Settembre 1906 $.' " A:n.:n.o _VIII • N. 9 · ·~=..J c:rtt.A~~ ~ ~~j AUGUST.IE TAURINORUM ~ -' CONSOLATRIX ET PATRONA ~ ~ ~Jrc\.,y~'" '1. periodico f\eli~ioso Mertsile ESCE DIREZIONE AL PRINCIPIO PIAZZA DELLA CONSOLATA DEL MESE TORINO
- n =. n ............ wc -·~ Da persone residenti fuori Torino ci viene spesso rivolta dimanda se c'incarichiamo di provveder loro dei cuori d'argento o candele da accendersi nel .. santuario. E alla nostra risposta affermativa, ci passano l'incarico inviandoci l'importo. A risparmiare questo doppio disturbo avvertiamo una volta -per sempre che la Direzione del periodico (la quale è affatto indipendente dalla Amministrazione del santuario) si assume a favore dei suoi abbonati questo incarico di provveder cuori d'argento e candele, quali rimette alla sacrestia del santuario, procurando che le candele siano immediatamente accese, ed i cuori vengano appesi all'altare dell'Immagine miracolosa. · Per comodità dei richiedenti registriamo qui i prezzi dei tipi più ordinari di cuori di argento e di candele votive : Candele bianche: L. 0,10 -0,15 -0,20 - 0,25 -0,30 -0,40 -0,50 - 0,60 . 0,80 - 1,20 - 1,50 - 1,80. - Torcie: L. 3,10 - 3,60. Candele colorate-miniate: L. 0,20 - 0,30 - 0,35 - 0,45 - 0,60 - 0,70 - 1,00 -1,45 -2,10 -4,25. Cuori d'argento Usci : L. 0,30 - 0,35 - 0,40 -0,60 - O, 70 -0,90 - 1,00 - 1,60 -2,10 -3,50. - Cuori contornati In filigrana: L. 1,60 - 2,40 -3,15 - 3,75- 3,90- 4,20- 4,90- 5,50. Cuori racchiusi entro cornici ovali di metallo dorato: L. 0,90 - 1,20 - 1,50 -2,60 -3,40 -4,70 · 6,10 -7,50 -ecc., ecc. ULTIMA NOVITÀ CON PROPRIETÀ RISERVATA British East Africa 's witd t11pes and customs . Abbiamo iniziato questa prima serie con 23 soggetti originalissimi: sono vere fotografie al bromuro tratte da negative prese espressamente per questo scopo tra i selvaggi dell'Africa equatoriale.. Prezzo di ogni cartolina L. 0,10 Prezzo della collezione completa di 23 soggetti L. 2,lO più centesimi 15 di porto raccomandato. A titolo d'esperimento mandiamo la collezione completa in esame contro deposito di L. 2,25 da parte del committente, pronti a riprenderei indietro tutte od in parte le cartoline stesse (se rimandateci in buon stato e con spedizione mccomandata) ed a ritornare al committente il suo deposito, con deduzione delle sole spese postali. Insistiamo sull'avvertenza che le spedizioni di queste cartoline siano semprt richieste e fatte raccomandate, pe1-chè quelle spedite senza raccomandazioue, molte volte non pervennero al destinatario. Sono soggetti curiosissimi e si capisce la tentazione..... La Direzione non risponde delle spedizioni non raccomandate. ........ .. = .. nn ne - .... ·- ... l
~· Settembre 1908 ~ ~n salata ··RI~~~~!~s:S,LE DffiEZIONE ~~ç:=~.M~:.::.:OO:~~'o~oUo= PIAZZA DELLA CONSOLATA glia di Torino nel 17C6: Arrivo del Principe Eugenio e preparativi di battaglia - La battaglia -Torino libera- IndulTORINO ganze a chi visita il santuario nel mese di settembre - Orario t ·::::- ,.::~:~:.:.:::,: •;:::;. '" Afrioo, 1 settembre 110& · 1 settembre 190& l f',alutiamo con religiosa e patriottica esultanza, scriviamo a fulgide lettere adamantine la data che si appressa, con sì opportuno pensiero posta a riscontro dell'antica la quale, a due secoli di distanza, ancora si estolle e giganteggia gloriosa sui ricordi storici del passato. Da quel giorno memorando trascorsero in lunga vicenda tempi, generazioni ed eventi. l baluardi di Torino, rimasti saldi incontro al potente nemico che aveva giurato di raderli al suolo, caddero sotto l'impulso fe· condo del progresso e della prosperità. Dal secolo XVII la capitale del Piemonte ha quattro volte raddoppiato la sua area e la sua popolazione, e là dove fu già - lunga minaccia di ruina e di morte - l'immenso campo gallispano irto di micidiali batterieora ferve in grandioie officine il lavoro pacifico, fonte di vita e di ricchezza. Tutto è mutato esteriormente dentro ed intorno a Torino. Ma, segreto mirabile che nobilita l'incremento materiale; balsamo di· l l i l l ~ vino che lo perpetua, preservandolo dall'es· sere fatale cagione di morale decadenza, ancora vive immutata nella parte più eletta della cittadinanza torinese la fede religiosa degli eroici avi, ed ancora - sul loro esempio - si estrinseca nella più dolce sua manifestazione: l'amore ed il culto a Maria Consolatrice. « Se sarete divoti della Madonna vincerete » suonava la parola profetica del B. Valfrè nelle distrette dell'assedio di Torino. E testè il nostro venerato Cardinale Arcivescovo, assistendo ad un'imponentissima festa in onore della Vergine SS., ebbe in un suo ispirato discorso ad esclamare: « No, il Piemonte non sarà traviato dalle ree dottrine; il Piemonte sarà liberato dai mali che im· perversano, perchè esso è divoto della Madonna». La C'lnsonanza dei due detti è insieme un alto insegnamento ed un lieto pronostico. Tra il Santuario della Consolata e la Basilica di Superga si svolse la stupenda epopea principiata coll'assedio e finita colla splendida vittoria di Torino. E finchè i due storici templi - mistiche cittadelle e solenni testimonianze - staranno venerati sulle due op-
130 U. 8ortsolata poste sponde del Po, la Chiesa e la Patria avranno nella forte regione pedemontana un sicuro propugnacolo, e nei suoi abitatori i degni eredi dei grandi e degli umili eroi, meritamente commemorati ed onorati in queste feste bicentenarie. t'assedio B la bat,aglia di Toriqo nel 1706 ~= VI. Arrivo del principe Eugenio e preparativi di battaglia. Il principe E~< genio riordina r esercito imperiale - Geniale BilO piano di marcia per cond11rlo dal lago di Garda;,. Piemo1tte - Fortuna con cui lo esegllisce, sconcertando i capi supremi dell'esercito gallispano di Lombardia - I1tcontro del principe Eugetoio e di Vittorio Amedeo II a Carmagnola - I due principi salgono a Superga per esplorare il campo galtispano - Concertano il loro piano di attacco - Voto di Vittorio Amedeo II - Assalto al castello di Pia11ezza- Maria Bricca. Era finalmente giunta l'ora segnata in Cielo per la liberazione di Torino. Sotto le mura dell'eroica città, ridotta all'estrema distretta, stava per apparire l'uomo pr0vvidenziale, il grande capitano che tra i suoi titoli d'onore ebbe pur quello di Cavaliere della Consolata: il principe Eugenio di SavoiaSoisson. Dopo la sconfitta toccata all'esercito imperiale d'Italia a Calcinato (19 aprile 1706), egli era tornato a riassumerne il supremo comando. Due mesi però gli occorsero per riordinare l'esercito, e coi rinforzi d'uomini e di attrezzi guerreschi giuntigli man mano dalla Germania, metterlo in grado di potersi cimentare con vantaggio contro le forze superiori dell'esercito gallispano di Lombardia, che gli stava di fronte sotto il Vendome. Ma ai primi di luglio il principe Eugenio ha le sue truppe distese dal lago di Garda al basso Adige, ove matura il suo piano strategico e lo eseguisce con tale audace genialità