Missioni Consolata - Maggio 1906

Maggio 1906 periodico ~eli~ioso Me11sile ESCE DIREZIONE AL PRINCIPIO PIAZZA DELLA CONSOLATA DEL MESE TORINO

• r· • PER REGALI Al DEVOTI DELLA OQNSÒLATA ---:Jc--- Presentiamo ai nostri lettori un breve E!lenco degli oggetti che meglio sono indicati per far regali a persone care, e sui quali l'Effigie della Consolata sempre tiene il posto d'onore. Svariatissimo è l'assortimento di oggetti sia da pochi centeaimì sia di maggior valore, che si possono scegliere presso la 1Ji. rezione di questo periodico in piazza. Consolata, n. 1. MedagftB in alluminio: l o tipo ordinario rotonde, ovali o rinascimento da 2 al soldo, da 5 e 10 centesimi caduna. - 2• Tipo artistico, rotonde, commemorative del centenario da L. 0,05 caduna e 0,50 la dozz. ; 0,10 caduna e 0,90 la dozzina.- 3° Tipo artistico più grandi da L. 0,15 caduna e 1,5Ò la dozzina. In argento: 1• argento lucido, rotonde, ovali, rinascimento, traforate, di· segni fantasia (a seconda del prezzo) da L. 0,10 · 0,15 · 0,20-0,30 · 0,40 · 0,60 · 0,7Q • 0,80 · 1,00 • 1,50 · 1,75 · 2,00 • ecc. caduna. - 2• Tipo argento ossidato più artistico, da L. 0,80 · 0,95 - 1,15 - 1,35 - 1,75 • 2,80- 3,00- 4,75 caduna.- 3• In smalto e contorno argento da L. 1,15 · 1,25 caduna. In oro: t• con smalto da L. 2,50-2,75 · 4,00-5,00 caduna.- 2" Incise da ft!.1r 3,~ · 4t40 · 5,10 · 6,50 - 9,50 - 10,15 - 11,50 - 14,00 • 16,50 · ecc. caduna. bBIBDBIII 8geniO il prezzo varia secondo la loro lunghezza e grossezza, ed anche secondo la fattura degli anellini che possono essere semplici, faccettati o mezzo-tondi, e sempre saldati fra loro, e si possono avere ldabL. l,20 • 1,30 · 1,50 · 1,60 - 1,75 · 2,00 - ecc. caduna. e rOCIIS ricercate e preferite sempre, di ess~ l'assortimento è svariatissimo, completo, curandosi in particolar modo l'Effigie della Consolata: con 10 . 15 · 20 - 25 - 35 - 40 • 45 • 70 · 75 centesimi, si hanno graziose broche& con imagine in fotografia e contorno assortito in metallo. Ma il tipo artistico in metallo imitazione argento antico inalterabile, è quello del quale ~i possiede l'assortimento più completo, così da soddisfare qualsiasi richiesta. È impossibile riepilogarne qui le forme ed i disegni. Il prezzo varia da L. 0,80 -0,85 • 8,90 . 1,00 -1,15 · 1,25 -1,50 -1,60 - ecc. La figura della Consolata, anch'essa in metallo ossidato, è artisticamente riprodotta. P Spille i sio~~ezza con l'effigie della Consolata, graziosissime, 0,15 caduna. enna 8 sa 18PUD18 tutte coll'Effigie .della Consolata in fotografia, e montatura in metallo nichellato. - Penne tascabili colla relativa matita 0,50 caduna. - Matita a chiusura con ·anello per appenderla 0,40. "'-Penna e matita unite 0,30 - Salvapunte, matita e gomma 0,20. - Salva- s in~Acon matita 0,10 caduno, 1,10 la dozzina. 11U8Ut1 in metallo argentato, bianche od ossidate, da L. 0,40 • 0,50 • 0,60 • 0,90 . 1,45 -1,60 -3,50 caduna. Le stesse, montate su piedestallo, pure di metallo, in stile barocco o gotico da L. 1,00 • 1,20 · 1,40 · 1,90 · 2,20 - 2,50, 3,00 . 3,25 • 3,50 caduna. Le stesse entro cappellette, stile barocco o gotico, da L. 3,25 - 3,75 - 4,80 • 6,75 - 10 caduna. Astucci tascabili a chiusura, colla relativa statuetta della Consolata da L. 0,10 -, Q,25 · 0,35 • 0,45. Acquasantlnl con su applicata la statuetta della Consolata, in metallo argentato, bianco, ossidato o dorato, con vaschetta smaltata da L. 2,00 • 2,60 · 3,25 · 3,75 · 5,00 · 6,00 - ecc.

ç~~ -~~~ ..... DIREZIONE ~ SO~a<I:ARIO La spedizione del Duca degli Abruzzi al Ruwenzori - Dalle nostre Missioni: U o operaio dell'ora undecima - VasPIAZZA DEllA CONSOLATA ~ sed•o e la battaglia di Torin · nel1706- Apertura delle feste religiose pel Bicentenario 1706-1906 - Cronaca mensile del Santuario: Grazie recet,ti >iferite ftlla.sacrestia _:_ Brevi TORINO relazioni di grazie pervenute alla. sacrestia. - Indulgenze a. J chi visita il Santuario in maggio - Orario delle Sacre Funzioni per maggio. { O/l'erte per le missioni della Consolata in Aj'rica. La spedizione del Duca degli Abruzzi AL RUWENZORI Colla precisione ed il semplice cerimoniale degli uomini d'azione, S. A. Luigi di Savoia è partito- come aveva fissato- il16 aprile dal porto di Napoli per la sua spedizione africana. A nome di tutti gli Italiani presentarongli ossequenti auguri il sindaco di 'Napoli, il prefetto, i comandanti del porto e del dipartimento marittimo, il Consiglio direttivo della Società Africana di Napoli, la presidenza della Società Geografica di Roma. Il fratello Duca di Aosta colla consorte ed il Duca di Orleans accompagnarono a:ffettuo· samente a bordo il principe esploratore. Già abbiamo in un precedente articolo dato l'itinerario del viaggio del principe da Napoli a Mombasa sull'Oceano Indiano, e di là a . ;E>ort Florence ed Entebbe sul lago Vittoria (Vedere carta geografica nel ptriodico del passato aprile a pag. 56). Da Entebbe due sono le vie che si presentano per giungere ~Ile falde del Ruwen· zori: una piuttosto bassa e pianeggiante se· l guendo il corso del fiume Katonga; l'altra più a nord e maggiormente elevata. La prima, col vantaggio di una minore lunghezza, ha i gravi inconvenienti di frequenti e vasti t pantani infestati da numerose famiglie d'insetti; la seconda, invece, è alquanto più lunga, ma attraversa regioni più alte e meno insalubri, sulla linea di displuvio tra i fiumi Katonga, Kitumbi e Misisi (Vedi cm·ta geografica a pag. .67). Sebbene nulla sia ancora definitivamente deciso - com'ebbe a dirci il principe stesso nell'udienza che si degnò accordarci prima di partire da Torino - pare però che sarà data la preferenza a questa seconda via, la quale - stando ai calcoli preventivi - si può percorrere in 20 o 25 giorni di cammino in carovana. Quindi si spera che in principio di giugno la spedizione arrivi a Fort Portai (Vedi cartina a pag. 67) e possa intraprendere l'ascensione propriamente detta del gruppo montuoso formante il Ruwenzori, portandosi in una settimana al V8StO altipiano situato a circa 3000 m. sul livello del l mare, dove sarà impiantato il grande campo di rifornimento. Comincierà da questo punto l'ordinamento ta~tico per dare in tutta regola l'assalto al

