Missioni Consolata - Marzo 1906

Marzo 1906 feriodico ~eli$ioso Mef'}sile ESCE ' DIREZIONE AL PRINCIPIO PIAZZA DELLA CONSOLATA DEL MESE TORINO

... .. .... •LWW r u u d%2 ....,. ,. ibt! .... PER REGALI AI DIVOTI DELLA CONSOLATA ---;JC--- Presentiamo ai nostri lettori un breve elenco degli oggetti che meglio sono indicati per far regali a persone care, e sui quali l'Effigie della Consolata sempre tiene il posto d'onore. Svariatissimo è l'assortimento di oggetti sia da . pochi centesimi sia di maggior valore, che si possono scegliere presso la Direzione di questo pe~ ·iodico in piazza Consolata, n. 1. · Md r: in alluminio: l o tipo ordinario rotonde , ovali o rinascimento da . 8 agJI~ 2 al soldo, da 5 e 10 centesimi caduna. - 2" Tipo artistico, rotonde, commemorative del centenario da L. 0,05 caduna e 0,50 la dozz. ; 0,10 caduna e 0,90 la dozzina. -go Tipo artistico più grandi da L. O, 15 caduna e 1,50 la dozzina. In argento: 1° argento lucido, rotonde, ovali, rinascimento, traforate, disegni fantasia (a seconda del prezzo) da L. 0,10 · 0,15-0,20-0,30- 0,40-0,60-0,70 -0,80 -1,00 -1,50 -1,76 -2,00 - ecc. caduna. - '2° Tipo argento ossidato più artistico, da L. 0,80 - 0,95 - l,15 - 1,g5 - 1,75 - 2,80- g,oo- 4,75 caduna. - go In smalto e contorno argento da L. 1,15 · 1,25 caduna. In oro: 1° con smalto da L. 2,50- 2,75- 4,00-5,00 caduna.- 2" Incise da L. g,OO -4,40 -5,10 -6,50 -9,50 -10,15 -11,50 - 14,00 -16,50 - ecc. caduna. C t Il ÌÌ 1 il prezzo varia secondo la loro lunghezz.a e grossezza, ed a808 8 llgen,o anche secondo la fattura degli anellini che possono essere semplici, faccettati o mezzo-tondi, e sempre saldati fra loro, e si possono avere da L. 1,20 -l,go -1,50 -1,60 -1,75 -2,00 - ecc. caduna. li broch'fl ricercate e preferite sempre, di esse l'assortimento è svariatissimo, t completo, curandosi in particolar modo l'Effigie della Consolata: eon 1 O-15 -20 -25 -35 · 40 -45-70-75 centesimi, si hanno graziose broche8 eon imagine in fotografia e contorno assortito in metallo. Ma il tipo artistico in metallo imitazione argento antico inalterabile, è quello del quale si possiede l'assortimento più completo, così da soddisfare qualsiasi richiesta. È impossibile riepilogarne qui le forme ed i disegni. Il prezzo varia da L. 0,80 -0,85 - i)190 -1,00 -1,15 -1,25 -1,50 -1,60 · ecc. La figura della Consolata, anch'essa in metallo ossidato, è artisticamente riprodotta. Spille di sicut'ezza con l'effigie della Consolata, graziosissime, 0,15 caduna. P l n tutte coll'Effigie della Consolata in fotografia, e monta8008 l S8 f8•0nl11 tura jn metallo nichellato. - Penne tascabili colla relativa matita 0,50 caduna. - Matita a chiusura con anello per appenderla 0,40. - Penna e matita unite 0,30 - Salvapunte, matita e gomma 0,20. - Salva punte con matita 0,10 caduno, 1,10 la dozzina. St t tt in metallo argentato, bianche od ossidate, da L. 0,40 -0,50 -0,608 U8 8 0,90 - 1,45 -1,60 -g,50 caduna. Le stesse, montate su piedestallo, pure di metallo, in stile barocco o gotico da L. 1,00 - 1,20 - 1,40 - 1,90 -2,20 - 2,50, a,OO -g,25 · 3,50 caduna. Le stesse entro cappellette, stile barocco o gotico, da L. g,25- g,75 -4,80·-6,75-10 caduna. . Astucci tascabili a chiusura, colla relativa statuetta della Consolata da L. 0,10 -0,25 -o,g5 -0,45. Acquasantl,ftj' con su applicata la statuetta della Consolata, in metallo argentato, bianco, ossidato o dorato, con vaschetta smaltata da L. 2,00 -2,50 -3,25 -3,75 -5,00 · 6,00 - ecc.