d'azione, che il passaggio attraverso un paese occupato dal nemico è dalla storia registrato come una delle più belle gesta del grande capitano. Senza sgomentarsi sormonta le estese e robuste fortificazioni con cui il Vendome si teneva sicuro di chiudergli il passo; richiamata l'attenzione del nemico sull'Adige medio, passa il fiume più in basso, e colle sue mosse sagaci riesce a gettare il Vendome - buon capitano, ma indeciso per carattere - in tale mare d'incertezze che lo riducono quasi all'inerzia. Approfittando delle medesime, il principe Eugenio varca anche il P o e si dispone ad attraversare la regione emiliana. Il Vendome chiamato in Fiandra, è sostituito dal duca d' Orleans e dal conte mare- . sciallo Ferdinando Marsin, al comando dell'esercito gallispano. Ma il cambiamento non muta la condotta nè la fortuna del principe Eugenio, il quale, continuando nel suo sistema di sconcertare il nemico, lo vede man mano ritirarsi davanti dalle linee del Panaro e dalla Secchia, tanto che in un dato momento gli balena il pensiero di risolvere con una battaglia nel basso Modenese il problema della liberazione di Torino. Ma poi muta pensiero; per meglio assecurarsi la marcia in avanti espugna Carpi e Reggio fortificate e presidiate dal nemico, ed il 19 agosto giunge a Cadeo, a soli 10 chilometri da Piacenza. Qui da messi di Vittorio Amedeo riceve comunicazione della lettera, datata 13 agosto, con cui il Daun chiede se non sia il caso di arrendersi, data la penuria di polvere nella piazza assediata. Il principe Eugenio risponde al cugino ed al Daun colle più incoraggianti parole, conchiudendo « Io marcierò giorno e notte ». E da par suo tiene la parola. Facendo percorrere ai suoi soldati, sotto il sollione e l'arsura, trenta e più chilometri al giorno, avanza rapidamente, e non incontrando nella gola di Stradella la resistenza che supponeva dovergli ivi essere fatta dalle forze dell' Orleans o da quelle del La Feuillade, il 23-24 l'esercito imperiale si raduna a Voghera; il 26 transita audacemente tra le due fortezze di Alessandria e Tortona tenute dal nemico; nei due giorni seguenti varca la Bormida ed il Tanaro ed entra in territorio piemontese per un ponte militare, fatto gettare all'uopo dal duca di Savoia. La sera dello stesso giorno 28 agosto, precedendo le sue truppe, il principe Eugenio si porta a Villanova d'Asti, ove trovata una
J1l <2ortsotata 131 scorta di 200 cavalli mandatagli incontro da Vittorio Amedeo, con essa s'incammina verso Carmagnola. Il duca di Savoia, intanto, non s'era dato un momento di riposo. Nel tempo stesso che con nuove leve e chiamando all'armi la milizia cittadina di molta parte del Piemonte, andava concentrando-al suo campo, posto alla l Motta di Carmagnola, le ultime forze di cui ancora poteva disporre, si era adoperato nel miglior modo a facilitare l'avanzarsi dell'esercito liberatore. Giorno per giorno aveva trasmesso al cugino le notizie che andava. con ogni diligenza raccogliendo sulle mosse e sui disegni del nemico; aveva fatto riattare ponti e strade ed apparecchiare vettovaglie. L'incontro del principe Eugenio con Vittorio Amedeo II avvenne la sera del 29 agosto poco lungi dalla città. Secondo narrano storici minuziosi, i due cugini si abbracciarono e tacquero, esprimendo con quel silenzio commosso, meglio che con qualunque parola , i pensieri e gli affetti che agitavano in quel momento iloro animi. Sebbene fossero rimasti sempre in corrispondenza epistolare, da circa dieci anni essi non si erano abboccati, e nel frattempo, per le vicende della politica, si erano trovati a combattere in campi opposti, allorché Vittorio Amedeo II era alleato della Francia. Ma dal 1703 anche sul terreno politico essi avevano proceduto concordi, e nel momento attuale uno solo era l'alto scopo che li univa: liberare il più presto possibile Torino dalle strette in () cui si trovava, e rialzare colle sorti del Pie· i monte quelle dell'augusta loro Casa. Ed a ciò non tardarono a volgere il consiglio e l'opera. Per loro disposizione, nei giorni 30 e 31 ago3to si operò la congiunzione del-
132 1.2 eo.,solata l'esercito imperiale e .di quello piemontese nei pressi di Villastellone, dove il l 0 settembre i due principi li passarono in generale rassegna accolti da alti applausi, bene esprimenti l'entusiasmo guerriero e la fiducia che a soldati ed ufficiali ispirava la presenza di tali condottieri. Il principe Eugenio, vincitore dei Turchi a Zenta ed eroe di tante altre battaglie, benchè solo sui quarantatrè anni, già aveva oscurata la fama dei più provetti generali e reso il suo nome riverito e temuto in tutta Europa; Vittorio Amedeo, più giovane di due anni del cugino, era certo meno illustre per celebri vittorie riportate, ma gli cingeva la fronte di una meritata aureola l'invitta costanza colla qude sfidava le ire del più potente sovrano del tempo, ed il genio con cui sosteneva contro di lui una lotta cosi lunga e disuguale, senza cedere mai nè tampoco piegare. Entrambi i principi di Savoia poi, non sdegnosi di dividere all'occorrenza colle proprie truppe la mensa e le più umili fatiche; sempre primi ai pericoli; affabili e giusti coi più alti ufficiali come coll'ultimo gregario, esercitavano sui loro soldati quel fascino che sul campo genera a schiere gli eroi. Le truppe regolari dei due eserciti sommavano in totale a circa 30 mila uomini, ed 8 mila ne annoverava il corpo formato dalla milizia cittadina. La notte del 2 settembre, mentre il generale Fels occupava Chieri, Vittorio Amedeo ed il principe Eugenio, in umile veste e con poca scorta di cavalleria, salivano al più elevato fra i colli a scirocco di Torino : Superga, che distando meno di cinque chilometri in linea retta dalla piazza assediata, dava loro modo di esplorare il più da presso possibile il campo franco-ispano. Di lassù l'occhio dominava quasi l'intera cinta della città e gran parte delle linee di circonvallazione e di controvallazione dell'assediante, divise naturalmente dal Po e dalla Dora in tre distinte sezioni. La prima di queste, partendo dal P o a valle di Torino, dove esso riceve la Stura inferiore, andava obliquamente a toccare la Dora presso Lucento; la seconda correva da questo punto della Dora fino in faccia a Cavoretto; la terza, finalmente, lasciando il Po a Cavoretto, raggiungeva presso l'Eremo il sommo delle colline, per ridiscendere al fiume stesso vicino alla Madonna del Pilone. Le due prime sezioni si abbracciavano quasi interamente collo o sguardo dall'alto di Superga; l'ultima·, invece, rimaneva in gran parte nascosta dalle disuguaglianze del terreno su cui era tracciata. I due principi cugini dovevano risolvere un duplice problema: decidere, cioè, se per liberare Torino meglio convenisse assaltare a fondo l'assediante nelle sue linee, in un punto di esse da determinarsi; oppure se fosse miglior partito dar modo alla piazza di prolungare la sua resistenza, introducendovi rinforzi