66 .f!l eo.,solata Re delle nuvole. Verso la metà di giugno i 12 bianchi che-comprese tre guide alpineconta· la l'lpedizione, procederanno all'ascensione, seguiti da un determinato contingente di portatori indigeni, il cui numero sarà di mano in mano diminuito in proporzione del- (Seguito dell'articolo pubblicato nel p. p. aprile) I. I Monti della luna e te sorgenti del Nilo attraverso i secoli - Grandi ambizioni deluseLe favole e le carte geografiche- La storia del Ruwenzori. l'altezza conquistata, rimandando i non più I picchi meravigliosi del Ruwenzori, i necessari al campo sottostante. Dovrà in ~ celeberrimi Montes lunae dell'antico mondo seguito pure essere ridotto il numero dei ~ classico - come già abbiamo accennato - bianchi: questo piano · destarono fin da tempi di eliminazione fu a· remotissimi il più vivo dottato dal Duca, tra· e costante interesse. endo utili ammaestra· 11 loro stesso nome menti dalle difficoltà bizzarro, il trovarsi da altri in con tra te essi in un continente nelle precedenti ascen- pieno di sorprese e di sioni del R u wenzori mistero, in regioni ine dal)e cause del loro dicate per tanti secoli insuccesso. N elia spe sulle cal"te geografiche dizione pol~re l'ultimo colla designazione di sforzo era assegnato al Ignoto od Interno teCagni: qui l'ultimo nebroso, le favoleele drappello che supererà leggende mescolatesi il tratto della sommità alle tradizioni ed ai del Ruwenzori dovrà racconti dei trafficanti trovarsi nelle stesse d'avorio e di schiavi: condizioni matériali e tutto concorreva a ridi spirito, come se par- chiamare. l'attenzione tiss-e in quel momento dei dotti e dei viagdal1'altipiano. A tale giatori sui Monti della scopo il carico sarà, s. A. R. Luigi di Savoia, Duca degli Abruzzi luna. Ma ciò che magnel periodo risolutivo, giormente stuzzicava ridotto ai minimi termini, ed il più elevato ~ .la nobile curiosità degli scienziati ed accenculmine della montagna dovrà essere salito deva negli animi av~di di gloria il desiderio di e ridisceso in una sola giornata. contemplare coi proprii occhi le famose monIddio benedica !'·impresa del principe espio- tagne, o almeno di poterne parlare con coratore, e voglia la Consolata maternamente gnizione di causa, era la stretta relazione che assisterlo nei pericoli del viaggio avventu- 1 si sapeva intercedere tra i Monti della luna roso. Possa il più lieto suc.cesso coronare ed il N ilo: il più grande e bel fiume della terra, l'audace tentativo di questo figlio di Savoia come fu concordemente appellato da tutta che, emulando le ;rudi fatiche di avi magna-~l'antichità, e che si riteneva limitare a nord nimi nelle lotte feconde, fa spiccare alla sua la parte abitabile dell'Africa; il fiume divi· aquila araldica un si gran volo; nè sia in· nizzato da parecchi popoli africani, adorato vano per la red~nzione di nuovi popoli afri· · sotto il nome di Osiri in templi rivaleggianti cani che questa porti la bianca croce, insieme l per grandiosità coli~ piramidi di quell'Egitto coi tre colori della bandiera itali~na, sugli a cui esso dava la vita colle sue piene peeccelsi monti dell'Africa equatoriale·. riodiche, dove tutto era colossale, e che colla avanzata sua civiltà· imponeva rispetto ed

la · eo~solata - . 67 ammirazione ai conquistatori; il Nilo, i~fine, dei Faraoni, di Mosè, dei mille ricordi stor~ci sacri e profani. Nessuno fra i dotti dubitava che dai Monti della lùna traesse le principali sue sorgenti il grailde fiume, e tutti sanno che pochi sogni~ poche imprese furono fra l'umanità studiosa e conquistatrice perseguiti con tanto ardore e _con maggior -costanza come la scopert!l- delle sorgenti del N ilo. l_lice di vedere le primitive fonti del Nilo. Dicesi che anche il borioso Nerone mandò eserciti a tentare la stessa scoperta, ma che t la relazione presentatagli dai condottieri ·al loro ritorno gli tolse ogni speranza di successo. E questo pur troppo doveva ancora sfuggire alle assidue ricerche per una lunga Si vuole che i più illustri monarchi e l serie di secoli. Le grandi ambizioni deluse dovettero certo contribuire a meglio accreditare le primitive favole mitologiche sui Monti della luna e Carta delle regioni del grandi laghi equatoriali colla ca~ena del Ruwenzori. guerrieri dell' antichità fossero tormentati l dalla brama di porre il colmo alla loro gloria èon tale scoperta. Secondo gli antichi storici, Cambise re di Persia, vissuto 'nel V secolo prima di Gesù Cristo, dopo aver conquistato l l'Egitto perdette molta gente e molto oro in vane ricerche delle origini del Nilo. Alessandro Magno, recatosi a consultare il famosissimo oracolo di Giove nell'oasi di Ammone ~ del deEerto di Libia, domandò per prima cosa di conoscere le scaturigini di quel ·fiume; Tolomeo Fidalelfo mosse guerra agli Etiopi colla mira di risalirlo dal loro paese. Il poeta l Lucano nella sua Pharsalia fa dire à Cesare che egli lascierebbe subito di far guerra al suo paese, se potesse essere abbastanza fesulle sorgenti del Nilo, come a creare nuove leggende. Però tra le favole e gli sviamenti d'ogni fatta, da tempo immemorabile- provenienti da chi sa quali lontane fonti di fatti' e di tradizioni - si possedettero sui Monti della luna e sulle sorgenti del Nilo nozioni stabilite su un sostanziale fondo di verità, le quali poi si andarono attraverso i secoli sempre ampliando, specialm'ente. per le relazioni· dei trafficanti d'avorio e di schiavi, spinti dalla cupidigia dell'oro e ·dal genio per le avventure .fino alle estreme regioni selvagge ed inesplorate. La rtid,imentale carta del mondo di Omero .:.... disegnata quaranta secoli or sono - mostra già il Nilo traC'ciato fino ad immense

