134 Jl1 CZof}solata ultimo, generale e grande: quello che a tutti i precedenti doveva dare pieno valore e corona, sarebbe riuscito a lieto fine. Ma è proprio dei grandi animi il riconoscere che· al disopra di tutti i calcoli terreni stanno le disposizioni della Provvidenza, e che il dito di Dio segna con eguale inflessibilità e precisione l'orbita alle stelle del cielo e la parabola ai destini degli uomini e dei regni. Perciò il baldo affidamento che loro dava la coscienza del proprio genio e la fortezza della propria spada, non era nei due principi cugini disgiunto da una certa nobile trepidanza, e nel momento solenne in cui la loro decisione arrischiava il tutto per il tutto, la loro mente, per lungo uso e per avite tradizioni, s'innalzò al Cielo ad implorare l'aiuto e la benedizione all'impresa. Documenti recentemente scoperti ci narrano che i due principi arrivati sul colle di Superga nel cuore della notte, bussarono alla povera canonica della parrocchia, che trovavasi allora su quell'estrema vetta. Fattisi a stento riconoscere dal buon curato, furono ammessi nella chiesa, dove entrambi si confessarono e comunicarono. Il- teste presente a quell'atto, aggiunge nella sua narrazione che era tanta la loro commozione, da lasciar bagnato di lacrime il piano dell'inginocchiatoio su cui erano appoggiati. Fu forse iii questi istanti che il Signore ispirò a Vittorio Amedeo il voto da lui fatto: di erigere sul luogo dell'umile parrocchia di Superga l'attuale sontuoso tempio ad onore di Maria SS. E quando egli coll'augusto cugino, testimonio assenziente del voto, e colla scorta di forti guerrieri, commossi ed inteneriti per religiosa pietà, riprese la via del ritorno, a tutti la solenne promessa del Sovrano alla Vergine benedetta suonava in cuore come lieto auspicio. Intanto anche il nemico discuteva e formava il suo piano. Al Consiglio di guerra tenuto negli attendamenti e sotto la presidenza del duca d'Orleans, i generali francesi, per prima cosa, confrontarono le forze a cui erar:.o preposti con quelle dell'avversario. I due eserciti gallispani, cioè quello che dal maggio assediava Torino e l'altro testè arrivato dalla Lombardia, contavano complessivamente da 44 a 45 mila uomini, dei quali 10 mila di cavalleria. Degli austro-piemontesi, il corpo di truppe costituenti il presidio di Torino non poteva essere certo calcolato come forza operante in aperta campagna; nè molto valore o militare potevano avere per lo stesso ufficio i battaglioni di milizia cittadina, che sapevansi raccolti per l'imminente conflitto da Vittorio Amedeo. La partita si sarebbe dunque essenziahriente-decisa contro le sole truppe regolari dei due principi di Savoia, ritenute dai generali consulenti inferiori, più che in realtà non fossero, alle forze ga.llispane. Questo corpo però, di provato valore e formidabile specialmente per i suoi condottieri, s'avanzava compatto e risoluto coll'evidente scopo di sciogliere dall'assedio Torino, la cui espugnazione-stava tanto a cuore a Luigi XIV ed in cui era impegnato a fondo l'onore dei generali francesi. Ora, ad impedirgli di raggiungere il suo intento, si doveva aspettare l'esercito austropiemontese stando nei proprii trinceramenti, oppure prendere subito l'offensiva e muovergli incontro, facendo ogni sforzo per sgominarlo in aperta campagna, prima che esso tentasse di avanzarsi nelle immediate vicinanze della città assediata, col pericolo che riuscisse almeno ad introdurvi soccorsi? Dopo lungo dibattito del pro e del contro, prevalse il partito, sostenuto dalla maggioranza del Consiglio, di aspettare il nemico nelle linee. Il generalissimo, duca d'Orleans, in cui - come già abbiamo notato - l'indecisione menomava sovente le incontestabili qualitàdi buoncapitano, benchè di parere diametralmente opposto, tìnì per acconciarsi alla decisione della maggi(}-- ranza appoggiata dal Marsine dal La Feuillade, tanto più che divideva con essi la convinzione che l'avversario non avrebbe mai osato tentare di sforzare le complicate e ben difese linee ga.llispane. Decisamente i generali francesi non erano felici nei loro piani e congetture, o meglio avevano a fronte troppo sagaci avversari. Il principe Eugenio ed il duca di Savoia s'apprestavano alacremente a compiere appunto ciò che era ritenuto pressochè impossibile, dando esecuzione al piano concertato a Superga. Il 4 settembre, mentre il corpo minore di truppe destinato ad operare sulla collina si recava da Carmagnola a Chieri, il grosso dell'esercito, che s'era all'uopo preparati i ponti, varcava il Po presso Carignano e, volgendo a settentrione, raggiungeva le rive del Sangone tra Beinasco .e Mirafiori. L'indomani, girando intorno a Torino alla distanza di circa 8 Km., esso si accampava presso la Dora; colla sinistra di rimpetto a Pianezza e la destra versola strada Rivoli-Torino.
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