran di qua e di là, spariscono e ricompaiono; e finalmente - sicco_me quella campana non è del genere dei sommergibili francesi che quando van sotto non c'è più verso di farli tornar su - riescono a tirarla a riva. · Non è a maravigliare che un lavoro di tal fatta avesse esaurito tutte le forze, e tutto il .coraggio della carovana : nessuno dopo quella forzata applicazione idroterapica ha più voglia di andar ~vanti.' Si accampano percl.ò sulla riva del fiume traditore, accanto aTla salvata c~mpana. La reazione che i me· dici prescrivono dopo tali bagni, essi la fanno attorno ad un gran fuoco, che può dirsi l'u- • nica consolazione che· ormai loro rim~nga; i viveri- che sarebbe l'altra - essendo quasi :6.niti. Il poco che di questi loro resta vien sùbito liquidato, fra i commenti più animati sull'accaduto e una certa qua~ gioia per il superato pericolo. , Leggèndo che i bra~i portatori si accamparono nesfìuno fraintenda. La parola in questo caso esprime troppo. Sperd11ta come un punto ·per l'immensa pianurà è la campana: accanto ad essa schioppettà. un gran,fuoco alimentato da resinosi tronchi di giunipero: attorno al fuoco, seduti o coricati, stanno i portatori: così a cielo aperto; completamente esposti alle raffiche gelate del,Rinangòp, ai cui piedi ·ora si trovano. La risultante naturale di queste due forze contrarie è che gli uomini da· un lato arrostiscono, dall'opposto gelano ; l'interno di quel circolo .umano, a causa dell'alta fiammata, è come un forno; l'esterno, ' per ·quel 'vento, è un ghiacciaio. Per ristabi- ' . lire un cer.to equilibrio termico, i portatori si presentano al fuoco or di faccia or èol dorso ; e.rivoltandosi ognt tanto, provved~noalterna- . tivamente di calo~ico quelle parti del loro· corpo che le gelate raffiche van raffredando. Un lavoro che dura per q,uant'è lunga la
.,. 1.2 .eof1solata ' 43 notte: che senza v~stito ed a queste altezze (m. 2500 sul· mare), còÌl quel gelato monta· , gnone sulle tes'te, rappresenta l'unico mezzo ·che loro resti, non dico per passar conforta~ bilmente la notte, ma per passarla vivi. Conviene aggiungere che prima di .notte .ogni ~riciolo di viveri era finito, cosa abituale nei neri nè previdenti nè temperanti; spie· gabilissimo poi nei 1nostri, essendo già tra-' scorso il numero delle giornate calcol'a.te 'per il viaggio,· mentre essi, per le improvvise e imprevedibili difficoltà sopravvenute, non si , trovavano che a mezza via. Non Ò quindi da far meraviglia se il 'mattino dopo all'alba, ·contrariam'ente all'uso degli indigeni, fosser .già in piedi e pronti ·a partire. Sentivano il bisogno di scuotersi di dosso quel torpore che li agghiadava; di portarsi presto fuori d}quel deserto, dove appena le scimie e gli elef~nti trovavano da vivere. Dopo tali precedenti non è difficile imma- .ginare con quali idee nere, questi nostri sfortunati portatori si accingessero a dar l'assalto alla catena dell'Aberdare, la quale ine- ·sorahile s'e~geva loro davanti: una catena i cui colli più bassi sorpassano i 3000 metri sul li vello del mare! Forse ne'sauna campana in Europa fu mai portata così in alto! Provvisti di freddo e di fame i poveretti ·diedero la scaiata ai primi contrafforti. Ciò spiega come, mancando alle loro menti 'impressionabili la parola e la direzione di capi -europei a mantener alto il morale, ed ai loro -coq~i indeboliti gli eccitanti materiali di cibo· -con cui rifocillarsi e vestiariò contro i rigori ·dell'alta montagna, il loro coraggio se ne an- ·d.asse a poco a poco. Gli strapazzi dei giorni. antecedenti incominciavano a far sentire i loro effetti debilitanti, produce~db, una