Marzo 1908 ~~nsofata PERIODICO RELIGIOSO MENSILE ~~Cl)~~~~,. ~l(, 801\II:M:A.HIO j I sabati quaresimali alla Consolata - La giornata del ~ mi•sionario - L'assedio e la battaglia di Torino nel1706 - DIREZIONE PIAZZ~ DELLA CONSOLATA Salvate in un investimento tramviario- Relazioni di grazio lJortate al santuario - Oggetti offerti al santuario - IndulTORINO J genze a chi visita il santuario nel mese di marzo- Orario delle Sacre Funzioni pel mese di marzo. ( O/l'erte per te missioni delta Consolata in Africa. I sabati quaresimali alla Coqsolaba Ciascuno di noi fa ogni giorno esperienza che il movimento febbrile e chiassoso della vita moderna porta seco continue distrazioni. L'intensità affrettata che va assumendo ogni genere di lavoro; la lotta che si fa sempre più viva per la conquista degli impieghi; le ognor crescenti esigenze di società: la smania di divertimento che mille seducenti occasioni e facilitazioni accendono più veemente nella nostra gioventù, tutto ha il suo eco nel santuario della famiglia; turbandone spesso la serenità, e rendendovi pressochè impossibile oramai quella dolce e severa disciplina, che fu uno dei fattori della grandezza morale dei nostri avi ed il segreto di molte fortune. Con ciò non intendiamo disconoscere quanto di bello e di sanamente fecondo vi è nella movimentata vita moderna, Q ! la quale ba pure aperti campi nobilissimi all'ingegno ed al volere umano, con iniziative di cui grandemente si i avvantaggiano la religione, la scienza e la civiltà. È piuttosto una constatazione che vogliamo fare: quella, cioè, che ai nostri giorni è, più che non per l'ad- l dietro, difficile il raccoglimento interiore, l' abituale riflessione sopra noi stessi. D'onde la maggiore necessità d'in- i tervalli di sosta e di quiete, che siena all'anima ciò che al viaggiatore affaticato dalla rapidità dei treni, dal via vai delle stazioni e degli alberghi è il riposo in l un rifugio alpino o tra le ombre silenti di una romita valletta. Uno di questi intervalli, il più antico i ed il più autorevolmente stabilito, è la quaresima. Il divin Redentore volle provare anch'egli il bisogno di ritemprarsi lo spirito, coll' appartarsi dalle !, turbe, e nella solitudine di un luogo deserto passò ben quaranta giorni in orazione e digiuno. Da 19 secoli la Chiesa propone alla nostra imitazione

34 J11 eof}solata l'esempio del divino Maestro, sempre colla stessa opportunità, anzi a sempre nuovi titoli di spirituale giovamento. Approfittiamo dunque di questa tregua di Dio che sospende per alcune settimane, o almeno fa passare in seconda linea, i temporali interessi, gli svaghi anche leciti, per volgerei principalmente al por1·o unum, che è il nostro affare supremo, il grande fattore della nostra futura felicità. Come Gesù, entriamo nel deserto mistico del tempio, e nella solitudine del cuore preghiamo ed ascoltiamo la parola di Dio, che in questi giorni ci viene annunziata con particolarissima frequenza. E se lo spassionato esame della nostra coscienza desterà in noi qualche giusto timore; se - provocata dalla lucida parola di qualche sacro oratore - la meditazione sui nostri doveri qualcuno ce ne scoprirà di difficile adempimento; se nei radiosi momenti di pia espansione sentiremo più vivo in fondo al cuore l'assillo d'un antico rimpianto di non poter attirare a fare la santa pasqua con noi qualche persona diletta, oh, non disperiamo, non affliggiamoci fuor di misura: andiamo alla divina Consolatrice. Con una di quelle finezze che solo sa l'onniveggente amore materno, anch'Ella ha rizzato la sua tenda nel deserto mistico della quaresima, a fine, non soltanto di essere coi suoi figli in ogni tempo ed in ogni luogo, ma per entrare con essi nello stesso ordine di idee e di fatti; per cogliere in sul loro sbocciare i fiori santi dei loro pii propositi, delle loro pene virtuose ed intrecciarli in olezzanti ghirlande di meriti e di grazie. Per una felice innovazione, nei giorni in cui per antica consuetudine la voce dei sacri oratori quaresimalisti tace nelle altre chiese di Torino, eccheggia ora nel tempio della Consolata. Nei due anni dacchè vige la pia pratica, abbiamo visto i ricevimenti della 1Jfadonna, già così affollati nella stagione in cui tutti sono in città, assumere nei sabati della quaresima la più imponente grandiosità per concorso di persone d'ogni ceto e per esemplarità di devozione. E sappiamo anche di grazie preziosissime, specie spirituali, che furono celesti frutti dei sabati quaresimali. Questi sono ora ricominciati. Noi non sentiamo il bisogno d'invitarvi con molte parole i buoni torinesi, ben sapendo che l'impulso spontaneo porterà ancora la folla d'anime ai piedi della Madre di Consolazione, a rinfocolare la loro fiducia in Lei col ricordo delle antiche e recenti sue benemerenze; a chiederle di pronunciare su buoni propositi, su ardenti, sante aspirazioni il dolce (ìat a cui Dio non resiste, perchè la voce di Maria è quella dell'onnipotenza supplicante. E non è fallace pronostico pensare che anche la presente pia mestizia quaresimale sarà per i divoti tutti della Consolata apportatrice di vera pasquale allegrezza; come non è vano voto l'augurio nostro che così appunto sia. Ci si per1netta ripetere che t'abbonamento al perz'odz'co è intieramente devoluto a vantaggio dette Mz'ssioni detta Consolata in Africa. I benefattori che ci mandano offerte sono vivamente pregati di indicarci ogni volta se queste sono pet santuario, oppure per te Mz'ssioni detta Consolata. Le offerte inviateci senza alcuna indz'cazione, s'z'ntenderanno fatte atte Mz'ssioni.

