Missioni Consolata - Settembre 1906

132 1.2 eo.,solata l'esercito imperiale e .di quello piemontese nei pressi di Villastellone, dove il l 0 settembre i due principi li passarono in generale rassegna accolti da alti applausi, bene esprimenti l'entusiasmo guerriero e la fiducia che a soldati ed ufficiali ispirava la presenza di tali condottieri. Il principe Eugenio, vincitore dei Turchi a Zenta ed eroe di tante altre battaglie, benchè solo sui quarantatrè anni, già aveva oscurata la fama dei più provetti generali e reso il suo nome riverito e temuto in tutta Europa; Vittorio Amedeo, più giovane di due anni del cugino, era certo meno illustre per celebri vittorie riportate, ma gli cingeva la fronte di una meritata aureola l'invitta costanza colla qude sfidava le ire del più potente sovrano del tempo, ed il genio con cui sosteneva contro di lui una lotta cosi lunga e disuguale, senza cedere mai nè tampoco piegare. Entrambi i principi di Savoia poi, non sdegnosi di dividere all'occorrenza colle proprie truppe la mensa e le più umili fatiche; sempre primi ai pericoli; affabili e giusti coi più alti ufficiali come coll'ultimo gregario, esercitavano sui loro soldati quel fascino che sul campo genera a schiere gli eroi. Le truppe regolari dei due eserciti sommavano in totale a circa 30 mila uomini, ed 8 mila ne annoverava il corpo formato dalla milizia cittadina. La notte del 2 settembre, mentre il generale Fels occupava Chieri, Vittorio Amedeo ed il principe Eugenio, in umile veste e con poca scorta di cavalleria, salivano al più elevato fra i colli a scirocco di Torino : Superga, che distando meno di cinque chilometri in linea retta dalla piazza assediata, dava loro modo di esplorare il più da presso possibile il campo franco-ispano. Di lassù l'occhio dominava quasi l'intera cinta della città e gran parte delle linee di circonvallazione e di controvallazione dell'assediante, divise naturalmente dal Po e dalla Dora in tre distinte sezioni. La prima di queste, partendo dal P o a valle di Torino, dove esso riceve la Stura inferiore, andava obliquamente a toccare la Dora presso Lucento; la seconda correva da questo punto della Dora fino in faccia a Cavoretto; la terza, finalmente, lasciando il Po a Cavoretto, raggiungeva presso l'Eremo il sommo delle colline, per ridiscendere al fiume stesso vicino alla Madonna del Pilone. Le due prime sezioni si abbracciavano quasi interamente collo o sguardo dall'alto di Superga; l'ultima·, invece, rimaneva in gran parte nascosta dalle disuguaglianze del terreno su cui era tracciata. I due principi cugini dovevano risolvere un duplice problema: decidere, cioè, se per liberare Torino meglio convenisse assaltare a fondo l'assediante nelle sue linee, in un punto di esse da determinarsi; oppure se fosse miglior partito dar modo alla piazza di prolungare la sua resistenza, introducendovi rinforzi di uomini e di provvigioni, intanto che, con bene architettate manovre e coll'impedirgli di rifornirsi di viveri, si sarebbe costretto il nemico a sciogliere l'assedio. Ma questo secondo partito fu subito scartato. Gli estremi a cui Torino era ridotta richiedevano una soluzione rapida ed l immediata, e d'altra parte i due capitani che troppo, contro loro voglia, già avevano temporeggiato, miravano a decidere con un solo colpo le sorti della guerra in Italia. Essi riU solsero dunque di attaccare il nemico nei suoi ~ trinceramenti; ma restava a scegliere il punto ' 1 più vulnerabile di essi, a fine di dirigervi contro il maggiore sforzo delle armi. l Fra le sezioni sopra indicate delle linee gal· lispane, si presentava a primo aspetto come cosa ovvia e naturale che l'esercito austropiemontese tentasse di sforzare quella delle ~ alture, perchè esso poteva giungervi con minor cammino e senza staccarsi dalla sua base di operazione, cioè dalla direzione del suo campo, su cui poteva ripiegarsi in caso di sconfitta. Ma appunto in previsione di un attacco da questa parte, gli assedianti vi avevano costrutto con maggior robustezza e moltiplicate le fortificazioni. Non meno formidabile appariva il tratto delle linee tra Cavoretto e Lucento, che circuiva il corpo della piazza, e dove le trincee ed i ridotti, intrecciantisi come fitta rete, avrebbero costretto l'assalitore a superare ad ogni passo un nuovo ostacolo; per di più appunto in questo tratto erano acquartierate la maggior parte delle forze gallispane in uomini ed in artiglierie. Restava il terzo tratto, da Lucento al Parco Vecchio sul Po a valle di Torino. Ma per giungervi, l'esercito che si proponeva di soccorrere la piazza, doveva anzitutto compiere una rischiosissima marcia di fianco davanti al grosso dell'esercito nemico; passare sotto i suoi occhi la Dora; schierarsi q·uindi tra la Dora stessa e la Stura, in una zona di terreno

RkJQdWJsaXNoZXIy NTc1MjU=