r 68 w e o t'l so laJ a montagne verso l'equatore. Gli schizzi successivi dei più grandi geografi ed astronomi dell'antichità, quali Ipparco, Ecateo, Tolomeo èd altri, segnano tutti le Montagne della luna fra tre grandi laghi, sebbene differiscano tra l~ro, sia nella collocazione rispettiva degli uni .e delle.altre, sia nel portare. laghi e mqnti .di qualche grado più a sud ·o più a nord dell'equatore. Così fanno nei secoli dopo l'era volgare gli scienziati arabi ed europei: i fa. mosissimi Edrisi e Massoudi, l'inglese J ohn Ruysch ed altri moltissimi, fino al grande navigatore veneziano Sebastiano Caboto, il quale nel XVI secolo compì grandi viaggi in servizio çlell'Inghilterra. Sono sempre i tre laghi (1) a cui le grandi Montagne della luna, per mezzo di molti fiumi, mandano le loro acque; m~ in queste.carte gli elem~nti di verità si vanno facendo sempre più numerosi ed esatti, e così passo passo la stori~ del Ruwenzori, il glorioso Re delle nuvole, passata- come tutte le storie dei grandi monarchi - per la fase leggendaria e poetica, va avvicinandosi al suo periodo positivo e scientifico. IL Esploratori a/rz'cani che n01• videro il Ruwenzori - ·Fortuna meritata- Prima splendida viaz'o11e delle Montag11e detta luna-Descriziòne 'della catena del Rruoenzori. La storia positiva della regione dei grandi laghi equatoriali non comincia se non nella seconda metà del secolo XIX, cioè coll'estendersi del dominio del Kedivé d'Egitto sull'alto Nilo e nel Sudan, sotto la ppotezione dell'Inghilterra. Gli interessi della politica aiutando quelli della scienza, permisero allora ad un manipolo di illustri esploratori di compiere quanto invano avevano desiderato gli antichi, ·di giungere cioè alle sorgenti del Nilo. Già nel 1848-49 i tedeschi Rebmann e Krapf avevano scoperto due qei nevosi colossi ~fricani: i monti Kilima-Ngiaro e Kénya; gli inglesi Burton e Speke nel 1857 esplorarono il' lago Tanganika; quest'ultimo nell'anno La cartina che presentiamo a' i>Bg. 67, disegnata dietro le più recenti scoperte geografiche, mostra precisamente il Ruwenzori in mezzo ai tre laghi Alberto, Albert Edward e Victoria. seguent~ raggiunse il lago Victoria, scoprendo la parte di sorgenti che il Nilo ha da esso. Nel. 1862 poi lo stesso Speke discese il Nilo con Samuele Baker, dopo avere visitata l'Uganda. Ma nessuno di questi viaggiatori raggiunse la regione del Ruwenzori, sebbene alcuni vi si fossero assai avvicinati. Anzi nè il Baker che ritornò nel 1869-1873 . colla coraggiosa sua consorte nella regione dei laghi, nè l'italiano Romolo-Gessi, nè Emin Pascià che navigarono sul lago Alberto, videro le grandi montaghe nevose, sebbene avessero raggiunte località d'onde avrebbero dovuto essere perfettamente visibili. E ciò fu certamente in causa della nebbia densissima e nera che 300 giorni su 365 dell'anno - come fu constatato - avvolge il Ruwenzori, sottraendolo ad ogni più acuto sguardo, La fort~na ~ la gl~ria di scoprire il Re delle nuvole toccò ad ~nrico Stanley, e fu fortuna e gloria bim meritata, perchè l nessuno fra i viaggiatori afric~ni pi'ù faticò e sofferse nell'Africa tenébrosa; nessuno più di lui concorse a svelarne i segreti; nessuno si consacrò con più diligente amore e con più ero.ico e costante animo a condurre a termine le imprese che aveva assunte nel continente nero, dalla prima a cui si accinse appena ventisettenne nell'anno 1871 movendo alla ricerca di Livingstone, fino a quella di gl}idare la grande spedizione inglese di soccorso·ad Emin Pascià: impresa che finì di logorare la fibra d'acciaio del grande esploratore, in tre anni di indicibili sforzi e pa· timenti, quanti ne corsero dal principio del 1887 al fine del 1889. Fu appunto durante i viaggi di quest'ultimo periodo che ' egli scoperse il Ruwenzori. Lo Stanley già ne aveva avuto una fuggevole visione nel1888, manon fu se non l'anno seguente, e precisamente il 2 aprile 1889, che egli, colla numerosissima colonna di gente che guidava, potè godere la meravigliosa vista dell'intera catena, dai pressi di Kavalli sulla spqnda occidentale del lago Alberto (Vedi carta geogr. a pag. 69). Conviene notare che sebbene in queste località l'esploratore avesse l j

dovuto fare un forzato soggiorno di ol~re due .mesi, aveva indarno, al pari dei suoi ufficiali, rivolto mille volte gli occhi ed i cannocchiali a cercare, nella direzione in cui doveva trovarsi, la bella montagna ne· vosa vista nel 1888; Ecco come l.o Stanley stesso riferisce la ·splendida, improvvisa v!sione (1). . 69 l spettrale, isolata, veleggiante nell'aria, realizzando il sogno d'un Isola dei Beati. Mentre H sole scendeva all'occaso, la zona nebbiosa svanì e l'apparizione galleggiante restò fissata alle regioni inferiori dei versanti minori: i contorni spiccati ed i più ampi det· tagli potevano facilmente seguirai coi binoccoli. Benchè fossimo lontani quasi 130 km ., Il Ruwenzori visto dal versante sud-ovest, in vicinanza di Mtsora (da fotografia: v. cartina p. 67). ·«Fu .uno spettacolo strano e ·magnifico che r.allegrò oltre u~ migliaio di ansiosi osservaci era dato persino distinguere le frangia delle alture e le fronzute macchie d'alberi tori, i quali lo contemplavano sbalorditi dalla poste su larghi margini e su guglie di monti, sua sublime bellezza-e maestà. La parte su- o ricoprenti qualche roccia simile a torre periore della catena era distintamente visi· che s'inclinava sui profondi abissi inferiori. bile divisa in molti p~cchi, con creste e seni Il colore dei nudi dorsi delle rupi, schierate nevosi sollevantesi ad altezze inar.rivabili: in legione contro l'azzurro lontano ed esposte pareva tenuta di peso in alto, in uno spazio al bagliore del sole, era d'un ross9 purpureo. vuoto di sorprendente chiarezza, sotto la ~ Vedemmo che il lato della catena rivolto a cupola d'un cielo azzurro carico; limpido ed noi era singolarmente ripido e forse inaccesimmacolato come il cristallo. Una larga zona sibila, ~- che 'i campi di neve mandavano di nebbia lattea che l'avvolgeva nel mezzo, ~ piumose striscia assai al disotto' della cima la faceva rassomigliare ati una montagna d'.un altura nu!Ì.a che sporgeva fra la catena' centrale ed i colli Balegga a 20 km. da noi, (l ) S'TANLEY, Africa tenebrosa. e sulle cui sommità il Ruwenzori, 100 km.