)11 eof1SO{ata 35 La giornata del Il}issionario Le seguenti pagine sono tratte da un diario del Padre Giacosa, missionario della Consolata alla Madonna dei Fiori presso il monte Karéma. Esse dipingono al vivo la vita del missionario, che passa dal letto dei morenti ad una festa indigena; da una gita apostolica o dalla cattedra del catechismo nel campo di battaglia, guidato sempre da uno stesso spirito, tendente sempre ad un solo scopo: la salvezza delle anime. Con questo spirito, per questo scopo sublime il missionario si occupa collo stesso amore degli affari di un povero fanciullo nero e degli affari di stato; si sottopone con eguale pazienza alle disdette ed ai prolissi complimenti indigeni; sopporta i disagi delle gite sotto il sollione e la pioggia, e quelli, più tediosi assai per lui, dei divertimenti che fanno la felicità degli Akikùiu. E intanto la carità di Gesù Cristo stende le auree sue fila, e guadagna i cuori e le anime.... SOMMARIO: Al ponte in costruzione - Scambio significativo - Le gmndi confidenze di un piccolo uomo - L'osservanza della domenica - Il numero 7 rivale del 13 - Un Giobbe Akikùiu - La Consolata ha vinto! - Attrazioni della preghiera - La guerra! - Il missionario paciere- Benedizioni d'una vecchia al Patri. Mercoledì, 1 novembre 1005. Oggi, festa di tutti i Santi, escursione apostolica che deve durare l'intera gioroata. Vado verso il Kekkiu, grosso fiume su cui i neri stanno gettando un ponte. Sono due anni che il ponte antico fu asportato da una piena, ma gli indigeni non si decidono a lavori straordinari, se non pressati da qualche disgrazia. La settimana scorsa il fiume fece sue vittime due persone che tragittavano nell'acqua: allora si decise che il ponte era necessario. L'accoglienza che ebbi fu la migliore che potessi desiderare. Per diverse ore del mattino gli acquazzoni mi obbligarono .a far le mie fermate nelle capanne, ed in pochi istanti esse si riempivano fino a conteD:ere 50 neri: tutti volevano vedermi ed udirmi. Così la curiosità fa fare i primi passi alla grazia di Dio. Al ponte in costruzione la cosa andò di meglio in meglio. Era il mezzodì, l'ora in cui più ferve l'opera ; eppure al mio apparire essa viene immediatamente sospesa ed i lavoratori mi si affollano intorno, chiedendo di essere istruiti. Anche quelli della sponda opposta, che appartengono al capo Wambogo, attraversano il fiume per vedere e salutare il Pat1i. Debbo gridare a tutta voce per la quantità di gente ed il rumoreggiare delle onde che s'infrangono contro i pilastri del ponte, i quali non sono che enormi macigni colà posti dalla natura. I neri, attratti specialmente dalle preghiere, non si stancherebbero di ripetere le dieci, le venti volte ad alta voce il Vi adoro, il Pater, l'Atto di contrizione. Prima di andarmene invito tutti i presenti a venirmi a trovare la domenica alla Missione, cosa di cui ottengo generale promessa. Sabato, 4 novembre. Stamane mi si presenta un giovanotto sconosciuto con due altri compagni e quattro ragazze. Domando cortesemente al primo, che la fa da capo-squadra:-Che vuoi?-Ho condotti costoro alla tua domenica, risponde accennando agli altri, vengono di lontano, sai. - Bravo! Ma oggi è sabato, domenica è soltanto domani. - Oh! Ebbene non importa: dormiremo qui vicino per ritornare domani da te. Un altro giovinotto vuole soltanto uno specchio, dicendomi che con questo andrà a cercare gli amici per condurli al catechismo domani. Glielo do; così anche uno specchio da 5 centesimi si fa apostolo.

36 1l1 eo.,solata I m1e1 boys, in segno di amiCIZia, si sono oggi scambiate le vesti. Così pure, per testi moniare loro il proprio affetto, i giovanotti sogliono portare gli ornamenti delle fanciulle a cui sono fidanzati o sperauo di fidanzarsi. Di uno dei miei boys sono assai contento. Si chiama Kebéra (vedi ritratto a pag. 37), ed uno di questi giorni volle spiegarmi l'eti· mologia di questo nome, impostogli in memoria del suo avo paterno e che significhe· rebbe pressapoco rimestatore di brodo. Il vecchio Kebéra era molto ricco, poteva perciò di tanto in tanto darsi il piacere di uccidere un montone e di rimestarne il grasso brodo, d'onde il suo nome, rimasto in grande onore nella famiglia. Il nipote è molto intelligente e buono, e si presta assai bene a fare il catechismo ai suoi coetanei. La sera, all'ora in cui i ragazzi del vicinato vanno a dormire, Kebéra si reca ad insegnar loro le orazioni, e le fa ripetere loro ad alta voce, affinchè anche gli adulti ed i vecchi le odano e le imparino. Ha poi una semplicità straordinaria. La sera dopo cena viene infallantemente a farmi le sue confidenze. Ieri sera, per esempio, mi disse:- Quest'oggi l'anima mia è contenta, perchè stamane ho cucinato bene; il dopo pranzo ho insegnato il catechismo a molta gente; solo però mi dispiace perchè Kombàci (un altro boy più piccolo) nel portarti i banani li lasciò cadere e te li porse sporchi di terra.- E stassera: - Oggi sono contento, perchè ho aggiustato bene tutte le panche per i vecchi della domenica; l'anima mia è però un tantino adirata perchè Moko (un ragazzo del vicinato) non vuole darmi un uccello che ha acchiappato col mio lacciuolo. I\Ia non voglio rissare nè battermi con lui: solo lo dico a te, a:ffinchè domani tu lo chiami e ne faccia giudizio. Domenica, 5 1lOvemlJre. Domenica piena di soddisfazione per il concorso e la buona disposizione della gente. Stavolta invece di mancare gli uditori - come accadeva qualche tempo fa - difettano i catechisti. Veggo con grande consolazione che son venuti numerosi anche i fabbriferrai: ciò vuoi dire che il riposo festivo entra nelle idee della popolazione, giacchè quello del fabbro ferraio è l'unico mestiere conosciuto e, con mezzi e strumenti primitivi, praticato nel Kikùiu. In generale qui gli indigeni non fanno che coltivare i loro campi, e man mano che, istruiti dal missionario, si persuadono che Iddio in tal giorno non benedice i loro raccolti, cresce il numero di quelli che sospendono in esso i loro lavori. Fortunatamente gli Akikùiu son portat.i al riposo festivo anche dai loro tradizionali pregiudizi. Il loro numero di sfortuna è il 7 con tutti i suoi multipli: 14, 21.... 