graduale diminuzione di forze, e la campana -ormai avanzava lenta, .lenta, con soste fre- , quanti, mentre l'erta si andava facendo più ripida, e il sentiero fra i bambù tracciato dagli elefanti d'veniva di più :in più stretto -ed impraticabile. In questo stato di animi e condizioni di ,eorpi,le ditficoltà della salità. parevano ingigantire ad ogni passo, ed.ogni passo diveniva più faticoso, più lentò: céssati ' ' i canti, cessato il parlare; ad intervalli appena si poteva udire qualche esclam~zioné , isola,ta che restava senza risposta: eh! mahende makùa (povere le mia ossa!). La povera carovana della prima campana de~ Kénya s'era oramai ridotta nelle condizioni di una nave piena di falle e tutta sconquassata, che !>ene o male tenta di arrivare in. portO e. ci arriverebbe forse; se il mare si mantenesse tranquillo ed il vento favorevole, ma basta clJ.e si levi un po' di te~pesta per sfasciarla e mandarla a fondo. E la tempesta per i nostri venne. Ad uno svolto dèl sentiero; quando questo dà su uno spianato di-erbetta alpina, aprentesi come uno squarcio luminoso fra la tetra penombr~ della foresta di bambù, un macabro spettacolo si presenta ai loro sguardi e li agghiaccia di terrore. Il piccolo spianato, come un campo di' battaglia, è seminato 'di cadaveri. Son s~dici!- qualcuno tutto raggrinzito e raggomitolato su se.stesso,. altri impugnanti un tizzone spento, quasi suprema àncora di salvezza'che pure non riuscì a salvarli; altri bocconi, altri supini in atto di estremo abbandono. Per i nostri fu il colpo di gràiia. Come di comune intesa, ma senza neppur essersi scambiata parola, posano a terra la campana in 'lllezzo a. quei morti e si danno ad u.,na fuga disperata., pazzesèa, inconsci del 'dove a·ndassero, pur di fuggire quel campo di morte, ·terrorizzati dalla. paura che gli spiriti 'di quel lu!lgo vogliano pre'nderli anch'eSili, come si eran presi quegli altri. (ContinU:a) . Ohi non può fare oft'erte s'adoperi a procurare qualche nuovo abbonato al periodico. U.n. bel modo . di /ar la carità ai·missionari è quello di -offrire loro delle limosine per celebrazione di Messe. La .IJt'r.ezione del periodz'co le accetta con riconoscenza e te trasmette con premura ai mz'ssz'onari. Per queste . .Messe l'Autorità .Diocesana ka fissato la elemosina in L . .2;50. ' ' l
' ' 44 CENNI ; BIOGRAFICI del V eqerabile ·Giuseppe Gafasso ~ CAPO III. Convittore. SOMMARIO : Mali che ..tlliggevario ' la Chiesa in Piemonte nella prima metà del secolo xix. n Giansenismo' ed il Rigorismo - S. Alfon.so de' Liguori e la sua teologia morale - n teo1!lgo Luigi Guala, fondatore del Convitto ecclesiastic'o - D. Cafasso . . a Torino - Entra in 'Convitto - Suo ritratto mo· rale fatto dai coii)pagni - Sua straordinaria appli· cazione allo studio - Splendido esame per le patenti,di confessione ~ Prendà il piccolo! Il Venerabile usciva o~amai dall'ambito ristretto del paese natio e del Seminario per entrare nel mondo e nella vita pubblica, dove - - come vedremo _:_ la Provvidenza gli aveva assegnata una grande missione. l ' Sotto un'apparente calma correvano allora dapert u.tto tempi' difficili per la Chiesa, la quale nel nostro Piemonte attraversava: un periodo paragonabile _alla sosta fra due te~~ peste: la Rivoluzione francese, che nella re· giona sumalpina aveva avuto un così grande contraccolpo, e la Rivoluzione italiana che s'and!!ova preparando. Anche tra noi - seb bene i:n forn:ta e misura assai meno g'rave che altrove - dalla politica s'infiltrava nelle coscienze la tendenza a legittimare le usurpazioni del potere civile sui sacri diritti della Chiesa; 