136 llt eof1SO(ata dal cui esito dipendevano, non soltanto le sorti dell'eroica Torino, ma quelle altresì della monarchia sabauda e dell'Italia intera nel momento storico di cui ci occupiamo. E' più facile immaginare che descrivere l'attività dell'opera, dei pensieri e dei sentimenti che ferveva dentro ed intorno alla assediata capitale del Piemonte allo spuntare del 7 settembre. Nei giorni immediatamente precedenti, l'arrivo del principe Eugenio, il sapere che l'esercito dei due principi di Savoia andava prendendo posizione per venire a battaglia, avevano portato al colmo la trepida gioia della cittadinanza torinese, risoluta a qualunque sacrifizio per secondare l'azione dei suoi liberatori. In quei giorni più che mai s'era rinfervorata la preghiera: quasi ad appoggiare con solenne plebiscito il voto solenne fatto dal sovrano alla Madre di Dio, la novena della Natività si era intrapresa in. tutte le chiese pubbliche e di pii istituti di Torino, e grandeggiava specialmente per affluenza e per ardore di pietà alla Consolata. Il fatto sempre più patente dell' incolumità del santuario e di quanti vi si recavano a pregare sotto il grandinare dei proiettili nemici, era ornai notissimo anche nel campo francese , dove - e non soltanto dai militi ignoranti e superstiziosi - si cominciava a credere che una forza misteriosa fosse nascosta tra le mura dello storico tempio. Anche il mattino del 7 settembre, allo spuntare del giorno, il comandante della città con distinti personaggi, precedendo una folla di popolo, s'erano recati ai piedi della taumaturga imagine, ad impetrare presso il Dio degli eserciti l'intercessione di Colei che da secoli si compiaceva mostrarsi di fatto, come lo era di titolo, patrona e custode della capitale del Piemonte. E nelle vie e nelle case le invocazioni alla Consolata si mescevano ai discorsi pieni di fidente speranza, agli ultimi apparecchi degli ascritti alla milizia cittadina e di altri che, senza avere titolo ad obbligo militare, pur si proponevano di non restare inoperosi· ed inermi spettatori nella grande, definitiva giornata. Il presidio regolare della cittadella, sebbene ridotto dall'epica difesa a soli circa 5000 uomini validi, sentiva con legittimo orgoglio di essere ancora in grado di compiere la sua parte nell'imminente cimento e, sotto la direzione dei suoi capi, vi si disponeva con slancio. Mentre una parte di esso continuava a rispondere colle ultime risorse di polvere alle artiglierie gallispane le quali, con più rabbia che discernimento, seguitavano a bat~ tere in breccia i baluardi della piazza, la parte destinata ad appoggiare nel momento opportuno l'esercito liberatore con una sortita, si teneva pronta nel sobborgo del Pallone. Al di là della cinta di Torino, nei due campi avversari su ben più ampia zona si stendeva il febbrile movimento. L'ordine del giorno emanato la sera del 6 settembre dai due prin-· cipi di Savoia al loro esercito così principiava : « Domani, a Dio piacendo, si marcierà.·' contro le linee nemiche. Un'ora primadel giorno la cavalleria sellerà i cavalli senza dare il segnale; la fanteria, senza battere i tamburi, si disporrà altresì per la marcia, sicch& allo spuntare del giorno tutto l'esercito sia pronto a partire ». Ed al momento segnato l'esercito si trovava pronto, non solo nel più ampio significato materiale, ma anche nel più . elevato senso morale. Il corpo di truppe imperiali sentiva vivamente la sua responsabilità pèr la parte importantissima affidatagli nella liberazione di Torino, come l'onore che gli veniva dall'essere guidata all'impresa dalla migliore spada che vantasse la Grande Alleanza; un cordiale vincolo di cameratismo poi già lo univa alle truppe piemontesi, fondato, se non sopra numerose conoscenze individuali, sulla comunanza della causa e più ancora sul fascino già accennato dei comuni condottieri. Quanto al piccolo esercito che il bellicoso duca di Savoia, inesauribile negli espedienti, pur nell'estrema distretta aveva saputo mettere in piedi, si poteva dire che in esso palpitava il cuore eroico e fedele del vecchio Piemonte: vi erano incorporati l'umile contadino ed il nobile dal più chiaro sangue; gli avanzi di antichi battaglioni d'ordinanza provati in cento combattimenti e le milizie tolte dalle recenti leve ai modesti traffici ed alle officine, e tutti erano fieri di offrire il loro braccio, di dare il loro sangue per l'amato sovrano, in cui la patria s'impersonava. Le forzP gallispane aspettavano le mosse del nemico divise in tre corpi. Il primo, sotto il generale Albergatti, presidiava le alture; il secondo e principale, sotto il La Feuillade, teneva le linee tra il Po e la Dora; il terzo occupava -la già più volte accennata sezione
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