70 .w e ory_so la t_a Q più lungi, appariva ampio e grandioso, simile al. concetto che potremmo formarci di un castello paradisiaco con torri merlate, dominante leghe su leghe d~inespugnabili baluardi». Procedendo per la sua via verso sud, lungo l'altipiano Balegga, indi per la valle del Semliki, allago a cui egli diede il nome di Albert Edward, lo Stanley costeggiò da ovest e da sud l'intera catena del Ruwenzori, e pro· :fittando delle rare ·ore in cui essa non era avvolta nella nebbia, potè contemplarla interamente ·e trarre le magnifiche fotografie delle quali presentiarno la riproduzione (Vedi incisioniapag. 69 e 71) (1). L'intera catena si stende per circa 150 km. da nord a sud, incurvandosi nella parte più settentrionale a modo di mèzzÀluna. Dall'estremità meridionale del lago Alberto è un progressivo lento salire, finchè le alture si drizzano ad un tratto ad eccelse altezze di almeno 6000 metri, con picchi coperti in gran parte. di neve e frastagliati in guglie triangolari, per ridiscendere di nuovo verso sud con digradanti giogaie 'e traverse. La p~rte centràle nevosa, lunga cir.ca 50 km., si dirama ed allarga da est ad ovest a modo di due braccia .d'un'immensa croce; il cui piede- a nord - tocca l'estremità meridio· nale del lago Alberto, ~entre il vertice - a sud - è circondato interamente dal bacino del lago Albert Edward. Il versante occidentale è assai irto ed ha immense sporgenze di roccia a perpendicolo; , l'orientale verso l' Uganda è più frastagliato, ma ,con minor. numero èli bastioni sporgenti fuori della -catena. III. Prima aoalata al Ru•oenzori- llna Berra calda ••aturale - I mm•ti narrano la glor!a del Creatore. Il 6 giugno 1889, da una località situata a 1174 metri sul livello del mare e lontana di soli 200 .métri dal piede della catena, un u:ffi. ciale della spedizione di Stan}ey, W_. G:ant· (l) STANLEY - Africa tenebrosa. • Q Stairs tentò l'ascensione del Ruwenzori, non potendo ciò fare lo Stanley stesso, estrema· mente indebolito da alte febbri sofferte poco prima. Ma in due giorni di immani fatich~ per selve inestricabili e brughiere giganti, per rocce a picco e profondi burroni, lo Stairs, molestato da un intenso freddo umido e da nebbie fittissime, non potè ·arrivare che a. 3256 metri sul mare, d'onde, sia per mancanza di viveri, come per non esporre a certa morte i neri che l'accompagnavano, dovette retrocedere senza toccare il limite della neve. Questa copriva un picco vicino ch'egli stimò alzarsi ancora di 1800 mètri su quello da lui raggiunto. Coll'aiuto di un buon binoc· colo, lo Stairs rotè contemplare da quel lato· l'estrema vetta del Ruwenzori, distinguen· . done perfettamente una delle creste terminali a denti disega con spiccato carattere era· terifornie, mentre attraverso ad una breccia vedeva sull'altro lato una seconda emergenza cogli stessi · caratteri e con la medesima altezza. Qui merita di es;ere' stralciato dal ricchis~ simo diario dell'esplor.ato:.:e inglese un tratto, che spiega il perchè il Ruwenzori sia cosi avaro' della sua vista. « Per ciJ•ca 60 chilometri, nella regione di· stinta col nome di Awamba (Vedi cartina a pag. 67) la valle del Semliki è una vera serra calda. Le piogge quotidiane vi rroducono una così grande umidità, che da ogni campo il fumo formato dalle esalazioni vaporose del terreno, durante il nostro passaggio, ci avvolgeva come in un manto, irritandoci gli: occhi e soffocandoci a metà. Ora, a causa della con· formazione e della grande. altezza ed estensione della catena del Ruwenzori, questa porzione della valle non può essere raffreddata, nè possono esserne spinte a sud le-sue emanazioni: esse si alzano quindi ince~jsantemente a formare come enormi siparii neri contro le pareti dei monti, per poi. essere nuovamente rifuse e distillate giu~g~do al freddo intenso della regione nevosa. «Così questo tratto della valle del Semliki, sepolta sotto i suoi vapori, è una vera serra calda naturale, ove la vegetazione trovando

l 1a eo.,solata ~ 71 ogni elemento favorevole trionfa in una di-~ sordinata e regale profusione. Doye l'humus è profondo troviamo una foresta alta e mae· stosa, con un sottobosco impervio di giovani alberi legati insieme ~ talora affatto na · scosti da innumerevoli e robuste piante rampicanti. Ogni fustr d'albero ha il suo parabili per descriverla nelle brevi ore in cui essa si lasciava contemplare nella chiarezza qel cielo in tutta la sua estensione. Basti per tu~te questa br~ve citazione : '1 rde abito di soffice muschio sgocciolante « Durante queste brevi - troppo brevi vedute del glorioso Re delle nuvole io ho osservato i rapiti volti dei bianchi e dei neri che m'accompagnavano fissati e sollevati i Il Ruwenzori visto dal versante sud, presso Karimi (da fotografiq: V. cartina p. 67). di rugiada, ed ogni felce arborescente o ramo orizzontale ha le sue orchidee o larghe piante · di anacardi. Ogni roccia è rivestita di licheni, ed in ogni più lieve incavo si affollano piante tropicali, colmandolo; dovunque, tranne che sulle pareti di qualche blocco smossosi di recente, la vegetazione trionfa in ogni varietà di forma e di verde»- Lo Stanley descritta con colori danteschi la catena del Ruwenzori quale gli appariva il più sovente, cioè una massa lunga, solenne, stupenda, velata dalla nebbia salita dagli imi recassi. delle valli e delle voragini; ora nera come la notte, ora colorita dai più splendidi riflessi della luce, ha pagine incomi muta ammirazione verso quel sublime Re dei . monti, cinto dei suoi immacolati abbiglia· menti di neve, circondato da miriadi d'oscure montagne basse, quasi adorator~ incurvati l dinnanzi al trono di un monarca, sul cui freddo e bianco volto fosse scritto - Infinito..... Eterno! ~ Questi momenti di un supremo sentire sono ineffabili, per l'assoluta l astrazione dello spirito da tutto ciò che è sordido ed ignobile, e l'estremo suo assorbimento nella presenza .di una sublimità inaccessibile; di una maestà indescrivibile, l costringente, non solo ad ammirare reve· renti, ma ad ado;are il Creatore nell'immagine s~a ».

72 12 eo.,solata IV. Ottimi ÌN/rull•~oai tentativi per raggiungere l'estrema vetta del Ruwen11ori - O n fervido augurio. Dopo l'ardito compagno di Stanley molti viaggiatori furono 'al Ruwenzori'; ma nessuno riusci a conquistarne l'ultima vetta) anzi taluni, come il missionario protestante Fisher, la giudicarono assolutamente inac· cessibile. Già abbiamo, in altro articolo, ac· cennato all'illustre alpinista inglese Douglas Freshfield, il quale cercò invano di giungere al picco più alto della grande montagna nevosa nel novembre 1905. Cosi nel p. p. gennaio 1906 falli il tentativo dell'Ugart (anch'esso missionario prote~tante) e di M.r Maddon, e più recentemente ancora quello del viaggiatore austriaco Herr Granar, il quale però riusci a scalare un picco minore, battezzandolo col nome di King Edwa1·d's Rock. I signori Ugart e :M:addon trovarono le nevi perpetue a m. 4315, e - secondo i loro calcoli - il picco salito da Granar sarebbe alto m. 5600, mentre il picco maggiore del Ruwenzori si alzerebbe ancora di circa 500 metri. Le ragioni per cui ebbero esito sfortunato le imprese di questi e di precedenti ascensionisti, in maggioranzà ufficiali, alpinisti e missionarj protestanti inglesi, furono sempre principalmente la mancanza di mezzi di trasporto, la nebbia ed i te11;1porali, terribili che quasi di continuo avvolgono il -Ruwenzori in un'atmosfera indicibilmente buia e tempestosa. Gli indigeni, per quanto vestiti all'europea, non possono assolutamente resistere al freddo oltre una certa altezza, ed il maltempo col suo accompagnamento di umidità malsana, di pantani, di frane colossali, è una forza formidabile, che manda spesso a vuoto i più arditi conati. La stagione presente sembra quella in cui il Re delle nuvole ha meno veli . e meno collere, e la spedizione del Duca degli Abruzzi - secondo affermava pochi giorni or sono anche l'autorevole giornale. inglese The Morning Post - è la più numerosa e la meglio ()rganizzata di tutte quelle che si sono fin qui proposta la scalata del Ruwenzori. Essa ha dunque, umanamente parlando, ·tutte le probabilità di buon successo. Però in faccia alle grandi e difficili imprese,. anche quando si è posto nelle migliori condizioni, l'uomo sente per naturale istinto che ciò non basta; che la riuscita dipende essenzialmente da un quid superiore al suo imperio, che non può essere influenzato dalla sua forza materiale o morale. · I paganeggianti moderni chiamano questo quid il destino, noi cristiani lo chiamiamo volontà di Dio, e col .poeta pensiamo r.he : A compir le belle imprese l"arte giova, il senno ha parte ; ma vaneggia. il senno e l'arte quando amico il Ciel non è. Perciò noi, con quanti ze,lano la gloria che all' Onnipossente ridonda dalla più perfetta conoscenza delle opere sue, non mancheremo di invocare da Lui che anche Lui'gi di Savoia possa godere al co~petto del Ruwenzori le sublimi emozioni provate dallo Stanley; non mancheremo di pregare per l'incolumità del Principe-esploratore e della sua spedizione, augurando che l'esito dell'impresa arrechi nuovi progres~i alla scienza, nuo~a gloria alla patria nostra. Ci si permetta ripetere che l'abbonamento al periodico è intieramente devoluto a vantaggio delle .Missioni della Consolata in Africa. I benefattori che ci mandano offerte sono vivamente pregati di indicarci'ogni· volta se queste sono pelSantuario, oppure per le Missioni della Consolata. D~LLE ~OST~E MISSIONI Un operaio dell'ora undecima Nella breve storia delle nostre Missioni, pubblicata nel fascicolo settemb~e- ott~bre 1905, si conchiudeva il paragrafo « Bat~­ simi » con pochi cenni su un vecchio kikùip, alla cui anima Iddio si era degnato di rive-·