70, ecc. Essi perciò ragionano così: la domenica è il giorno settimo, non sbaglia dunque il Padre a dire che chi lavora in tal giorno non è benedetto dal Signore, perchè anche noi lo sappiamo che il sette è cattivo..... Dormiamo noi forse in sette in un luogo? oppure teniamo sette montoni nella stessa capanna? oppure ci fermia.mo sette giorni ospiti? -No, certo: dunque non ci può portare ricchezza il lavorare sette giorni di seguito..... Mancando però la Missione di campane, la gente non viene tutta ad un'ora fissa al catechismo, e l'affiueuza dura per quasi tutta la giornata con un marcato crescendo verso il mezzogiorno. Perciò la domenica, quando posso, anticipo il pranzo e lo faccio alle 10, altrimenti mi tocca aspettare a pranzare la sera. Martedì, 7 novembre. Stassera sono, non solo stanco, ma quasi storpiato per i cattivi sentieri che mi toccò percorrere e resi più difficili dalla notte già caduta. Ritorno dal visitare un vecchio ed una vecchia ambedue.malati gravi, ed in che stato! Si direbbe che Keinuru, così si chiama il vecchio, come l'antico Giobbe sia stato dal Signore abbandonato a Satana, dandogli potestà di tormentarlo, onde dalla tribolazione e dall'abbiezione sorgesse un'anima perfetta. l Il missionario davanti a certi quadri dell'umana miseria resta sorpreso, ma poi finisce per benedire le vie del Signore, di cui si ri-

.fll 8o11solata 37 Q conosce sempre indegno ministro. Ciò che io non avrei potuto fare in replicate visite e con mille esortazioni, l'han fatto il dolore e l'umiliazione, ed il povero nero che mai non ~ p gl'insegnai per prepararlo al battesimo, solo in fine mi domandò: Battezzato ch'io sia, il Signore mi farà morire subito? - Gli risposi commosso che tutti gli istanti dell'uomo sono nelle mani di Dio, che l'avrebbe certo chiamato presto a sè, a godere ogni sorta di beni. - Se è così, battezzami dunque presto, disse, e si mise a recitare l'atto di contrizione. Il poveretto era fra sofferenze indicibili, essendo corroso per tutto il corpo da certi animaletti, ma appena ricevuto il battesimo, in cui gli imposi il nome di Gaudenzio M..., apparve sollevato da una profonda letizia: benediva al suo Creatore di cui fino a quel punto nulla aveva saputo, ma che ora lui misero, da tutti abbandonato, aveva accolto amorosamente fra le sue braccia e l'aspettava per dargli una eterna felicità. Nel salutarmi con effusione di riconoscenza, pronunziò con tutta semplicità alcune frasi di così perfetta rassegnazione, che si sarebbe detto uno dei nostri pii vecchi, vissuti sempre nel servizio di Dio.... Il piccolo boy Kebéra (Vedi pagina 36) Ben diverse trovai le disposizioni della vecchia, che giaceva in una capanna attigua. Niente ella voleva da me, se non la medicina. Tuttavia a più riprese le parlai di Dio e del battesimo, !asciandole intervalli di riposo, a fine di non stancarla e darle agio a riflettere. Ma, quando ritentavo, eguali erano sempre le risposte della disperazione: Faccia udì parola di fede e d'amore è maturo per la redenzione. Keinuru, udendomi parlare di un Dio buono, che ama come tenero padre tutti gli uomini e se permette che soffrano è per dar loro maggior premio in un'altra vita, beveva avidamente le mie parole, le quali parevano rispondere ad un'indistinta speranza che già fosse stata da lungo tempo nell'anima sua, ispiraudogli la pazienza di cui dava prova. Egli non mi fece alcuna abbiezione su quanto ~ Dio quello che vuole; se mi vuole mi uccida l pure..... Lasciami stare, perchè morirò egualmente..... Non voglio, non posso ascoltarti: son troppo stanca, troppo sfinita! -Ed al l fi~liuolo che le stava accanto ripeteva incessantemeute: - Fa fuoco, fa fuoco: ho freddo!- Eppure il calore era oramai così intenso nella capanna da far soffrire, ed il l fumo accecava. Non riuscivo più se non con grande sforzo a star là dentro; la notte s'inoltrava, tuttavia non avevo il coraggio di an-

38 ]11 eo.,solata darmene, nel timore di non trovar viva l'indomani l'infelice vecchia. Ma infine, perdurando la sua resistenza, dovetti decidermi a !asciarla, dopo averla messa nelle mani della Consolata, di cui avevo implorato l'aiuto ogni volta che tornavo all'assalto di quel cuore indurito. E continuai per via a supplicarla di ottenere misericordia per la disgraziata, la quale prima della sua malattia aveva dato prove di sentirsi attratta verso la vera religione; anzi, avendola io visitata già inferma alcuni giorni fa, mi aveva espresso il desiderio di venire poi, appena guarita, ogni domenica alla Missione per essere istruita. Ora, in compenso di questa buona intenzione ch'era stata sincera, io esigevo dalla Consolata che Ella desse a quell'anima la forza di svincolarsi nei suoi momenti supremi dai tremendi lacci in cui la stringeva il demonio. Mercoledì, 8 novembre. La grazia è fatta! Alcuni neri volevano stamane dissuadermi dal tornare presso la mia malata, assicurandomi che essa era morta nella notte. Ma la bontà divina non solo l'aveva conservata in vita, l'aveva convertita.... Trovai la povera vecchia quasi in agonia. Eppure alle mie prime parole di saluto aprì gli occhi, e si sforzò a dimostrarmi la gioia che le recava la mia presenza con un sorriso, che evidentemente era l'accettazione di quanto io avevale detto la sera, e una tacita domanda del battesimo. E ad avvalorarla ella continuò a far piccoli cenni d'approvazione cogli occhi e col capo, durante la breve esortazione fattale prima di darle l'acqua battesimale. La battezzai, chiamandola Felicita B ... , e quando le dico che ora ella è cristiana, vera figlia di Dio - come persona che ha raggiunta la meta sospirata - rinchiude gli occhi e reclina la testa, che s'era sforzata di sollevare alquanto, sul fascio di legna che le serve da guanciale. Alla mia domanda, se è contenta, mi stringe lievemente le dita colla mano ch'io tengo fra le mie tastandole il polso: nessun altro .'