di uomini e di provvigioni, intanto che, con bene architettate manovre e coll'impedirgli di rifornirsi di viveri, si sarebbe costretto il nemico a sciogliere l'assedio. Ma questo secondo partito fu subito scartato. Gli estremi a cui Torino era ridotta richiedevano una soluzione rapida ed l immediata, e d'altra parte i due capitani che troppo, contro loro voglia, già avevano temporeggiato, miravano a decidere con un solo colpo le sorti della guerra in Italia. Essi riU solsero dunque di attaccare il nemico nei suoi ~ trinceramenti; ma restava a scegliere il punto ' 1 più vulnerabile di essi, a fine di dirigervi contro il maggiore sforzo delle armi. l Fra le sezioni sopra indicate delle linee gal· lispane, si presentava a primo aspetto come cosa ovvia e naturale che l'esercito austropiemontese tentasse di sforzare quella delle ~ alture, perchè esso poteva giungervi con minor cammino e senza staccarsi dalla sua base di operazione, cioè dalla direzione del suo campo, su cui poteva ripiegarsi in caso di sconfitta. Ma appunto in previsione di un attacco da questa parte, gli assedianti vi avevano costrutto con maggior robustezza e moltiplicate le fortificazioni. Non meno formidabile appariva il tratto delle linee tra Cavoretto e Lucento, che circuiva il corpo della piazza, e dove le trincee ed i ridotti, intrecciantisi come fitta rete, avrebbero costretto l'assalitore a superare ad ogni passo un nuovo ostacolo; per di più appunto in questo tratto erano acquartierate la maggior parte delle forze gallispane in uomini ed in artiglierie. Restava il terzo tratto, da Lucento al Parco Vecchio sul Po a valle di Torino. Ma per giungervi, l'esercito che si proponeva di soccorrere la piazza, doveva anzitutto compiere una rischiosissima marcia di fianco davanti al grosso dell'esercito nemico; passare sotto i suoi occhi la Dora; schierarsi q·uindi tra la Dora stessa e la Stura, in una zona di terreno
J.lt <2of}solata 133 larga. appena. tre chilometri, epperciò stimata dai più insufficiente all'uopo; finalmente doveva esporsi, in caso di mal successo, a.d aver tagliata la ritirata sulla propria base. Tutte queste disastrose condizioni, congiunte alla remota giacitura di quel tratto di terreno, Vittorio Amedeo II. diametralmente opposto alla parte d'onde giun-~ geva l'esercito di soccorso, erano state dai generali francesi stimate difficoltà cosi gravi da rendere al tutto inverosimile un assalto da quel lato. A questo proposito il duca d'Orleans seri- ~ veva a Luigi XIV, in data 30 agosto: « Il paese tra la Dora e la Stura è cosi stretto, che i nemici non possono venirvi con tutta o la loro armata, e neppure farvi passare un corpo che soccorra la piazza ». Ed in conseguenza di questo giudizio - che per verità appariva logico e fondato - il tratto in questione era bensì munito della linea di contro· vallazione, ma vi mancava ancora interamente quella di circonvallazione, il mattino in cui i due principi l'osservarono coi loro cannocchiali dalla vetta di Superga. Appunto il lato che pareva assurdo assalire, fu scelto come punto principale d'attacco dal principe Eugenio e da Vittorio Amedeo II. Essi stabilirono però che mentre il grosso delle forze austro-piemontesi avrebbe colà operato, un corpo secondario, composto in gran parte di milizia cittadina, si sarebbe avanzato contro le fortificazioni gallispane della collina, nell'intento di coprire la destra dell'esercito principale nella sua marcia ; di tenere occupate le forze nemiche accampate da quel lato e, dato il caso che queste accorrendo SL::l campo dell'azione principale avessero indebolita la difesa delle alture, cercare di introdurre per quella via qualche soccorso nella. città assediata. Il disegno, dovendo necessariamente subordinarsi alle mosse del nemico, poteva nell'esecuzione subire qualche variante; ma in massima e nelle sue linee essenziali rimaneva ben determinato e stabilito, dando a chi l'aveva concepito l'intima soddisfazione dell'artefice che sente il valore e la solidità dell'opera sua. La fortuna che fin allora avevano avuta cento piani parziali e minori di ciascuno dei due principi, era fatta per ispirare loro la fiducia che anche questo
134 Jl1 CZof}solata ultimo, generale e grande: quello che a tutti i precedenti doveva dare pieno valore e corona, sarebbe riuscito a lieto fine. Ma è proprio dei grandi animi il riconoscere che· al disopra di tutti i calcoli terreni stanno le disposizioni della Provvidenza, e che il dito di Dio segna con eguale inflessibilità e precisione l'orbita alle stelle del cielo e la parabola ai destini degli uomini e dei regni. Perciò il baldo affidamento che loro dava la coscienza del proprio genio e la fortezza della propria spada, non era nei due principi cugini disgiunto da una certa nobile trepidanza, e nel momento solenne in cui la loro decisione arrischiava il tutto per il tutto, la loro mente, per lungo uso e per avite tradizioni, s'innalzò al Cielo ad implorare l'aiuto e la benedizione all'impresa. Documenti recentemente scoperti ci narrano che i due principi arrivati sul colle di Superga nel cuore della notte, bussarono alla povera canonica della parrocchia, che trovavasi allora su quell'estrema vetta. Fattisi a stento riconoscere dal buon curato, furono ammessi nella chiesa, dove entrambi si confessarono e comunicarono. Il- teste presente a quell'atto, aggiunge nella sua narrazione che era tanta la loro commozione, da lasciar bagnato di lacrime il piano dell'inginocchiatoio su cui erano appoggiati. Fu forse iii questi istanti che il Signore ispirò a Vittorio Amedeo il voto da lui fatto: di erigere sul luogo dell'umile parrocchia di Superga l'attuale sontuoso tempio ad onore di Maria SS. E quando egli coll'augusto cugino, testimonio assenziente del voto, e colla scorta di forti guerrieri, commossi ed inteneriti per religiosa pietà, riprese la via del ritorno, a tutti la solenne promessa del Sovrano alla Vergine benedetta suonava in cuore come lieto auspicio. Intanto anche il nemico discuteva e formava il suo piano. Al Consiglio di guerra tenuto negli attendamenti e sotto la presidenza del duca d'Orleans, i generali francesi, per prima cosa, confrontarono le forze a cui erar:.o preposti con quelle dell'avversario. I due eserciti gallispani, cioè quello che dal maggio assediava Torino e l'altro testè arrivato dalla Lombardia, contavano complessivamente da 44 a 45 mila uomini, dei quali 10 mila di cavalleria. Degli austro-piemontesi, il corpo di truppe costituenti il presidio di Torino non poteva essere certo calcolato come forza operante in aperta campagna; nè molto valore o militare potevano avere per lo stesso ufficio i battaglioni di milizia cittadina, che sapevansi raccolti per l'imminente conflitto da Vittorio Amedeo. La partita si sarebbe dunque essenziahriente-decisa contro le sole truppe regolari dei due principi di Savoia, ritenute dai generali consulenti inferiori, più che in realtà