' \ la - <Zof}so1ata 73 larsi ispirandogli una così viva fede ed un si ardente desiderio del battesimo, che, a vendo in ciò una garanzia della sua costanza, si era creduto di dover fare a suo favore una eccezione, col battezzarlo - .. primo fra gli adulti - senza che egli fosse in pericolo di morte. Ci è grato completare ora la semplice r Wawéru (da fotografia ·del P. Perlo). biografia di quel buon vecchio con una re· laz.ione mandata in proposito nel p. p. marzo 1906 dal P. Borda, addetto alla Missione del S. Cuore di Gesù. * * * « Quando il P . Perlo nostro Superiore iniziò questa Missione presso Fort Hall,'costruì la prima casetta su d'una collina, in luogo di proprietà d'un indigeno a nome W awéru. È costui un vecchietto basso di statura, un po' curvo; l il pelo canuto, scomparso quasi intieramente dal suo cranio, non ha lasciato che una pie· i cola traccia sul mento in una rada barbettaargentea, che Wawéru accarezza in certi momenti tipici con speciale compiacenza(Vldi ritratto qui accanto). Dev'essere presso all'ottantina, perchè afferma essere i suoi anni eguali a quelli di un albero gigantesco, piantato alla sua nascita, e che stende ora gli ampi suoi rami in mezzo al nostro cortile. Per un· certo suo umore gaio ed affabile, Wawéru è amato in tutti i dintorni, mentre la grave età, una naturale onestà ed un innato buon senso l'hanno reso venerato come un antico patriarca: ~a sua presenza è ricercata in tutti i dibattiti ed il suo giudizio rispettato quale sentenza inappellabile. · « Il buon vecchietto accolse fin dal principio i missionari con ingenua e franca espansione. Avendogli noi per- . messo di rifabbricarsi le sue capanne in terreno divenuto legalmente proprietà della Missione, egli si vem:e poco alla volta considerando come di casa, ed in questa sua nuova qnalità di amico degli uomini di Dio, insieme con una grande. gioia, W awéru trovò un aumento di dignità ed un ampio tema di discorsi coi neri. Ohi nelle ore mediane della giornata fosse venuto alla Missione del Sacro Cuore, avrebbe trovato infallantemente Wawéru s'eduto sui gradini della casa, in attesa che ne uscisse il missionario per guidarlo, attraverso il dedalo dei tJ~ sentieri, ai villaggi; oppure l'avrebbe visto tutto in faccende dare spiegazioni ed indirizzo ai neri che venivano per medicazioni od altro dal Patri. i l « Formatosi poi anche a Fort-Hall un gruppo di catechisti, egli ne divenne presto il padre, sapendo col suo fare bonario eccitarne senza offesa lo zelo, cooperando con loro nel fare i catechismi, aiutandoli con consigli prà.tici e d'ordinario utilissimi. La novella fede, germogliata cosi spontanea e

, l 74 J1t eo.,solata vivace _in quel cuore semplice, divenne perfetta passando, come quella dei primitivi cristiani, per il fuoco della prova. A W avéru, per non so quale epidemia, presero a morire i montoni, sicchè in breve tempo li perdette tutti. E la moglie ad insinuargli prima, a gridargli poi su tutti i toni essere lui la causa di tanta perdita, per averSI, colla propaganda delle nuove dottrine, irritate le anime dei suoi antenati defunti. Ma Wawéru rispondeva:- No, no: il genitore vuole sem· pre bene aj suoi figli, ed i nostri vecchi non hanno cessato di amarci per ciò ,solo che ci hanno preceduti nel tornare a Dio. ·_ E poi come Giobbe: - Iddio è padrone dei montoni, e d'ognialtra ricchezza: c'è dunque da arrabbiarsi· se egli dispone delle cose sue? - A chi lo consigliava a fare qualche sacrificio al ngoma (spirito del male) a fine di placarlo, dichiarava:- Preferisco rivolgermi direttamentè a Ngai munére (Dio padrone) il quale, quando gli piaccia, saprà bene far cessare i miei infortunii. « In vista delle affatto straordinarie sue disposizioni e del pericolo continuo che egli correva per la sua età quasi decrepita, noi stimammo conveniente di appagare- in via di eccezione- l'ardente desiderio che Wawéru aveva del battesimo. « La preparazicne al grande atto fu lunga, ma più ancora umile e fervente. '- Possibile, andava esclamando il singolare neofito, possibile che il buon Dio si voglia accontentare ancora di un povero vecchio esausto e logoro, come son io! - Ed alle mie assicurazioni che il Signore guarda soltanto al cuore, chiedeva: - Come potrò amarlo e servirlo come si deve, io che non so neppure pregarlo de· gnamente? « Il giorno di Pentecoste 1905, fissato per la grande funzione, è finalmente giunto. La mattinata è fredda, umida e nebbiosa, ma Wawéru non guarda al tempo. Vestito a nuovo, drappeggiato in una coperta rosso· fiammante, prima ancora che il campanello suoni la levata per la comunità, si reca sulla porta della cappella chiusa e li, ginocchioni a terra, recita soletto ad alta voce le oràzioni, dopo le quali, non sapendo che far di meglio, ripete più volte l'atto di contrizione con. un sentimento così vivo che commuove. Pieno di preoccupazioni, egli corre quindi dal missionario, dall'una all'altra suora domandando, come dovrà comportarsi per fare tutto bene. « Dalla vicina stazione della Madonna. d'Oropa sono venuti per la circostanza i Padri Scarzello e Bell~ni; la cappella parata a festa, con semplice ma squisito gusto, dalle buone suore; l'importanza e la novit~ stessa della funzione: tutto concorre a rendere, direi, saturo di santi affetti l'ambiente ove si svolge la sacra cerimonia ed a far quasi sensibile la presenza di Dio e la grandezza del sacramento che apre il Cielo. Alle 9 precise W a· wéru, tutto posseduto da una commozione che a mala pena gli permette di pronunciare le parole rituali, dà un solenne addio al suo lungo passato, per rinascere a nuova vita, entrando, col nome di GIOVANNI CASALE, nel grembo della Chiesa Cattolica. Io gli versai co~ gioia inasprimibile sul capo l'acqua battesimale; assisteva come padrino il confratello Falda Benedetto, in rappresentanza. del Sac. D. Giovanni Casale, benefattore in· signa delle Missioni della Consolata. « Lo Spirito Santo è evidentemente sces() colla copia dei suoi doni nel cuore del nuov() cristiano: dal suo battesimo è passato quasi un anno, ma il fervore di Giovanni si man· tiene costante ed eguale a quello del prim() giorno. Egli malgrado la grave sua età ed i nostri consigli di aversi riguardo, non'Illanca. mai, anche nei dì feriali, alla messa, sebbene l'orario nostro la segni prima dello spuntar del sole. Non potendo, nell'entrare in chiesa, , fare la genuflessione per la rigidità delle vecchie sue gambe, fa un inchino così pro· fondo che, d'ordinario, finisce col trovarsi seduto sulle calcagna. Esaurito il repertori() delle orazioni imparate a memoria, prega Iddio e la Madonna come se visibilmente con loro parlasse e ragionasse, e talora ha sortite cosi originali che ci fanno sorridere, ma insieme ci fanno riflettere perchè sgorganti veramente dall'abbondanza, di un cuore pian() di fede. , /