!forzo fa per rispondermi. Ma la pace serena, direi quasi il raggio d'intelligenza nuova che le brilla in viso, mi fanno pensare che l'anima della povera nera rigetti ogni parola esteriore, perchè assorta in una conversazione assai più augusta colla Madre di Consolazione, venuta per invitarla al Cielo a vedere il divino suo Figlio, nel cui sangue è stata testè lavata da ogni passata sozzura. Ballato, LI novembre. Mancando nel Kikùiu i giornali, non si possono sempre conoscere e prevedere le feste locali paesane. Oggi trovai quasi nessuno nei villaggi: -Dove sono andati uomini e ragazzi?-domando alle vecchie rimaste a casa. - Son tutti verso il Soti, ove si ballerà st.assera. I ragazzi ci sono andati per preparare la Kequa (specie di focaccia) che i giovanotti mangieranno prima di cominciare il ballo colle ragazze. Mi reco sul luogo della festa, e vi trovo un cento fanciulli ed altrettanti giovani. Coi ragazzi in un istante sono amico; non così coi giovanotti che son più diffidenti, ma alla mia partenza - prima che incominci il ballo - ve n'ha già un buon numero che mi promettono di venire alla Missione per essere istruiti, e ripetono intanto con me e coi ragazzi le orazioni ad alta voce. Mentre sto per andarmene, ed è già notte, apprendo che vi sono altrove due moribondi: un vecchio ed un ragazzo, e mi affretto a farmi condurre ai rispettivi loro villaggi. Sventuratamente quando arrivo da lui il vecchio è già spirato... Il fanciullo è colpito da male inguaribile, ma è ancora alzato ed in grado di camminare: dopo una breve visita lo lascio, per tornare ad istruirlo con più agio e battezzarlo. .Domenica, 12 novembre. Una domenica ben diversa dalle precedenti per concorso. La gente fu distolta dal catechismo da parecchie cause: l'esa- . zione delle rupie della tassa; una grossa cira (adunanza) poco discosta dalla Missione, a cui intervenne il capo, altra cira più lontano, una Kebatta (gran ballo indigeno). Ebbi però consolazioni da parte dei ragazzi nu-

]11 Coflsolata 39 Q merosissimi, ed anche da alcuni vecchi che mostrarono di gustar.:! assai l'insegnamento da me loro fatto a base di paragoni materiali per essere meglio inteso: chi è cattivo è come un albero spinoso; chi è giusto ma non fa il bene, è come il pino e l'abete, i quali non danno frutti nutritivi; così vi hanno fra gli akihùiu uomini giusti. Solo quelli che, accogliendo gl'insegnamenti del Padre, diventano figli di Dio, sono veramente buoni e paragonabili agli alberi fruttiferi, che offrono cibo dolce e sano. Martedi, 21novemlJre. Tornando dal visitare villaggi lontani, dove mi son trattenuto tutta la giornata, prima ancora di arrivare alla Missione apprendo una brutta notizia: certi spiriti bellicosi, del cui fermentare m'ero gia da tempo accorto, sono divampati ed ecco la guerra. Alcuni villaggi si son sollevati contro il capo per angherie sofferte da' suoi sabàri (soldati). Era già scuro e vedo sul sentiero tre figure che s'allontanano frettolose. Son due soldati che ne sostengono un terzo ferito; da quest'incontro deduco qualche cosa di grave. Difatti mi si riferisce che il capo è battuto..... Egli giunge poco dopo con un drappello di sabàri metà feriti, ed ha anch'esso parecchi ornamenti stracciati. È moralmente assai abbattuto. Al mio incontro riprende animo: « Tu che ci sei padre, mi dice, dimmi che cosa debbg fare ora? posso finir la guerra, o verrà il governo ? » Cerco di calmarlo, d'infondergli la speranza che le cose si possano ancora comporre all'amichevole... Gli prometto di trovarmi presso di lui domattina presto, per aiutarlo coi miei buoni uffici, se sarà possibile. Mercoledì, 22 novembre. Parto all'alba, senza neanco un boccone di colazione, poichè sento che il capo ha già intorno a ~è molti soldati per dar battaglia. Arrivo sul campo ove questa dovrebbe svolgersi e non trovo nessuno; non avendo ancor visto altra guerra akikùiu, procedo guardingo. Q I ribelli sono del paese Soti (falde est del monte Karema). Apprendo che nei loro villaggi ;non v'è più una persona nelle capanne, non un montone: tutti si son rinselvati sopra il Karéma. Difatti si sente lassù, fra gli alberi secolari, un vociare assordante e cupo, rassomigliante al fragore di un fiume in piena che sta per straripare. Cerco di raggiungere il capo e dopo mezz'ora, raggiunta la retroguardia dei servi, apprendo ch'egli sta già salendo per la montagna. Che fare? Prendo anch'io la corsa su per il Karéma, pur di arrivare a fermare lo sconsigliato capo. Se s'ingaggia la battaglia, i ribelli, favoriti dalla loro posizione, massacreranno in breve ora ·lui e tutti i suoi, i quali vanno avanti a malincuore e soltanto per un punto d'onore, mentre gli avversarii pugnano pro aris et focis. Raggiungo il capo con l'anima in su le labbra, come si dice. Egli se n'accorge, e ferma per un istante i soldati, per darmi tempo a riavere il fiato e la parola -: Chiama gli anziani dei ribelli, gli dico, ragiona con loro, imponi un'ammenda in montoni per l'oltraggio che t'han fatto portando le armi contro di te, invece di appellarsi alla tua giustizia. Ma cessa dalla guerra, che finirà per e3serti fatale... Verrà il governo ed imporrà indennità a te ed ai tuoi figli, e piangerai. Il capo esita alquanto, ma i soldati mi danno ragione, ed in fine si torna indietro su di un ampio spianato per la cira (adunanza). La causa per la pace era vinta. Erano le dieci del mattino. Il vertice del Karéma continuava a rumoreggiare; nella regione ribellatasi, al di là del fiume distante meno di mezz'ora, si udivano i canti bellicosi dei soldati dei capi avamposti, tutti pronti alla rappresaglia. Era evidente che ove si fosse ingaggiata la battaglia sul Karéma, tutti quei soldati avrebbero tragittato senza indugio il fiume e devastato il paese, non risparmiando campi nè case dei soldati del nostro capo. La discussione prosegue animata: sì ciarla, si grida; fra centinaia di guerrieri, io,