'serpeggiava lo spirito di insubordinazione all'a,~torità del Papa e ,dei Vescovi, promosso specialmente da una sta~pa ipocrita e perversa, insieme con quella falsa libe~tà di pensiero e di giudizio anche in . cose di rel~gione, che già era stata tan-to fatale alla Francia Emi finire del secolo XVIII. La moda, l'esempio di mo'lti diffondevano ·poco a poco tra il popolo la smania di novità, di emanciparsi delle àaggie e modeste usanze antiche, così buone~ custodi dell'ordine e della moralità' cerca~do a scapito d' entrambe . queste cose lucri è godimenti. Sfortunatamente anche il clero, specie il giòvane, si risentivà aiquanto di'questo stato morale delìà sòcie~à, con dannÒ· dei 'fe~èli , i ~ q pali ~~n poteyano, certo ,es,s,ere infervorati . alla pietà, nè richiaiJlati alla severa disciplina da chi non era· tròppo penetrato dell'una nè zelante dell'altra. . , Ma una iattura incomparabilmente più grave veniva alle anime dal cosidetto Rigo· rismq che imperava nell'insegnamento delta. teologia: morale, ed -era unii. remota· derivazione di ·una perfida e sottile eresia, .detta. Giansenismo dal suo autore Cornelio _Gia_nsenio, vescovo d1Ipri nel Belgio, morto nel1g3.8. Il Giansenismo cop erronee teorie sulla grazia santificante e.sul modo con cui essa si co· munica all'uomo, av:eva sparsò d.ottrine de- ,solanti le quali, dalla Franci~ che ne fu i1 .centro malefico, malgrado le ripetute condanne dei Sommi Pontefici, continuarono per secoli a diffondersi .più o meno maschera.te ed attenuate, infettando i libri asce.tici el'insegnamento teologico. , . Il Rigorismo, èome lo indica il suo nome, ' ·sottilizzava con s.pirito farisaico sui casipratici di · coscienza, trovando dapertlltto colpe o circostanze-aggravanti; esagerava spaventosamente la difficoltà di ricevere colle dovute disposizioni i sacramenti, di lucrarele indulgenz.e, di acquistar meriti per mezzqdelle pie pratiche, tacciando la pi]i parte d~ esse di superstizioni, o quapto meno di. ·superfluità puerili che toglievano decoro e pu-- rezza alla religjone. Ognuno vede come il sacerdote formato coll'insegnamento rigoristico dovesse, più assai che quello alq'!ànto rilassato nella· sacra disciplina, riuscire un predicatore ed un confessore fatto apposta.. per allontanare le. anime da un Dio chG appariva un tiraiino, anzichè il padre amorosG ch'Egli è delle sue creature; per distoglierle da una vita spirituale ida di spine, priva· di ogni soave allettamento, ed in ispecie di ciò _che ne è il supremo conforto ed insieme il più poderoso aiuto alla virtu: la comunione frequente o quotidiana.· A combattere il rigoristno .era sorto nel secolo XVIII S. Alfonso Maria de' Liguori, vescovo di S. Agata dei Goti n._el Napoletano e fondatore della Congregazione dei Redentoristi (1696-1787). Ardente di zelo per la 'salute delle anime, a giovare efficacemente alle m~desime, 'egli aveva composto un C6rso com-
tiJ <Zof1sola-ta 45 j>ieto di teologia: morale, solidamente fondato sulle dottrine dei Ss. Padri e Dottori della . Chiesa:, stupendo per chiarezza ~ precisione ed insieme ispirato a quel giusto spirito di mitezza predìcato dal Divino Maestro, il quale aveva chiama~a la sua legge un peso leggero ed un giogo · soave. Le ·dottrine di S. Alfonso, da lui stesso e dai suoi sacerdoti ~pplicate nel loro apostolato tra ·il popolo napoletano, avevano dati copiosissimi frutti di conversione e santificazione; ma appunto perchè si erano mostrate così utili alle anime, -furono sempre prese di ·mira dal nemico in· fernale: anche oggidì abbiamo di ciò chiare prove. Nei tempi · di cui ci occupiamo, la teologià