non fossero, alle forze ga.llispane. Questo corpo però, di provato valore e formidabile specialmente per i suoi condottieri, s'avanzava compatto e risoluto coll'evidente scopo di sciogliere dall'assedio Torino, la cui espugnazione-stava tanto a cuore a Luigi XIV ed in cui era impegnato a fondo l'onore dei generali francesi. Ora, ad impedirgli di raggiungere il suo intento, si doveva aspettare l'esercito austropiemontese stando nei proprii trinceramenti, oppure prendere subito l'offensiva e muovergli incontro, facendo ogni sforzo per sgominarlo in aperta campagna, prima che esso tentasse di avanzarsi nelle immediate vicinanze della città assediata, col pericolo che riuscisse almeno ad introdurvi soccorsi? Dopo lungo dibattito del pro e del contro, prevalse il partito, sostenuto dalla maggioranza del Consiglio, di aspettare il nemico nelle linee. Il generalissimo, duca d'Orleans, in cui - come già abbiamo notato - l'indecisione menomava sovente le incontestabili qualitàdi buoncapitano, benchè di parere diametralmente opposto, tìnì per acconciarsi alla decisione della maggi(}-- ranza appoggiata dal Marsine dal La Feuillade, tanto più che divideva con essi la convinzione che l'avversario non avrebbe mai osato tentare di sforzare le complicate e ben difese linee ga.llispane. Decisamente i generali francesi non erano felici nei loro piani e congetture, o meglio avevano a fronte troppo sagaci avversari. Il principe Eugenio ed il duca di Savoia s'apprestavano alacremente a compiere appunto ciò che era ritenuto pressochè impossibile, dando esecuzione al piano concertato a Superga. Il 4 settembre, mentre il corpo minore di truppe destinato ad operare sulla collina si recava da Carmagnola a Chieri, il grosso dell'esercito, che s'era all'uopo preparati i ponti, varcava il Po presso Carignano e, volgendo a settentrione, raggiungeva le rive del Sangone tra Beinasco .e Mirafiori. L'indomani, girando intorno a Torino alla distanza di circa 8 Km., esso si accampava presso la Dora; colla sinistra di rimpetto a Pianezza e la destra versola strada Rivoli-Torino.
1!1 eot'}solata 135 Questa marcia - al sommo rischiosa come abbiamo detto - era. stata rego~ata con tutte le precauzioni dell'arte militare. Ma esse riuscirono superflue: il nemico che con facilità avrebbe ·potuto contrastarla sboccando in massa dalle linee tra il Po e la Dora, non uscì dal suo 11-tteggiamento passivo e diede appena un debole segno di vita in un inatteso episodio Durante la marcia, i nostri scoprirono avanzarsi sull'opposta sponda della Dora un convoglio nemico, composto di oltre un migliaio di muli e cavalli carichi di munizioni da guerra e di vettovaglie: esso, sotto buona scorta di cavalleria, proveniva da Susa e muoveva su Pianezza. Apprendere la notizia e concepire l'audacissima idea di fare un buon colpo, fu per i due principi di Savoia cosa dello stesso istante. Essi danno tosto gli ordini opportuni. Due schiere della loro cavalleria, bravamente guidate dal generale piemontese Di Monaste· rolo e dal tedesco Falkenstein, guadano in due punti la Dora e piombano sul convoglio in marcia. I cavalieri che lo scortano, sebbene si difendano bravamente, sono sopraffatti e vanno ih rotta: soltanto una piccola parte di essi, fuggendo a briglia sciolta, con un quinto dei quadrupedi giunge a salvamento nel campo francese; circa 200 uomini sono fatti prigionieri e 500 muli catturati: il resto della spedizione, confuso e smarrito, cerca rifugio nel castello di Pianezza I nostri con un rinforzo di cavalleria e di ·granatieri, circondano senz'altro il castello, non impediti da un drappello di 160 gallispani, il quale - data la sua esiguità- pare piuttosto venuto per una dimostrazione che per una lotta. Nella notte poi, scoperto un passaggio ai sotterranei del castello, vi penetrano; ne sorprendono il presidio e parte ne uccidono, parte ne fan prigioniero, impadronendosi di un ricco bottino. La tradizione locale ha associato al brillante episodio guerriero il nome di un'eroina popolana, che fa degno riscontro a Pietro Micca. Si narra che una giovane pianezzese, a nome Maria Bricca, donna di virile coraggio e dal cuore caldo di amor patrio, dopo aver rivelato agli austro-piemontesi l'esistenza dell'entrata sotterranea al castello di Pianezza, si facesse ella stessa guida ai soldati e, brandendo una scure, li precedesse fin nel salone dove gli ufficiali francesi stavano in tutta sicurezza giocando e bevendo in allegra brigata. Il fatto, ricordato da un'iscrizione sul luogo, è indubbiamente vero; mattare che abbia subito nei suoi particolari qualche variante e siasi adornato di qualche abbellimento leggendario. Checchè ne sia, esso sta a dimostrare sempre meglio lo schietto e rude patriottismo piemontese che, cementando la bella unione d'intenti tra sovrano e popolo, fu nella guerra del 1706 un così prezioso elemento di resistenza e di vittoria Il 6 settembre tutto l'esercito austro-piemontese passò senza ostacoli la Dora su ponti . militari ad Alpignano e, volgendo a levante, andò a porre il campo nel tratto designato tra la Stura e la Dora, colla sinistra davanti a Venaria Reale e la destra dirimpetto a Col· legno, preparandosi ad assaltare l'indomani la linea di circonvallazione, che i gallispani -viste le mosse dell'avversario-vi ave· vano frettolosamente innalzata e non peranco ben finita. Il conte di Santena si accostò colle sue truppe alle fortificazioni francesi delle alture, seguito dalle provvigioni che, se gliene veniva il destro, doveva introdurre in Torino. Il Daun, che nel frattempo era stato sempre tenuto al corrente di quanto si operava, per mezzo di fidati emissari e di convenuti segnali dati con fuochi accesi sulla vetta di Superga, fu avvertito di tenersi pronto per l'indomani ad appoggiare con una vigorosa sortita del presidio l'azione dell'esercito liberatore. Il giorno tanto atteso era finalmente giunto, nè senza divino consiglio la campale battaglia era fissata per il 7 settembre, vigilia della Natività di Maria SS.: una delle feste, di cui, a testimonianza della loro riconoscente pietà verso la Madre di Dio, solenni editti di antecessori di Vittorio Amedeo avevano uffi· cialmente stabilita in perpetuo la celebrazione in tutti gli Stati di Casa Savoia. VII. La ·battaglia. AtratfJa delta grande giornata - .L'esercito austro-piemontese si avanea tra la Dora e la Stura - Tre sanguinosissimi assalti alte linee j'ra11cesi - Il duca di Savoia riesce primo a superar/e - (Jttarto vittorioso assalto del pr•'ncipe di Anhalt - Il principe Ji:ttgenr'o sj'onaa le trincee gallispane al centro - Il dttca d'Orlea11s ed il Marsin j'eriti- Ostì11ata resistenza ileirata sinistra gallispana- Sortita delpresidio di Toritto- Il 11emico in piena rotta. a 11 due avversari stavano dunque per decidere d'un colpo in campo aperto la lunga lite,