4D W eof}SO{ata armato del mio solo bastone apparisco come un l salvatore. Propongo d'andare solo sul Karéma ad invitare i ribelli alla pace. M'avvio e già sono a metà strada, quando mi raggiungono ~ alcuni soldati, mandati a pregarmi di retro· ~ Giovetti, 30 twveml'Jre. La preghiera piace agli Akihùiu. La recitano con nn rispetto, che sempre non si trova nelle chiese d'Europa. La sera dopo il lavoro tutti i presenti alla Missione, cioè catechisti cedere, chè s'ha paura che io venga ucciso. Ed insistono talmente che io cedo - cosa per altro che finiva per piacermi, non sapendo che cosa avrei potuto conchiudere lassù, perchè la parola d'onore non esiste per i neri, e non avrei quindi potuto dare nè ricevere garanzia sicura degli accordi che avessi potuto prendere..... Ritorno dunque alla cira, dove si continua a ciarlare e discutere interminabilmente al modo indigeno; infine si conchiude cheilcapo radunerà vecchi e vecchie e farà trattare la pace da loro. E siccome ha deciso di chiedere ai ribelli per multa soltanto otto montoni, la condizione verrà certamente accettata. Allora, ucci· dendo un caprone, si giurerà solennemente dalle due parti: i soldati di rispettare il paese; il paese di ri· spettare i soldati... E la pace durerà... fino a Cascata presso la stazione della Madonna dei Fiori (da fot. dal P. Perlo). nuovi soprusi ed a nuova reazione. Intanto per questa volta la pace è assicurata, ed io sono lieto di aver assai contribuito a finire laguerrapresente, confidando che la grazia di Dio operi presto a prevenire le future. f operai e curiosi, specie i ragazzi, non partono senza aver recitato le lore orazioni. I ragazzi vanno ad inginocchiarsi davanti all'altare, i grandi sono dietro ritti in piedi stante la l ristrettezza del luogo - tutti hanno le mani giunte e pregano usando di tutta la potenza di voce che fu loro data dal Signore.

W (2 O. f1 S O (a t a 41 Tutte le comitive di ragazzi elle and!'<ndo o venendo dal ballo passano alla Missione, vorrebbero tutti recitare le orazioni nella casa di Dio, ed io sono già a letto che ancora si viene a bussare all'uscio per entrare... Sabato, 2 àicemlJre. Vi sono infermità, sofferenze, specie nei vecchi, a cui non si sa che rimedio apprestare. Il Missionario in tali casi deve essere abbastanza contento se riesce a farsi amare da quei poveretti, a fine di poter loro col battesismo schiudere le porte del cielo dopo la morte a cui sono così vicini, e che pure incute loro tanto spavento, come quella che li piomb&. nell'ignoto. Si riesce talvolta ad amicarsi certi malati col mandar loro dai catechisti un po' di sale o di tabacco. Quando poi io arrivo nei loro villaggi, le povere vecchie ed i tremuli vecchi mi dimostrano~. tanto affetto, da intenerire gli stessi neri. Stamane avevo finito il cate· chismo e me ne partivo, quando una donna attempatissima, che fin allora era stata in disparte silenziosa, mi chiama. Io la saluto, ma ella non è contenta ancora: insiste a chiamarmi, mi vuole presso di sè. Siccome l'infermità non le permette di muoversi, me le avvicino. Allora alza le scarni mani e dice: Ti voglio benedire. So che mi ami come un figlio, perchè m'inviasti sale; ebbene lascia che ancor io ti compensi come posso. Si mette quindi a farmi una sequela di auguri e profezie favorevoli, come falil vecchio genitore che benedice la sua prole. La poveretta, naturalmente, m'augurava soltanto cose materiali come: prole numerosa, vecchiezza onorata, sterminata ricchezza. Gli astanti erano tutti inteneriti, ed io pure ero contento di esser benedetto da quell'infelice, poichè così ben disposta potrà presto rice·qere dalla mia mano, colla benedizione di Dio, l'acqua salutare del santo battesimo. o L'assedio e la battaglia di Toriqo nel 1706 ~~~15""\YI=== [L - Le campagne del 1704:-1705. Le truppe della monarchia di Savoia si . componevano di due elementi: l'esercito propriamente detto e la milizia paesana. L'esercito era costituito da soldati d'ordinanza odi mestiere, arruolati parte nello Stato e p•rte all'estero specie in Isvizzera; es~i fin verso il 1600 venivano assoldati allo scoppiare d'una guerra e licenziati alla pace. In seguito Carlo Emanuele II aveva reso in piccole proporzioni permanente l'esercito, ma in caso di guerra, con nuovi arruolamenti, si aumentava la forza dei. reggimenti stanziali ed altri se ne formavano secondo il bisogno. La milizia paesana, istituita da Emanuele Filiberto, era formata di tutti i cittadini validi dai 18 ai 50 (ed in certi tempi fino ai 60) anni, i quali, restando alle loro case ed ai loro mestieri, venivano addestrati alle armi in certi giorni stabiliti ed erano chiamati sotto le bandiere soltanto in caso di invasione nemica. La milizia si divideva in due classi o categorie: la prima destinata a prestare ~ervizio in aperta campagna; la seconda a rimanere di presidio sulle terre native. I migliori soldati della milizia nei domini al di qua delle Alpi formavano il «Battaglione di Piemonte » che godeva bella fama guerresca. Al momento in cui comincia questa narrazione, la parte permanente dell'esercito pare contasse dodici reggimenti di fanteria, di cui nove nazionali e tre stranieri; cinque reggimenti di cavalleria ed un batta~lione di artiglieria, oltre le guardie del duca, i minatori, ecc. I reggimenti di fanteria si componevano generalmente di un solo battaglione diviso in dieci o dodici compagnie; quelli di cavalleria constavano di otto o dieci compagnie formanti quattro o cinque squadroni. Le compagnie, cosi di fanteria come di cavalleria, oscillavano fra i quaranta ed i sessanta