- l 111 eortsolata 75 c « Un giorno trovai il caro vecchio seduto sulla riva di un fossatello presso il suo villaggio: aveva seco, accomodati uno per ginocchio, due suoi nipotini che veniva catechizzando: Dov'è Dio?- Imparatelo ben~: Iddio è in cielo, .in terra .... sì, anche sotto terra, giacchè chi altri se non Lui spinge fuori dal suolo il miglio e la meliga che noi mangiamo?-Nonno, l'interruppe uno dei 'ragazzi, l'hai tu veduto Iddio? - Sciocco che sèi, ribattè pronto il vecchio, hai tu veduto forse il vento, anche quando soffia forte? « U n'al~ra volta, in un'assemblea di uomini, dopo l'esaurimento della discussione per cui si erano adunati, vedo Giovanni alzarsi-e tuonare con enfasi oratoria: - I bianchi, quando ha~no bisogno di sapere le cose di Dio, guardano le carte e sanno; noi che non abbiamo carte, come faremo a sapere le cose di Dio, se non andiamo dal Padre?- E ancora: -Il sole, la pioggia ed il vento esegui· scono i comandi di Dio; solo noi rifiuteremo 4i ascoltare la voce di Dio, che ci parla per bocca del Padre? . « Grazie allo zelo di questo nuovo cri- ,stiano, ora tutta la di lui ampia parentela conosce a perfezione le verità necessarie per salvarsi; nè egli si lascia sfuggire occasione alcuna per. es~rcitare a modo, suo l' apostolato fra la sua gente. Ma più ancora che le sue parole opera sui neri la sua condotta, veramente irreprensibile ed esemplare sotto tutti gli aspetti; e di lui certo si può dire che, come l'operaio chiamato all'ora undecima il quale guadagna ciononpertanto la mercede dell'intera giornata,. Wawéru-Giovanni redimerà con un tesoro prezioso di opere b11one i molti inutili suoi anni tr11scorsi. Ed intanto questa primizia, decoro d'una delle nostre cristianità nascenti, ci apre il cuore alle più liete speranze». P. ANTONIO BORDA. TUTTI GLI ABBONATI potrebbero farci un gradito favore e sarebbe quello di mandarci l'indirizzo di loro parenti o conoscenti stabiliti all'estero. A questi noi spediremo gratis numeri di saggio del perio· dico, àllo scopo di diffondere sempre più la di· vozione alla Consolata. o L'assedio e la bafitaglia di Toriqo nel 1706 ~--tl""\Y~== Le campagne del 1704--1706 (&gue l'articolo IIL I limiti di questa sommaria trattazione non ci consentono di tenere mimttamente dietro alle vicende, alle modificazioni e di· versioni che lo svolgimento del piano di guerra suindicato ebbe nelle due campagne del 1704-1705. Quanto alla prima, diremo che essa fu quasi esclusivamente occupata dagli assedi posti dai galli-ispani alle maggiori fortezze al ai qua ed al di là-delle Alpi, e che ebbe materialmente l'esito più infausto per i piemontesi. Non tutte le piazze successivamente assalite opposero quella resistenza lunga e tenace, che Vittorio Amedeo se ne attendeva e di cui - indovinato presto il piano del nemico- aveva fatto il perno del suo, progettando di dividere e logorare le forze degli · eserciti delle due corone, costringendoli a conquistare pal:no a palmo e pietra dopo pietra il terreno e le mura delle fortezze, mentre· egli non avrebbe lasciato di molestare il ne· mico colle truppe mobili di cui poteva disporre. Prima Susa, assediata dal maresciallo La Feuillade che già aveva occupata la Savoia, tranne il castello di Montmellian capitplò il 12 giugno, avanti ancora che fosse aperta la breccia; i~ 19 luglio fu la volta di Vercelli, dopo una resistenza che non mancò di bravura nè di abnegazione, ma che avrebbe po· tuto prolungarsi ancora. Il forte d'Ivrea, all'incontro, fu difeso strenuamente dalla sua guarnigione finchè · fu possibile, ma dovette cadere anch'esso sul finire di settembre, malgrado gli sforzi del duca d'aiutarlodall'esterno, sia con un assalto dato alla città, sia con una mossa offensiva verso Asti. Le forze delle schiere piemon~esi ed imperiali andavano intanto rapidamente diminuendo, oltrechè per le morti sul campo e per le malattie cagio· nate dagli strapazzi, per la dispersh•ne a cui le obbligava la lotta da sostenere in diversi