136 llt eof1SO(ata dal cui esito dipendevano, non soltanto le sorti dell'eroica Torino, ma quelle altresì della monarchia sabauda e dell'Italia intera nel momento storico di cui ci occupiamo. E' più facile immaginare che descrivere l'attività dell'opera, dei pensieri e dei sentimenti che ferveva dentro ed intorno alla assediata capitale del Piemonte allo spuntare del 7 settembre. Nei giorni immediatamente precedenti, l'arrivo del principe Eugenio, il sapere che l'esercito dei due principi di Savoia andava prendendo posizione per venire a battaglia, avevano portato al colmo la trepida gioia della cittadinanza torinese, risoluta a qualunque sacrifizio per secondare l'azione dei suoi liberatori. In quei giorni più che mai s'era rinfervorata la preghiera: quasi ad appoggiare con solenne plebiscito il voto solenne fatto dal sovrano alla Madre di Dio, la novena della Natività si era intrapresa in. tutte le chiese pubbliche e di pii istituti di Torino, e grandeggiava specialmente per affluenza e per ardore di pietà alla Consolata. Il fatto sempre più patente dell' incolumità del santuario e di quanti vi si recavano a pregare sotto il grandinare dei proiettili nemici, era ornai notissimo anche nel campo francese , dove - e non soltanto dai militi ignoranti e superstiziosi - si cominciava a credere che una forza misteriosa fosse nascosta tra le mura dello storico tempio. Anche il mattino del 7 settembre, allo spuntare del giorno, il comandante della città con distinti personaggi, precedendo una folla di popolo, s'erano recati ai piedi della taumaturga imagine, ad impetrare presso il Dio degli eserciti l'intercessione di Colei che da secoli si compiaceva mostrarsi di fatto, come lo era di titolo, patrona e custode della capitale del Piemonte. E nelle vie e nelle case le invocazioni alla Consolata si mescevano ai discorsi pieni di fidente speranza, agli ultimi apparecchi degli ascritti alla milizia cittadina e di altri che, senza avere titolo ad obbligo militare, pur si proponevano di non restare inoperosi· ed inermi spettatori nella grande, definitiva giornata. Il presidio regolare della cittadella, sebbene ridotto dall'epica difesa a soli circa 5000 uomini validi, sentiva con legittimo orgoglio di essere ancora in grado di compiere la sua parte nell'imminente cimento e, sotto la direzione dei suoi capi, vi si disponeva con slancio. Mentre una parte di esso continuava a rispondere colle ultime risorse di polvere alle artiglierie gallispane le quali, con più rabbia che discernimento, seguitavano a bat~ tere in breccia i baluardi della piazza, la parte destinata ad appoggiare nel momento opportuno l'esercito liberatore con una sortita, si teneva pronta nel sobborgo del Pallone. Al di là della cinta di Torino, nei due campi avversari su ben più ampia zona si stendeva il febbrile movimento. L'ordine del giorno emanato la sera del 6 settembre dai due prin-· cipi di Savoia al loro esercito così principiava : « Domani, a Dio piacendo, si marcierà.·' contro le linee nemiche. Un'ora primadel giorno la cavalleria sellerà i cavalli senza dare il segnale; la fanteria, senza battere i tamburi, si disporrà altresì per la marcia, sicch& allo spuntare del giorno tutto l'esercito sia pronto a partire ». Ed al momento segnato l'esercito si trovava pronto, non solo nel più ampio significato materiale, ma anche nel più . elevato senso morale. Il corpo di truppe imperiali sentiva vivamente la sua responsabilità pèr la parte importantissima affidatagli nella liberazione di Torino, come l'onore che gli veniva dall'essere guidata all'impresa dalla migliore spada che vantasse la Grande Alleanza; un cordiale vincolo di cameratismo poi già lo univa alle truppe piemontesi, fondato, se non sopra numerose conoscenze individuali, sulla comunanza della causa e più ancora sul fascino già accennato dei comuni condottieri. Quanto al piccolo esercito che il bellicoso duca di Savoia, inesauribile negli espedienti, pur nell'estrema distretta aveva saputo mettere in piedi, si poteva dire che in esso palpitava il cuore eroico e fedele del vecchio Piemonte: vi erano incorporati l'umile contadino ed il nobile dal più chiaro sangue; gli avanzi di antichi battaglioni d'ordinanza provati in cento combattimenti e le milizie tolte dalle recenti leve ai modesti traffici ed alle officine, e tutti erano fieri di offrire il loro braccio, di dare il loro sangue per l'amato sovrano, in cui la patria s'impersonava. Le forzP gallispane aspettavano le mosse del nemico divise in tre corpi. Il primo, sotto il generale Albergatti, presidiava le alture; il secondo e principale, sotto il La Feuillade, teneva le linee tra il Po e la Dora; il terzo occupava -la già più volte accennata sezione
1ll eo.,solata 137 Q tra la Dora e la Stura, cioè il terreno che doveva essere il teatro principale dell' imminente battaglia e che, oltre la particolarità. di essere rinchiuso tra i due fiumi, presen• i tava pur quella di avere nelle vicinanze tra ~ Pianezza e Lucente, il vasto bosco detto di Collegno dal villaggio omonimo. Verso la Dora le fortificazioni francesi, abbastanza robuste, erano appoggiate al castello Q coli il seguire minutamente nelle sue fasi successive il rapido e terribile dramma compiutosi nella giornata memorabile del 7 settembre· 1706, e ci è necessita attenerci a dare un'ideasommaria, sebbene al possibile chiara, del modo con cui esso si svolse.· L'ordine del giorno, più sopra mentovato, dei due principi di Savoia- un vero capolavoro di sagace precisione - aveva segnato al Battaglia di Torino - Veduta generale. (*) ·Dal quadro di Giovanni Hughtembourg esistente nella R. Galleria di Torino. di Lucente munito di buone difese e di un ~ piccolo presidio; nella parte mediana i trinceramenti erano rinforzati da un ridotto avanzato racchiudente la cascina Arbani, mentre erano meno validi verso la Stura, dove era anche imperfetta la linea di circonvallazione.~ In questo settore tra la Dora e la Stura era venuto a collocarsi il duca d' Orleans, assumendo la direzione suprema della difesa gal- ~ lispana: egli stava al centro del corpo delle truppe qui schierate, insieme col maresciallo Marsin ed il generale De Murcey; ne comandava l'ala destra il generale D'Estaing e la sinistra il Saint-Fremont. ~ Non è del ristretto ambito di questi arti- ~ loro esercito le minime modalità della marcia in colonna al luogo dell'azione e dello schieramento di fronte al nemico, eseguito il quale la fanteria, ordinata per brigata su due linee, sarebbe rimasta così disposta: all'ala sinistra, verso la Stura, la divisione prussiana del principe di Anhalt; al centro la divisione impe·· riale del principe di Wurtemberg e quella dei Palatinali guidata dal generale Rhebinder; alla destra, verso la Dora, la divisione del principe· di Sassonia-Gotha. Siccome poi al- (*) Questo cliché ed il seguente ci vennero gentilmente favoriti dall'editore E. Voghera di Roma, che li pubblicò nell'opera di PrETnO FEA: Tre anni di guernt e l'as.çedio di Torino del 1706. - Pre'"o L. 4.