42 1lt eo.,solata ~G~-.--~m~-.~~~~~~~--~----~~~--~~~--~~--~~~am~~~~--~•oo uomini e talora erano ancora più forti. Ri· guardo alle qualità di queste soldatesche, che tenevano il mezzo fra le antiche compagnie di ventura e gli eserciti moderni, basterà notare che il maresciallo di Villeroy, parlando del contingente di truppe fornito dal duca di Savoia, affermava che per la disciplina esso poteva servire d'esempio all'interoesercitogallispano. La milizia paesana, come quella che continuamente mutava per il numero, l'età e l'attitudine dei suoi membri, non aveva stabile ordinamento tattico, ma ad ogni nuova chiamata sotto le armi veniva divisa in reggimenti e compagnie secondo le convenienze.Anch'essa però ave' a ottime tradizioni, ed al momento in cui la nuova guerra stava per accendersi la memoria ancora vi· vissima della costante abnegazione e del valore dimostrato dalla milizia nelle campagne .del 1690 96, assicurava il sovrano ed il paese che anche su di essa si poteva contare con sicura fiducia. Il valore difensivo di queste truppe combattenti era poi in Piemonte notevolmente accresciuto dalla natura del paese e dalle molte fortezze ond'era munita. Da un lato i numerosi fiumi della pianura piemontese e specialmente il Po offrivano all'esercito frequenti linee di difesa; dall'altro la catena delle Alpi, se non valeva ad arrestare un invasore, opponeva però alla sua marcia ostacoli assai gravi. Quanto a fortezze, le principali erano : verso ponente Susa e Cuneo; verso levante Vercelli, grande piazza di guerra che difendeva la linea della Sesia e minacciava la Lombardia; Verrua che fronteggiava Casale e, collegata con Crescentino, dominava il corso del Po e proteggeva Torino; poi Ivrea sulla Dora Baltea, Alba e Cherasco sul Tanaro. Nelle guerre colla Francia però erano causa di debolezza i dominii d'oltr'Alpi, cioè la contea di Nizza e la Savoia, soggette per la loro posizione a cadere facilmente nelle mani di un nemico numericamente più forte. La contea di Nizza era difesa dal grande forte omonimo e da altri minori; la Savoia, invece, come la più esposta e dove le fortificazioni sarebbero state ad ogni guerra rase al suolo, non aveva che il castello, invero fortissimo, di Montmellian presso Chambery. A queste fortezze più o meno atte a proteggere le frontiere del Piemonte, ed a cui si potevano aggiungere Bard, Chivasso, Asti e Ceva, serviva quale ridotto centrale ed ultimo baluardo contro l'invasione Torino, capitale e piazza più forte di tutto lo Stato. I generali dell'esercito del duca di Savoia, numerosi come portavano i costumi del tempo, erano tutti valorosi ed esperti ed alcuni di stintissimi per qualità morali, ma nessuno godeva fama di grande capitano, e su tutti prevaleva di gran lunga Vittorio Amedeo II. Senza avere le straordinarie doti strategiche del suo grande cugino, il principe Eugenio, egli possedeva molte della qualità che costituiscono il vero uomo di guerra: una rara bravura, una tenacia di propositi senza pari, una grande autorità sui soldati, una profonda conoscenza di tutti i particolari dell'arte militare del tempo, una sapienza ordinatrice non comune. Queste doti, che già si erano palesate in passato, stavano per rifulgere maggiormentein una nuovanobilissima prova. Il duca di Savoia avendo, come abbiamo detto, risoluto di raccogliere la sfida che gli era stata gettata colla sorpresa di S. Bene· detto, il giorno 7 ottobre dichiarava formalmente la guerra a Francia e Spagna. Si adoperò quindi a ricavare dagli elementi di forza che abbiamo enumerati tutto il partito che la gravità e l'urgenza del caso richiedevano. Lo stesso giorno 3 ottobre già aveva emanato l'editto che chiamava sotto le armi il Battaglione di Piemonte, e dati negli immediatamente successi vi le disposizioni, sia per il pronto ordinamento di questo, sia per levare altri battaglioni di milizia nelle provincie cisalpine ed in Savoia. Quindi, senza più darsi riposo nè badare a spesa, provvedeva ad aumentare la forza dei reggimenti che gli rimanevano sì di fanteria che di cavalleria, nonchè degli artiglieri e minatori; ordinava la leva di quattro reg· gimenti stranieri; metteva le piazze forti in istato di difesa; faceva acquisti di cavalli