76 1.!1 eof}SO(ata punti nello stesso tempo. Così esse non bastarono ad impedire al Vendòme di occupare Biella e di internarsi dalla parte d'Italia nella valle d'Aosta, mentre il La Feuillade vi scendeva dalla Savoia, dove era stato costretto a ritornare dopo la presa di Susa, avendo trovato-insormontabili ostacoli a scendere per quella valle in Piemonte, più che da un pugno di soldati piemontesi, dall'ostinata resistenza dei valdesi, animati da profondo odio verso la Francia da cui erano stati crudelmente perseguitati e cacciati in bando. Il tradimento dello svizzero Reding, comandante del forte di Bard, il quale passò al nemico con tutto il presidio, agevolò la congiunzione dei due marescialli francesi nella valle d'Aosta: cosa che era stata sollecitata con grande ardore da Luigi XIV, a fine di chiudere il più presto possibile a Vittorio Amedeo le comunicazioni colla Svizzera, d'onde si temeva che la Grande Alleanza gli mandasse pode · rosi soccorsi, dopo due grandi recenti vittorie che i suoi eserciti avevano riport~to in Baviera. Raggiunto cosi lo scopo agognato e lasciati a custodia della regione conquistata alcuni battaglioni, il La Feuillade si rivolse 'ad espugnare Montmellian, mentre il Vendòme andò a porre assedio a Verrua, davanti a cui - cambiato parere - aveva capito che gli conveniva trastullarsi prima di assediare ·Torino, la cui presa era sempre alla cima . dei suoi disegni strategici come delle sue ambizioni. Nella storia di questa guerra l'assedio di Verrua segna una pagina che fu degno pre· ludio a quella scritta più tardi dalla capitale. Lungi dall'oppugnare in breve tempo tale piazza, come egli aveva créduto, il Vendòme non potè venirne a capo che dopo essere stato inchiodato per sei lunghi mesi davanti ai suoi ridotti con il principale esercito gallispano, il quale vi perdette 12 mila soldati · e sei generali, oltre un gran numero di ufficiali minori. Le prove di eroismo date dalla guarnigione di Verrua, animata specialmente dal suo comandante conte De la Roche d'Allery e dal generale Della Rocca, riempì di l ammirazione non solo i nemici, ma gli stessi commilitoni, i quali ...2. dal di fuori - guidati da Vittorio Amedeo e dallo Starhemberg, avevano anch'essi con insuperabile bravura concorso a prolungare la stupenda resistenza, che ebbe effetti strategici assai importanti e salvò forse l'indipendenza del Piemonte. La fama delle truppe piemontesi, alquanto offu- . scata da,lle precedenti vicende, ebbe a Verrua un nuovo battesimo di gloria che le restituì l'antico splendore, e rialzò l'animo e le speranze dei soldati come del loro duce supremo. E ben ve n'era bisogno. Se i gallo-ispani erano usciti dalla loro vittoria stanchi e decimati come da una sconfitta, peggiori d'assai erano naturalmente le condizioni dei vinti. Le perdite gravissime da esso fatte durante l'assedio di Verrua, unite alle precedenti; le malattie e le diserzioni (unà piaga quest'ultima dei tempi) avevano ridotto l'esercito di · Vittorio Amedeo quasi al nulla, ed indarno egli si lagnava a Vienna dell'abbandono in cui lo lasciava la Grande Alleanza. Tutta la parte dei suoi stati cisalpini a settentrione delPo era perduta, insieme con qualche lembo . di quella posta a mezzogiorno, sicchè non gli restava quasi più terreno su cui battere il piede per farne sorgere - come soleva dire -i battaglioni. Al di là delle Alpi il castello di Montmellian, stretto sempre più da vicino dal La Feuillade, stava per cadere ; Villafranca e Nizza già erano state conquistate dai francesi e solo resisteva la cittadella di quest'ultima città, dove aveva dovuto rinchiudersi il governatore della contea, marchese di Caraglio. Con tutto ciò il duca di Savoia non si accasciava, e mentre sosteneva sulle rive del Po sì aspra lotta, prendeva continui, · energici provvedimenti per tener in qualche modo testa al nemico su tutti i punti ed uscire dalle sue strette, meravigliando gli avversari colla sua costante risolutezza. Il Vendòme che nell'aprile 1704 aveva espressa l'opinione che cadute Susa, Ivrea e Verrua Vittorio Amedeo sarebbe sceso a patti, ·un anno dopo scriveva a Luigi XIV, il quale ancora accarezzava tale speranza, che il duca /

J11 /eo.,solata 77 non avrebbe ceduto neppure se avesse perduto Cuneo e Torino. La campagna del 1704, contro gli usati costumi, si era prolungata fino all'aprile 1705; il giorno 8 di questo mese l'invitta Verrua era venuta nelle mani del ne~ico, che l'aveva rasa al suolo, '_come già i forti di Susa ed Ivrea. Quindi, sia per ragioni di tempo, come degli esaurienti avvenimenti della precedente, la campagna del 1705 fu relativamente breve e rapida. In sullo spirare dell'aprile, pochi giorni dopo la càduta di Verrua, il principe Eugenio, temporaneamente libero da altri impegni, riappariva in Italia alla testa del piccolo e disgregato corpo di truppe imperiali lasciate dallo Stachemberg nel Modenese alla sua partenza per il Piemonte, e che in seguito, sotto il generale Leiningen, aveva invano tentato qualche timida mossa per venire in aiuto a Vittorio Amedeo. Benchè egli non portasse con sè alcun grande soccorso di uomini nè di danaro, il solo apparire del vincitore dei Turchi che le recenti vittorie di Baviera avevatio incorooato di nuovi allori, bastò a rialzare il morale della sua parte-. Ma sebbene il grari capitano, con marcie e mosse oltremodo ardite e geniali .e con varia vi,eenda, si adoperasse dalla primavera all'autunno per portare diretto aiuto al cugino, non riuscì che a dargliene uno indiretto col tenere occupate verso la Lombardia gran parte delltrtruppe avversarie. L'avvenimento più saliente e finale della campagna da quella parte fu la battaglia di Cassano sull'Adda, avvenuta il16 agosto, nella q·uale però, malgradoi prodigi di valoredei soldati ela scienza strategica del principe, egli rimase soccombente, e si vide costretto· a rifare il suo esercito nei quartieri d'inverno prima di ritentare con miglior fortuna la sua entrata in Piemonte. Quivi intanto dai due avversari non si era perduto tempo. È verosimile che se appena presa Verrua il Vendome non avesse dovuto preoccuparsi di impedire il passo al principe Eugenio, ed avesse pqtuto incalzare colla spada alle reni verso Torino le reliquie del l'esercito austro pÌ.emontese, non avrebbe potuto arrestarlo tutta la bravura dei suoi duci. Ma giovandosi tosto del breve respiro, Vittorio Amedeo si affrettò a rimpolpare gli scheletri dei suoi reggimenti con nuovi battaglioni di milizia paesana; si provvide di vettovaglie e di munizioni e con ripieghi di ogni genere si pose in grado, se non di vincere un nemico troppo a lui superiore di forze numeriche e di ricchezze, almeno di prolungare la propria resistenza nell'attesa sempre viva del soccorso fattosi più.vicino. Le truppe piemontesi ed imperiali diedero prove di strenuo valore nella difesa di Chivasso, sotto cui Vittorio Amedeo, con fortificazioni quasi improvvisate ed a1tri sagaci ripieghi, fece perdere agli avversari un tempo prezioso che mandò a vuoto un primo ·diretto tentativo dei gallo-ispani verso Torino. Chivasso non pertanto, come era da prevedersi, cadde il 30 luglio, ed il duca con rapida, abilissima mossa sfuggito al La Feuillade che già sperava averlo nelle mani, riparò coi suoi nella capitale. Oramai nessun ostacolo più impediva ai gallo·ispani di compiere su Torino i !fisegni ·da tanto tempo vagheggiati. Il duca di Savoia aveva perduta la maggior parte dei suoi dominii; era stato posto nell'impossibilità ·ai ricevere per terra o per mare risorse guerresche e pronti soccorsi dai suoi alleati; il ,corso del Po da Casale a Torino era in potere dei suoi nemici. Infatti, caduta appena Chivasso, da Luigi XIV e dal Vendome, che ne era sempre il generalissimo in Italia, il La Feuillade ricevette l'ordine perentori~ d'incominciare subito le operazioDi per l'assedio. E così egli fece: posto dapprima il campo alla Venaria e poi accostatosi dalla parte settentrionale a Torino, cominciò a tracciare le linee di circonvallazione. Però esaminando più da vicino le fortificazioni della città, senti aumentare man mano le esitazioni da cui era stato preso dal bel principio, e che ingigantirono fino. ad imporsi anche al superbo monarca francese, tantopiù che le preoccupazioni d~ te dalla presenza del principe Euge11i~,, anche dopo Cassano, non permettevano di concentrare t"utt~ le forze intorno a Torino.