138 W eof)SO{ata l'occhio d'aquila del principe Eugenio e del duca di Savoia non era .sfuggita la circostanza della maggiore debolezza delle linee·gallispane verso la Stura, essi, a raddoppiare la facilità di superarle, avevano rinforzata l'ala sinistra con tutti i granatieri dell'esercito. . Analogo a quello·della fanteria, e dietro la medesima, lo schieramento della cavalleria doveva pur essere su due linee: la prima sotto l'alto comando del generale Visconti e del principe di Assia-Darmstadt, la seconda sotto quello del generale Langallerie. Quattro squadroni di usseri costituivano un piccolo corpo a parte. La cavalleria sommava in complesso a 103 squadroni, dei quali 17 piemontesi, ripartiti fra le due linee. I due principi di Savoia tenevano con pari autorità il supremo comando dell'esercito. Ma ecco che iniziato appena l'arrivo e lo schieramento sul campo, il combattimento principiava; e quasi a dare agli austro-piemontesi l'unico monito di cui avessero bisogno: quello, cioè, di moderare il proprio slancio, la Provvidenza permetteva che principiasse con un piccolo loro smacco. L' ala sinistra dell'esercito, avendo pernottato alla Venaria, venne a trovarsi di fronte al nemico alquanto prima dell'ala destra, partita alla stessa ora dai proprii quartieri dirimpetto a Collegno, di due buoni chilometri più lontani. Ed invece di fermarsi, secondo gli ordini, fuori del tiro dei cannoni nemici, trascinata dall'ardore dei componenti, essa si avanzò tanto da trovarsi d'improvviso esposta ad un ben nutrito fuoco d' artiglieria. Ma giova la dura lezione del· l'esperienza: le troppo ardenti truppe ubbidiscono con tanta prontezza al richiamo dei loro ufficiali, che l'errore è tosto riparato ed il piccolo, momentaneo scompiglio sparisce nella unita, magnifica compagine dell' esercito, ogni parte del quale rapidamente arriva e prende il suo posto, spiegandosi in battaglia. Vittorio Amedeo ed il principe Eugenio, seguiti dal loro Stato maggiore, passano a cavallo davanti alle schiere per incoraggiarle e per accertarsi sempre meglio della posizione del nemico; indi ordinano all'artiglieria il fuoco, che tosto prorompe da una forte batteria collocata presso la strada Veneria-Torino, e da altri pezzi disseminati lungo la fronte dell'esercito. Ma il nemico che, stando nei suoi trinceramenti, ha naturalmente potuto impiantare con maggior comodo ed in più gran numero i cannoni, 13ostiene .con vantaggio la lotta. Allora - sono le dieci e mezza - dal comando supremo passa ai rispettivi capi di brigata l'ordine di slanciare la fanteria all'assalto. Tutta la prima linea s'avanza col fucile in ispalla senza sparare, sfidando intrepida il furioso fuoco che apre qua e là vuoti nelle file. Prima a giungere alla linea di circonvallazione è ancora la sinistra, diretta dal duca di Savoia. Precedono i bravi granatieri sotto il colonnello Dalmuth, mirabilmente secondati dai prussiani dell'Anhalt. Ma se gli attaccanti fanno prodigi di valore, non si mostrano da meno i difensori delle linee, i quali non solo riescono a mantenerle intatte contro quel primo, terribile impeto, ma ad un certo punto prendono l'offensiva. Allora una brigata della seconda linea dei nostri è chiamata in rinforzo; mentre dalla sinistra la pugna si estende al centro ed alla destra su tutta la prima linea, di cui entrano man mano in azione le varie brigate. Gli ufficiali ed i comandanti danno l'esempio ai soldati; su tutte però campeggia la figura del principe Eugenio. Tra il turbinare delle armi e degli armati; fra la fitta polvere ed il fumo rosseggiante solcato dai proiettili, egli passa e vola sul suo cavallo dall'una all'alt.ra schiera, a tutte portando nuovo ardore colla presenza e coi rapidi provvedimenti. Invano per la seconda e per la terza volta i nostri tornano all'assalto: la resistenza dei gallispani è ostinata; dal centro, ove sta il duca d'Orleans, si ritenta di prendere l'offensiva. Anche l'ala destra austro-piemontese, per non essere sopraffatta, ha dovuto far avanzare la seconda linea della fanteria. Per qualche tempo, nella varia vicenda dell'accanito combattimento, in cui dall'una e dall'altra parte cadono in gran numero morti e feriti, la sorte delle armi ondeggia incerta. Ma in Torino si prega. Come già Mosè teneva levate le braccia al cielo mentre il suo popolo combatteva, così nella città che aspetta con ansia la liberazione, il padre Sebastiano Valfrè implora presso Dio l'intercessione di Colei che è forte quale esercito schierato in battaglia. Ed a lui si uniscono nella preghiera mille e mille anime pure, fra cui, qual giglio tra i fiori del campo, si estolle la carmelitana Maria degli Angeli, or venerata anch'essa sugli altari. Torino prega; Torino è divota della Madonna, e secondo la profetica parola del Padre 1
.fll eo.,solata 139 Valfrè, deve vincere. Nelle mani di Dio una circostanza in apparenza insignificante, è mezzo per cambiare il corso dei più grandi avvenimenti. Il . giano, e sebbene la loro cavalleria accorra al soccorso, non può far altro che arrestare temporaneamente gli invasori, ma da questa parte la linea di circonvallazione è irremissibilmente l caduta in loro potere. La lieta notizia, come per corrente elettrica, si propaga tosto di Il duca di Savoia, dal rapporto degli usseri mandati in esplorazione, apprende .che lungo la Stura, ai piedi dell'alta riva a cui si appoggia la linea gallispana di circonvallazione, corre una lingua ghiaiosa di terra, che il neschiera in schiera fra gli austro-piemontesi: le divisioni Wiirttemberg e Rhebinder vogliono emulare quella dell' Anhalt e si scagliano Battaglia di Torino - L'assalto del Principe di Anhalt. Pittura del Prof. E. Knackfuss nella Sala dei Oapitani del palazzo dell'Armeria in Beo·lino. mico non si è curato di occupare. In un ba-~ leno egli ha afferrato il vantaggio che si può trarre dal particolare riferitogli. Prende seco i quattro squadroni di usseri e qualche compagnia di granatieri, e senza indugio si va ~ a cacciare sulla lingua di terra indifesa e con genialissimo ardire, grande come il pericolo che affronta, per quella via appare inaspettato sul fianco ed alle spalle del nemico, nel tempo stesso che il principe di Anhalt colla ~ sua divisione investe per la quarta volta furiosamente le linee. L'effetto delle due mosse combinatesi è im- ~ mediato: i fanti gallispani, sma.rriti, indietreg- ~ con nuovo impeto contro le linee nemiche, superandole alla loro volta. Secondo gli ordini del comando supremo, ottenuto questo risultato, la fanteria avrebbe dovuto arrestarsi, cedendo il primo posto alla cavalleria. Ma, trascinata dall'ebbrezza del successo, una parte della fanteria si unisce alla cavalleria nell'inseguire il nemico verso la Madonna di Campagna, mentre un'altra parte a~corre in aiuto della divisione del principe di Sassonia Gotha, che non ha ancora potuto superare le trincee nemiche. Così nel bel mezzo delle file si apre un largo intervallo, e se la cavalleria francese vi si fosse pronta-
