142 1lt eo.,solata Anche a questa però è ben presto preclusa ogni via: i primi drappelli di fuggiaschi, protetti da qualche battaglione dell'Albergotti, han potuto rifugiarsi alla collina per i ponti di Vanchiglia, ma questi vengono sollecitamente chiusi. La maggior parte dei fuggenti, ignara della rottura dei ponti di Lucento, cerca salvar~i per essi ed è amaramente delusa. Della fanteria, i più audaci si gettano a nuoto nella Dora, ma nella confusione molti vi annegano; la maggior parte depone le armi nelle mani dei vincitori. La cavalleria, invece, in massima parte riesce a mettersi al sicuro, guadando il fiume in punti più o meno lontani. Intanto la sconfitta del corpo gallispano del duca d'Orleans, che fu direttamente impegnato nell'azione, porta per contraccolpo quella degli altri due del La Feuillade e dell' Albergotti, rimasti in gran parte inerti spettatori della lotta. Sui battaglioni ancora intatti del La Feuillade il panico ebbe l'effetto disastroso che non poterono produrvi le armi nemiche. La notizia della sconfitta dei loro commilitoni, della sorte toccata al generalissimo duca d'OrJeans ed al Marsin, venuta a realizzare tristi pronostici; la vista e le grida dei fuggiaschi, indussero in loro l'idea che la massa dei nemici stesse per irrompere loro addosso con alla testa l'invincibile principe Eugenio per farne macello. Invasi da pazzo terrore, ab· bandonano cavalli, cannoni e munizioni; disertano le trincee che han loro costato tante fatiche e tanto sangue, senza che riesca a trattenerli il La Feuillade , ornai moralmente esautorato. In quanto all'Albergotti, esso era stato contro voglia costretto a rimanere col suo corpo quasi inattivo, sia dagli ordini ricevuti, sia dal timore che gli seppe incutere il conte di Santena. Il bravo generale piemontese, oltre all'avere indirettamente concorso alla vittoria col tenere immobile questa parte considerevole dell'esercito gallispano, facendo con accorte evoluzioni apparire le sue schiere più numerose che in realtà non fossero, determinò il duca d'Orleans ad ordinare la ritirata dei suoi sulla Francia anziché sulla Lombardia, come. aveva da prima pensato, decisione che, come più tardi vedremo, assicurava ed am· pliava i frutti della vittoria di Torino. VIII. Torino libera. Ingresso trionfale di JTittorio Amedeo II e del principe Eugenio in Torino- Ll duca di Savo•'a e M.r JTi/Jò - Solenne Te Deum alla Metropol#ana ed al santuario della Consolata - Altre dimostrazioni di ro'conoscenz:a verso Maria 88. Consolatrice-Un piccolo, ma significativo monumento. Sconfitto su ogni punto il nemico, Vittorio Amedeo ed il principe Eugenio, lasciando ai loro generali il raccogliere sul campo i frutti della vittoria, si avviarono verso Torino con numeroso e nobilissimo seguito. Il mirabile dramma della battaglia s'era svolto assai rapidamente: erano scoccate da poco le tre pomeridiane quando i due principi facevano il loro ingresso nella città per la Porta Palatina, dirigendosi alla Metropolitana a rendere a Dio le dovute grazie per l'ottenuto trionfo. Dopo quanto si è esposto sulle lunghe, eroiche sofferenze dei torinesi, sull'ansia con cui aspetta· vano la liberazione, è facile immaginare l'accoglienza entusiastica fatta ai capitani vincitori. Fin dal mattino, quando al suono delle campane ed al segnale dato coi cannoni il corpo destinato alla sortita si metteva in pronto e la milizia cittadina prendeva i suoi posti di custodia, tutta la popolazione, come si è accennato, entrava in ansia ed in movimento. Per seguire il meglio possibile gli avvenimenti del campo, incuranti del pericolo dei proiettili, moltissimi erano saliti sui campanili, sulle torri, sui tetti delle case. Le prime ore erano corse tra alternative di speranza e di timore; ma allorchè, verso mezzogiorno, coi carri dei feriti avevano cominciato a giungere i primi drappelli di nemici prigionieri, la certezza. della vittoria s'era di mano in mano andata. facendo più sicura per successive notizie, e la gioia crescente aveva raggiunto il colmo e quasi il delirio alla vista dei due principi. Alle salve dei cannoni della cittadella, al. suono festivo dei sacri bronzi, facevano eco le grida di saluto e di benedizione di tremuli vecchi, gli evviva squillanti di donne e fanciulli popolani, gli applausi reverenti di nobili matrone e d'illustri cittadini; persone d'ogni ceto e d'ogni età, come impazzite per la commozione, piangevano, ridevano, folleggiavano per le vie davanti ai cavalli dell'augusto corteo, nel giubilo concorde di rivedere vincitore l'amato sovrano e di inchinarsi al celebre
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