78 w eortsolata Dopo un breve periodo di tergiversazioni, - ricevuto da Parigi un ordine formale - il La Feuillade distrusse i l~vori già abboz· zati, trasportò altrove le artiglierie e le munizioni già raccolte, e levò il .campo di sotto Torino riportandolo alla Y enaria. Alcune mosse da lui fatte nel Monferrato par molestare di lontano il duca e più ancora per temperare l'effetto morale di quella ritirata, diede ancora occasione ai piemontesi di mostrare la loro bravura e l'ardimento tenacissimo del loro sovrano, sicchè, malgrado gli eventi, non fu qui il più forte degli avversari che con animo migliore si mettesse ai quartieri d'inverno, come imponèva l'avanzata e cattiva stagione. (Continua) S. FUNZIONI NEL SANTUARIO Il 12 Maggio (giorno .in cui nel 1706 cominciò l' assedio di Torino) si farà nel Santuario la Solenne Apertura delle feste religiose per le Commemorazioni Bicentenarie della liberazione di Torino. Orario - Mattino: Ore 7 - Messa letta celebrata da S. Em. il Cardinale AGOSTINO RICHELMY, Arcivescovo. Sera: Ore 17 - Discorso di. S. Em. il Cardinale Arcivescovo e Benedizione solenne col SS. Sacramento. A quest'ultima funzione prenderanno , parte i Membri della Casa Reale residenti in Torino e le Autorità ecclesiastiche, civili, militari e cittadine. o ) CRONACA MENSILE t ~EL ·sANTUARIO Grazie recenti riferite alla sacrestia del santuario Vezza d'Alba. - Il bimbo SECONDO FAsSINO, di Vincenzo ed Adele Mellino, frequentava l'Asilo Infantile del paese. Un giorno, verso la metà del marzo 1905, trovandosi éogli altri folletti a correre e saltellare nel" l'ora della ricreazione, fu da un compagno urtato e gettato a terra. Rialzatosi accusò tosto un dolore alla gamba destra, nè potè più camminare se non a stento e zoppicando. N el riprendersi alla sera il figlioletto, la mamma pensò che il male ·sarebbe svanito in una buona nottata di riposo. Ma cosi non fu: esso persistette l'indomani e nei giorni successivi, anzi in-capo ad un mese il dolore · era divenuto così vivo, che ad ogni mossa della gambina offesa il pover9 Secondino emetteva lamenti tali da straziare di più in più il cuore degli aftlittissimi suoi genitori. Essi lo fecero visitare da parecchi medici, i quali furono tutti d'accordo nel dire che il colpo ricevuto aveva causato al bimbo una coxite: lo curarono quindi in casa con gessatura, pesi per l'estènsiori.e delle gambe ed iniezioni. Ma dopo una cinquantina di giorni i parenti non potendo più reggere a vederlo soffrire inchiodato così nel suo lettino, decisero di portarlo a Torino, onde udire il parere di qualche specialista. E così fu fatto. Il padre venne a presentare il piccino alla Seziqne Infantile dell'ospedale Maria Vittoria. Ma quei valent~ sanitari non poterono far altro che conferJllare la esatta diagnosi dei precedenti dottori e dichiarar~ che, per guarire, il malatino doveva essere sottoposto ancora ad una lunga cura in letto... Sarebbe dunque ricominciato il martirio di prima per il povero Secondino da' una parte, per il babbo e la mamma dall'altra? Martirio aggravato stavolta dalla lontananza, dall'incertezza dell'esito della .cura, dal· tempo indefinito.per cui essa do- /

J.E 8of}solata 79 Q veva protrarsi: ·tre mesi? sei?..... un anno forse? - N o, no : al padre infelice non resse ' il cuore di sottoporre a quella nuova prova il figlioletto che già non era più che la triste ombra del bimbetto prosperoso, gaio -ed irrequieto di prima,' tanto più essendo -ornai cominciata la calda stagione. Che fare dunque? Il pover uomo,-uscito -dall'ospedale pieno d'angoscia, volse i suoi passi al santuario della Consolata, e messo il piccolo Secondo davanti alla taumaturga imagine di Maria SS. rinnovò un voto già fatto a casa ; consegnò alla sacrestia l' elemosina per una messa e promise, a grazia ot- -tenuta, un'offerta proporzionata ai suoi mezzi -e la pubblicazione sul periodico, al quale era abbonato. Uscì dal tempio alquanto confortato. L'indomani mattina, e si può immaginare -con quale trepidanza, portò il figlioletto all'ospedale Mauriziano. Lo visitò un dottore primario, il quale, dopo un diligente esame, confermò ancora pienamente la diagnosi di -coxite; trovò ottimamente scelta ed applicata la cura precedente, ma giudicò che per il momento il ragazzino,.più che d'altri rimedi,- abbisognava d'aria pura e di buon nutrimento, per riaversi dalla debolezza in cui ·si trovava, rimettendo ad altro tempo la -cura, dalla quale assicurò ·s'avrebbe poi la -completa guarigione~ Grande fu la consolazione che il nuovo, autorevole consulto arrecò all'animo del po vero padre, che, benedicendo la Consolata di questo frimo benefizio, s'affrettò a casa :a farne partecipe la consorte. Nell'autunno Secondino· fu di nuovo condotto dal profes sore del Mauriziano, che esternò la sua meraviglia per il notevolissimo miglioramento già <>ttenuto, ordinando il proseguimento dello stesso regime. I medici che avevano fatta al malatino la prima cura - la .quale era d'altronde l'unica indicata - n,on sapevano rendersi ragione come di un sì grave caso di coxite si fosse potuto ottenere la quasi completa guarigione in tempo relativamente brevissimo ed anche abbandonando la cura razionà.le. E chiamarono il caso straordinario. Q I genitori però lo chiamarono una grazia singolarissima della Consolata, che mai non avevano cessato d'invocare per il tribolato figlioletto ed alla quale votarono eterna ri- - conoscenza e devozione particolare. Ed essendo oràmai il biinbo guarito, appesero un quadro della Consolata in una cappella del loro paese; offersero L. 10 per le Missioni d'Africa, e fanno con cuore commosso la presente pubblicazione della guarigione. Brevi relazioni di grazie PERVENUTE ALLA SACRESTIA IlEL SANTUARIO Torino.- ANGELA GIACINTA TESTA, con fervorose, insistenti preghiere alla Consolata, ottenne la guarigione da male per cui pareva inevitabile una grave operazione. In segno di profonda riconoscenza chiede la pubblicazione della grazia, secondo la fatta promessa, ed offre L. 5, proponendosi, come perenne tributo di gratitudine, visite frequentissime al santuario. Torino. - Adempio alla promessa da me fatta alla nostra pietosissima Madre, Maria SS. della Consolata, pubblicando di avere, per la sua potente intercessione, ottenuta una grazia spirituale di cui si disperava. TERESA Rossi V,IvALDA Villarbasse. - Il muratore GIUSTO -Bosxo, in un giorno dell'estate 1904, recatosi come al solito al suo lavoro, mentre stava sui ponti, o fosse per il sole cocente délla giornata ·o per causa patologica interna, ad un tratto si mise a dar segni di pazzia. Una lunga cura del medico locale non valse in seguito a gua- ' rire il povero uomo: benchè la di lui alie· nazione mentale non fosse pericolosa., tuttavia colle stranezze che egli continuamente faceva, dava molto fastidio alla famiglia; la quale infine dfvette pensare a farlo ricoverare al manicomio di Torino. La moglie del Bosio, desolatissima, raccomandandosi con calde preghiere alla. Consolata., promise alla Madonna una. piccola. offerta ove il marito suo fosse guarito in poco tempo. Era l'anno del centenario, maggiore quindi la. fiducia...... E la. grazia venne: il 15 settembre il povero muratore era completamente guarito, ed i primi suoi passi, uscendo .dal manicomio, furono diretti al santuario a ringraziare la divina Consolatrice. Torino. - ELISA PRESSENDA per nefrite acutissima che le causava deliquii tali da farla

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