140 Jll 8ortsolata mente cacciata, avrebbe forse potuto togliere ai nostri il vantaggio conseguito. Ma il principe Eugenio vede e misura im· mediatamente il pericolo, e si affretta a colmare la lacuna facendo avanzare altre truppe. Le trincee sono solidamente occupate e son rivolti contro il nemico tre pezzi d'artiglieria da esso abbandonati nell'indietreggiare, sicchè quando i gallispani accorrono impetuosi è troppo tardi. Tuttavia la mischia per respingerli nuovamente è fiera e sanguinosissima; il principe Eugenio ha il cavallo ucciso, mentre poco lungi Vittorio Amedeo pone piede a terra colle sue Guardie a fine di far meglio argine alla furia dell'avversario, che infine viene definitivamente respinto. Da questo punto le sorti della giornata volgono rapidamente a sfavore dei gallispani. Invano essi cercano di rifar testa presso la Madonna di Campagna, cogli aiuti di fanti e cavalli mandati in tutta fretta dalle opposte sponde del Po e della Dora, dai corpi Albergotti e La Feuillade. Coll'ala sinistra. degli austro-piemontesi il duca di Savoia incalza il nemico; al centro sotto il principe Eugenio la cavalleria imperiale irrompe sulle squadre francesi che circondano il duca d' Orlea,ns. Queste pugnano con indicibile valore, ma quando il duca, per ben due volte ferito, è costretto a lasciare il campo ed al suo lato il Marsin cade colpito a morte, la battaglia può dirsi virtualmente vinta dai nostri. Ogni concetto direttivo vi,ene a mancare nel campo gallispano: i varii reggimenti combattono ancora quale più, quale meno bravamente, secondo l'iniziativa dei singoli comandanti; ma lo scoraggiamento, la sfiducia nei proprii generali, che già da lungo tempo serpeggiavano fra le truppe, prendono infine il sopra vvento e lo scompiglio guadagna rapidamente terreno. Solo il principe di Sassonia Gotha coi suoi, lotta ancora duramente per la conquista delle fortificazioni nemiche, le quali già più robuste - come abbiamo detto - verso la Dora ed appoggiate al castello di Lucento, sono ora difese dai dragoni del La Feuillade che, venuti ad ammassarvisi e posto piede a terra, si battono eome leoni. Ma la rotta, che si va facendo sempre più completa, della destra e del centro gallispano, sta per portare infine anche quella dell'ala sinistra. Difatti essa già cominciava a vacillare alle cari~he del nemico che ha di fronte, l[Uando si sente assalir& anche alle spalle. È il glorioso presidio di Torino, s'ceso in campo per avere la sua parte all'onore della.. .. vittoria ornai sicura. Il Daun ed il Caragli<> avevano ininterrottamente seguito lo svolgersi della battaglia dal bastione della Consolata, e giudicando arrivato il momento opportuno, avevano dato il co~venuto segnale alle loro schiere, frementi d'impazienza fin dal mattino. Il piccolo corpo di fanti e cavalli scelto perla sortita, a cui s'era aggiunto una squadra di circa 70 cittadini borghesi, tra gli applausi del popolo aveva varcati i ponti fortificati della Dora nel sobborgo del Pallone, avanzandosi verso la linea di controvallazione. Seguendo le istruzioni ricevute, una parte della cavalleria si era spinta lungo la Dora fino al Parco Vecchio, in buon punto per aiutare il duca di Savoia, corso anch'esso fin là a disperdere alcuni gruppi francesi ed impedire il passo a nuove truppe nemiche che si vedevano scendere dalle alture oltrepò; un'altra parte, movendo in direzione opposta, aveva preso, come s'è visto, alle spalle l'ala sinistra nemica. Il Daun poi, colla fanteria e col cannone, s'era dato a fulminare e disperdere i gruppi del centro e della destra gellispani che retrocedevano dalla pugna, facendo un gran numero di prigionieri. La sortita del presidio di Torino ha dato l'ultimo tracollo alla resistenza dei gallispani. Anche la loro ala sinistra è còstretta ad ab· bandonare le trincee difese con tanta eroica ostinazione, ed insieme col presidio del castello si ritira a mezzogiorno della Dora per i ponti di Lucento, battuti dall'artiglieria dell'Opera a corno e di Porta Susina. Il generale di Saint Fremont, il quale dirige la ritirata, fa quindi rompere i ponti stessi, secondo gli ordini ricevuti dal duca d'Orleans. Ma questo provvedimento, se impedisce agli austro·piemotesi di varcare in quel punto la Dora, facilita loro immensamente lo sbaragliare le ultime schiere gallispane del centro e della destra, che rimangono chiuse tra l'onda incalzante dei nemici da una parte, la Dora, il Po e la cinta di Torino dall'altra. I nostri non lasciano ai vinti alcuna sosta; non posano finchè non li hanno interamente snidati dai numerosi ridotti della linea di controvallazione, e volti in piena e generale fuga.
I principi Amedeo II e<l Eugenio si recano alla 1\letropolitana, ricevuti da M.t• Vibò, pet· cantarvi il Te Deum <li ringraziamento. Da un quad1·o esistente nel Palazzo Chiablese. ~ C'l o ....:3 (A o - ru ....,... ru ..... ;j:>. ,_.
142 1lt eo.,solata Anche a questa però è ben presto preclusa ogni via: i primi drappelli di fuggiaschi, protetti da qualche battaglione dell'Albergotti, han potuto rifugiarsi alla collina per i ponti di Vanchiglia, ma questi vengono sollecitamente chiusi. La maggior parte dei fuggenti, ignara della rottura dei ponti di Lucento, cerca salvar~i per essi ed è amaramente delusa. Della fanteria, i più audaci si gettano a nuoto nella Dora, ma nella confusione molti vi annegano; la maggior parte depone le armi nelle mani dei vincitori. La cavalleria, invece, in massima parte riesce a mettersi al sicuro, guadando il fiume in punti più o meno lontani. Intanto la sconfitta del corpo gallispano del duca d'Orleans, che fu direttamente impegnato nell'azione, porta per contraccolpo quella degli altri due del La Feuillade e dell' Albergotti, rimasti in gran parte inerti spettatori della lotta. Sui battaglioni ancora intatti del La Feuillade il panico ebbe l'effetto disastroso che non poterono produrvi le armi nemiche. La notizia della sconfitta dei loro commilitoni, della sorte toccata al generalissimo duca d'OrJeans ed al Marsin, venuta a realizzare tristi pronostici; la vista e le grida dei fuggiaschi, indussero in loro l'idea che la massa dei nemici stesse per irrompere loro addosso con alla testa l'invincibile principe Eugenio per farne macello. Invasi da pazzo terrore, ab· bandonano cavalli, cannoni e munizioni; disertano le trincee che han loro costato tante fatiche e tanto sangue, senza che riesca a trattenerli il La Feuillade , ornai moralmente esautorato. In quanto all'Albergotti, esso era stato contro voglia costretto a rimanere col suo corpo quasi inattivo, sia dagli ordini ricevuti, sia dal timore che gli seppe incutere il conte di Santena. Il bravo generale piemontese, oltre all'avere indirettamente concorso alla vittoria col tenere immobile questa parte considerevole dell'esercito gallispano, facendo con accorte evoluzioni apparire le sue schiere più numerose che in realtà non fossero, determinò il duca d'Orleans ad ordinare la ritirata dei suoi sulla Francia anziché sulla Lombardia, come. aveva da prima pensato, decisione che, come più tardi vedremo, assicurava ed am· pliava i frutti della vittoria di Torino. VIII. Torino libera. Ingresso