72 12 eo.,solata IV. Ottimi ÌN/rull•~oai tentativi per raggiungere l'estrema vetta del Ruwen11ori - O n fervido augurio. Dopo l'ardito compagno di Stanley molti viaggiatori furono 'al Ruwenzori'; ma nessuno riusci a conquistarne l'ultima vetta) anzi taluni, come il missionario protestante Fisher, la giudicarono assolutamente inac· cessibile. Già abbiamo, in altro articolo, ac· cennato all'illustre alpinista inglese Douglas Freshfield, il quale cercò invano di giungere al picco più alto della grande montagna nevosa nel novembre 1905. Cosi nel p. p. gennaio 1906 falli il tentativo dell'Ugart (anch'esso missionario prote~tante) e di M.r Maddon, e più recentemente ancora quello del viaggiatore austriaco Herr Granar, il quale però riusci a scalare un picco minore, battezzandolo col nome di King Edwa1·d's Rock. I signori Ugart e :M:addon trovarono le nevi perpetue a m. 4315, e - secondo i loro calcoli - il picco salito da Granar sarebbe alto m. 5600, mentre il picco maggiore del Ruwenzori si alzerebbe ancora di circa 500 metri. Le ragioni per cui ebbero esito sfortunato le imprese di questi e di precedenti ascensionisti, in maggioranzà ufficiali, alpinisti e missionarj protestanti inglesi, furono sempre principalmente la mancanza di mezzi di trasporto, la nebbia ed i te11;1porali, terribili che quasi di continuo avvolgono il -Ruwenzori in un'atmosfera indicibilmente buia e tempestosa. Gli indigeni, per quanto vestiti all'europea, non possono assolutamente resistere al freddo oltre una certa altezza, ed il maltempo col suo accompagnamento di umidità malsana, di pantani, di frane colossali, è una forza formidabile, che manda spesso a vuoto i più arditi conati. La stagione presente sembra quella in cui il Re delle nuvole ha meno veli . e meno collere, e la spedizione del Duca degli Abruzzi - secondo affermava pochi giorni or sono anche l'autorevole giornale. inglese The Morning Post - è la più numerosa e la meglio ()rganizzata di tutte quelle che si sono fin qui proposta la scalata del Ruwenzori. Essa ha dunque, umanamente parlando, ·tutte le probabilità di buon successo. Però in faccia alle grandi e difficili imprese,. anche quando si è posto nelle migliori condizioni, l'uomo sente per naturale istinto che ciò non basta; che la riuscita dipende essenzialmente da un quid superiore al suo imperio, che non può essere influenzato dalla sua forza materiale o morale. · I paganeggianti moderni chiamano questo quid il destino, noi cristiani lo chiamiamo volontà di Dio, e col .poeta pensiamo r.he : A compir le belle imprese l"arte giova, il senno ha parte ; ma vaneggia. il senno e l'arte quando amico il Ciel non è. Perciò noi, con quanti ze,lano la gloria che all' Onnipossente ridonda dalla più perfetta conoscenza delle opere sue, non mancheremo di invocare da Lui che anche Lui'gi di Savoia possa godere al co~petto del Ruwenzori le sublimi emozioni provate dallo Stanley; non mancheremo di pregare per l'incolumità del Principe-esploratore e della sua spedizione, augurando che l'esito dell'impresa arrechi nuovi progres~i alla scienza, nuo~a gloria alla patria nostra. Ci si permetta ripetere che l'abbonamento al periodico è intieramente devoluto a vantaggio delle .Missioni della Consolata in Africa. I benefattori che ci mandano offerte sono vivamente pregati di indicarci'ogni· volta se queste sono pelSantuario, oppure per le Missioni della Consolata. D~LLE ~OST~E MISSIONI Un operaio dell'ora undecima Nella breve storia delle nostre Missioni, pubblicata nel fascicolo settemb~e- ott~bre 1905, si conchiudeva il paragrafo « Bat~ simi » con pochi cenni su un vecchio kikùip, alla cui anima Iddio si era degnato di rive-·
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