morale di S. 41fonso era disdegnàta come troppo s_emplice e mite_dai nostri professori dell'università e dei seminari, e 'particolar~ente vitup!:lrl)ota da ljb_eraloni sullo stampo di Vincenzo· Gioberti, il .quale ne disse tutto il male possibile ~nel suo Gesuita moderno.' La Provvidenza però, che tanti segni di predilezione diede nel campo religioso al Piémonté, a preniunirl~ per prossinti cimenti, aveva ispirato a diversi ottimi sacerdoti di consecrarsi a raddrizzare le idee e rinfoco~ 1are la pietà frà Ì laici, mentre· suscitava uno strenuo campione delle,dott:t:ine di S. Al- _fonso de' Liguori per incominciare la assai .-più importante riforma del c}e~o pìemontese. ·Fu questi il teologo Luigi Guala rettore della chiesa di :s. Francesco d'_t\ssisi. Fin dal1817, ottenute le Regie patenti, égÙ aveva fondato, con sede nell'antico conve~to , annesso alla detta chiesa, il Convitto ecclesiastico. Quest'istituto doveva essere una scuola di perfezionamento pèr .i novelli sacerdoti, • i quali; vivendo per qualche tempo sotto un opportuno regolamento, , potessero più facil- ·mente formarsi alle virtù· del proprio. stato, ·intanto c~e compivano la loro istruzione nella teologia morale per abilitarsi al ministero delle confeejsioni, e ricevevano appbsite le-· zioni di sacra oratoria per formarsi alla predicazione. U Convitto, naturalmente, partecipò subito alla cattiva considerazione in cui erano 'tenute le dottrine Lig11:oriane c~ v1 s1 msegnavano. Mà il , Guala, uomo di polso e di carattere.·come di scienza e di soda pietà, continuava.. per'la sùa via, senza sgomentarsi delle critiche e delle vessazioni di cui erano oggetto la sua persona ed il - suo istituto, nè del piccolo numerD-> dei suoi allievi. Sorretto da àlcune elette pers6nalità. del clero e particolarmente dai padri Gesuiti, e sopratutto fidando in Dio, egli guardava sicuro l'avvenire per il trio.nfo della buona causa. ' ' Ma è tempo oramai · di tornare direttamente al Venerabile, da noi lasciato, sul finire del precedente capitolo, sulle mosse di avviarsi a Torino in compagnia del fido Allamano, -il quale ci fornisce in proposito al· cuné notizie, ·con frasi che sono veri gioielli ' di espressiva semplicità. « Cafasso ed io - così egli narra - andammo :a Torino e pren- .demmo alloggio vicino alla metropolitana, in . due camere procurateci dal prevosto D. Dassano. Il pranzo ce lo p9rtavano ogni giorno da una vicina loèanda, ed'alla sera facevamo noi stessi la mines~ra'-; il vino mandatoci dai nostri genitori ce lo portava dalla cantina un ragazzo, che in compenso veniva da noi istruito. Per l'assetto delle camere la madre di D. Cafasso ci aveva procurato una donna, , -che tuttavia presto licenziammo, non piacen- , doci il suo fare troppo entrante ~- L'insegnamento - per cosi dire - ufficiale della teologia morale si dava all'uni· versità ed ' al seminario métropoiitano. A questo i due a,mici si presentarono per farsi iscrivere regoiarmente al corso, t~nuto dal canonico della metropolitana Enrico Fantolini. Però dopo poche lezioni, non soddisfatti nè'della sostanza di esse,·informate ai comun,i pregiudizi rigoristici, nè del metpdo del professore, si· recarono all'università ad udìre l'altro insegnanté in titolo: il canonico·'Bricco della Trinità. ·Ma ne riportarono una poco dissimile impressio;_e, sicchè si trovavano assai scoraggiati ed incerti sul partito da prendere, quando seppero che in Torino si teneva un terzo cor.so di teologia morale: quello del <.tuala. Udita una sua conferenza; ne rimasero così contenti che tosto si pre-
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