trionfale di JTittorio Amedeo II e del principe Eugenio in Torino- Ll duca di Savo•'a e M.r JTi/Jò - Solenne Te Deum alla Metropol#ana ed al santuario della Consolata - Altre dimostrazioni di ro'conoscenz:a verso Maria 88. Consolatrice-Un piccolo, ma significativo monumento. Sconfitto su ogni punto il nemico, Vittorio Amedeo ed il principe Eugenio, lasciando ai loro generali il raccogliere sul campo i frutti della vittoria, si avviarono verso Torino con numeroso e nobilissimo seguito. Il mirabile dramma della battaglia s'era svolto assai rapidamente: erano scoccate da poco le tre pomeridiane quando i due principi facevano il loro ingresso nella città per la Porta Palatina, dirigendosi alla Metropolitana a rendere a Dio le dovute grazie per l'ottenuto trionfo. Dopo quanto si è esposto sulle lunghe, eroiche sofferenze dei torinesi, sull'ansia con cui aspetta· vano la liberazione, è facile immaginare l'accoglienza entusiastica fatta ai capitani vincitori. Fin dal mattino, quando al suono delle campane ed al segnale dato coi cannoni il corpo destinato alla sortita si metteva in pronto e la milizia cittadina prendeva i suoi posti di custodia, tutta la popolazione, come si è accennato, entrava in ansia ed in movimento. Per seguire il meglio possibile gli avvenimenti del campo, incuranti del pericolo dei proiettili, moltissimi erano saliti sui campanili, sulle torri, sui tetti delle case. Le prime ore erano corse tra alternative di speranza e di timore; ma allorchè, verso mezzogiorno, coi carri dei feriti avevano cominciato a giungere i primi drappelli di nemici prigionieri, la certezza. della vittoria s'era di mano in mano andata. facendo più sicura per successive notizie, e la gioia crescente aveva raggiunto il colmo e quasi il delirio alla vista dei due principi. Alle salve dei cannoni della cittadella, al. suono festivo dei sacri bronzi, facevano eco le grida di saluto e di benedizione di tremuli vecchi, gli evviva squillanti di donne e fanciulli popolani, gli applausi reverenti di nobili matrone e d'illustri cittadini; persone d'ogni ceto e d'ogni età, come impazzite per la commozione, piangevano, ridevano, folleggiavano per le vie davanti ai cavalli dell'augusto corteo, nel giubilo concorde di rivedere vincitore l'amato sovrano e di inchinarsi al celebre
Jlt eoflSO{ata 143 principe Eugenio, venuto a soccorrere in modo cosi splendido e decisivo Torino. Sulla soglia della cattedrale l'arcivescovo Mons. Vibò vestito dei sacri paramenti pon· ~ificali, attorniato dal Capitolo Metropolitano e da un'eletta accolta di clero, stava aspettando i due principi vittoriosi. Tra il venerando presule ed il duca di Savoia, per questioni di diritto ecclesiastico, eranvi stati contrasti, non ancora finiti quando il sovrano era uscito di Torino. Ma ciò non aveva menomamente influito sulla patriottica condotta di Mons. Vibò nel tempo dell'assedio, ed il sovrano aveva saputo degnamente apprezzarla; i due si abbracciarono e baciarono col più spontaneo impulso di cordialità, affermando cosi in cospetto di tutto il popolo la comune esultanza per la liberazione di Torino. Mai Te Deum fu cantato da una folla con più slancio, con più concorde e sincero sentimento di riconoscenza a Dio per il ricevuto benefizio. La grandezza di questo- pari a quella del pericolo scampato dalla piazza assediata - era scritta a chiari e terribili caratteri di fuoco sulle fortificazioni di Torino e sul campo di battaglia. «La cittadella sconquassata e sfigurata dai tiri dell'artiglieria; la faccia destra del bastione di S. Maurizio rovesciata; la sinistra del bastione Beato Amedeo distrutta dalla metà in su; la punta della mezzaluna del soccorso demolita e la sua faccia sinistra aperta da due larghe breccia; i parapetti delle controguardie bruciati». Cosi descrive un cronista il tratto più bersagliato dei baluardi ; ma dapertutto le mura di Torino portavano le impronte della rabbia delle artiglierie del La Feuillade che, anche nel tempo -della battaglia, non avevano cessato un furioso quanto oramai inutile fuoco. Dicevano l'accanimento posto dal maresciallo francese per eseguire il borioso suo vanto di voler radere al suolo Torino le batterie ancora cariche puntate contro la cittadella e la città; il terreno sconvolto dalle gallerie francesi di mina; l'immensa rete delle trincee, delle parallele, dei ridotti chiusi nell'ampio circuito delle linee di controvallazione e di circonvallazione. La gravezza del pericolo corso da Torino si poteva altresì misurare dall'ecatombe di vittime umane che aveva costato la sua liberazione. Gli austro-piemontesi, costretti ad affrontare e combattere, stando allo scoperto, un nemico protetto da fortificazioni, avevano g a·vuti uccisi 52 uffiziali, tra cui il Dalmtith, ed un migliaio di soldati e circa 2300 feriti. I gallispani avevano lasciati sul campo dai 1500·ai 2000 morti, non computando gli an-· negati nel Po e nella Dora, e più di 5000 prigionieri, dei quali circa 1800 feriti. Il maresciallo Marsin, colpito a morte, come abbiamo veduto, a fianco del duca d'Orleans, fu ricoverato nella chiesa della Madonna di Campagna convertita in ambulanza, dove morì poi il giorno dopo ed ebbe modesta tomba, segnata. da una iscrizione tuttora conservata. Ma ora il lutto s'era volto in gioia ed in trionfo per Torino. L'immenso campo dal quale per più di tre mesi erano venute alla piazza assediata tante minaccia e tante sofferenze; il campo che s'era stretto intorno alla città come un'orribile morsa di ferro e di fuoco per ridurla alla disperazione ed alla resa, s'apriva ora come una zona opulenta di trofei e di bottino. « Si può dire che i gallispani perdessero quasi tutto ciò che avevano intorno a Torino: 146 cannoni da campo, 50 mortai, un gran numero di bandiere, stendardi, timpani; un intero spedale da campo ; gli accampamenti con tutte le tende; la cancelleria campale con carte di molta importanza; quasi: tutto il traino; i cavalli di 13 reggimenti di dragoni e una massa di altri materiali, compresi moltissimi oggetti di lusso, che gli uffi-· ciali francesi d'alto grado eran soliti di portare in campagna ». Cosi nella autorevole opera : Le campagne del Principe Eugenio. ·. Prima ancora che la vittoria fosse compiuta, il popolo torinese aveva portato al santuario della Consolata tre bandiere tolte ai nemici; la sera stessa del 7 settembre vi furono recati grandi trofei d'armi, di stendardi e d'oggetti guerreschi. Il di 8 settembre poi, si ripetè al santuario la funzione fatta alla vigilia nella metropolitana con un solenne Te Deum. Principe e popolo, dopo rese le dovute grazie all' Onnipotente, sentivano imperioso il bisogno di tributare un tenero, grandioso omaggio di riconoscenza alla Madre di Consolazione, davanti alla cui taumaturga imagine tanto si era pianto e pregato. Ma la gratitudine viva e profonda, che era in tutti gli animi, non poteva appagarsi di una dimostrazione passeggera, per quanto solenne. Perciò il 29 settembre 1706 il Corpo Decurionale della Città di Torino, ad unani-
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