1ll eo.,solata 43 .... in Germania ed in Svizzera; vietava l'espor· tazione del bestiame e delle granaglie dallo Stato. Vittorio Amedeo II sperava di mettersi così in grado di uscire in campo nella primavera del 1704 con un esercito mobile non disprezzabile, dopo aver destinato il .numero occorrente di soldati a presidiare le fortezze. Ma frattanto urgeva parare i colpi che, nonostante la stagione avanzata e poco propizia alle operazioni militari, il nemico non .avrebbe verosimilmente mancato di tentare ancora in quello scorcio del 1703. A tal uopo il duca non poteva contare che sulla metà -circa delle truppe che contava di radunare: le levate in paese e fuori richiedevano molto tempo, ed i nuovi reggimenti stranieri dovevano fare lunghi viaggi per raggiungerei loro posti; tuttavia anche con scarsi mezzi egli non dubitava di riuscire nell'intento. E poichè i gallispani minacciavano nello stesso tempo dalla Francia-e dalla Lombardi.a., affidò al marchese di Sales-Regis, governatore della Savoia, l'incarico di difendere quella provincia con un pugno di forze regolari e due -o tremila uomini della milizia locale, ed egli stesso si accampò col p;rosso dei suoi fra Villa nuova e Castelnuovo d'Asti, affine di opporsi al Vendòme che si aspettava di veder mar- -ciare da quella parte sopra Torino. E tale appunto era l'idea del maresciallo francese: «Bisogna terminare il più presto possibile la guerra in Piemonte, scriveva egli il 12 ottob, e a Luigi XIV, e correre difilato su Torino, senza starsi a baloccare davanti a Vercelli od a Verrua». Difatti, lasciando .a S. Benedetto sotto il Vaudemont, governatore di Milano, circa due terzi dell'esercito -che vi era accampato, coll'altro ter7o egli risaliva la sinistra del Po ed il 20 ottobre giungeva dirimpetto a Casale. Secondo il suo piano, un altro esercito, occupata la Savoia, doveva scendere per la valle di Susa e raggiungerlo sotto le mura della capitale del Piemonte, che assediata senza darle tempo di prepararsi, non avrebbe tardato a cadere. E siccome Torino, benchè solidamente fortificata, era in quel tempo molto lontana dalle o perfette condizioni di difesa in cui fu posta più tardi, il disegno del maresciallo di Vendòme aveva molte probabilità di buona riuscita, se fosse stato eseguito con maggior nerbo di truppe e sopratutto con molto più grande celerità. Ma alla salvezza di Torino già vegliava quella forza sovrumana che si manifestò poi nel momento decisivo in tutta la sua splendida potenza. La lentezza dei gallispani, se fu conforme ai costumi guerreschi del tempo, fu però errore che sorprende se si pensa che - come venne poi assodato - Luigi XIV ed il Vendòme meditavano quel colpo su Torino fin dal giugno precedente. Quell'errore intanto, mentre diede tempo a Vittorio Amedeo II sia di opporre abilmente al nemico le ristrette forze di cui disponeva, sia di ricevere un primo soccorso dai suoi nuovi alleati, fece trascorrere invano lo scorcio di stagione utile per le grandi operazioni militari. Perciò quando i torinesi trepidanti già si aspettavano di veder comparire sotto le loro mura le insegne franco-ispane, seppero con lieta meraviglia che il nemico retrocedeva. Infatti il Vendòme che, non senza aver saggio del valore dei piemontesi e degli imperiali, già s'era spinto fino a Chieri, avendo trovato il luogo ben fortificato e ricevuta inoltre la notizia che l'esercito da lui atteso non era pronto ancora a passare le Alpi, stimò prudenza rimandare alla primavera vegnente l'assedio di Torino, che però nei consigli della Provvidenza era fissato a tre anni più tardi. La campagna del 1704, nel concetto dei due avversari, doveva essere definitiva, perciò entrambi vi si erano preparati con ardore durante il breve intervallo portato dalla stagione. Nuovi arruolamenti eseguiti nel corso dell'inverno ed un contingente di 12 mila imperiali condottogli dallo Starhemberg, avevano portato a circa 24 mila i soldati che il duca di Savoia poteva condurre in aperta campagna. Disposto pertanto ogni cosa per prendere l'offen;iva, se gliene venisse il destro, egli si accampò a fronteggiare il nemico, aspettando consiglio dalle sue mosse. Se nell'ottobre del 1703, quando Vittorio

44 Jl1 eof}SO{ata Q= Amedeo si trovava impreparato e solo, erasi giudicato un felice ardimento l'assediarne senz'altro la capitale, la cosa si presentava sotto diverso aspetto nella primavera del 1704. II maresciallo di Vendòme persisteva invero anche allora nella sua idea, tanto più che la guerra impegnata in diversi altri punti colla Grande Alleanza si sarebbe assai avvantaggiata da un pronto scioglimento da una parte. Ma diverso era il parere di Luigi XIV e dei suoi consiglieri. Il re di Francia, sollecito da una parte per Milano, era dall'altro persuaso che per ridurre alle strette il duca di Savoia convenisse anzitutto reciderne i nervi, occupandogli quanto più fosse possibile dello stato e intercettandogli le comunicazioni, sia colla Svizzera e Germania d'onde Vittorio Amedeo traeva soldati, cavalli e risorse d'ogni maniera, sia col Mediterraneo d'onde potevangli venire soccorsi dalle potenze marittime della Grande Alleanza. Intanto il Piemonte, invaso per le valli d'Aosta e di Susa e dalla Lombardia, sarebbe stato schiacciato insieme col suo sovrano. Questo sagace quanto poderoso piano di guerra, prevalso nei consigli dei generali francesi, venne definitivamente adottato. Ma a renderne ben diverse le finali conseguenze, a mutare anzi in trionfo la preconizzata rovina, valsero l'illuminata e impareggiabile tenacia del duca, la straordinaria scienza strategica del principe Eugenio e l'eroismo dei piemontesi, sorretti dal potentissimo ausilio dell'antica titolare Patrona della Casa di Savoia e del popolo subalpino. Prima però doveva passare lenta e dolorosissima l'ora amara della prova. (Continua). UN FAVORE che potrebbero farci tutti gli abbonati sarebbe quello di mandarci l'indil'izzo di loro parenti o conoscenti stabiliti all'estero. A questi noi spediremo gratis numeri di saggio del perio· dico, allo scopo di diffondere sempre più la divozione alla Consolata. o SALVATE IN UN INVESTIMENTO TRAMVIARIO Nel suo numero del 22 luglio 1902 un giornale liberale di Torino parlava nella. CRONACA CITTADINA di una scena raccapricciante che aveva strappato grida d'orrore a tutti gli astanti: una madre colla sua bambina erano state investite da un carrozzone tramviario in modo così impetuoso e fulmineo che una grave disgrazia era parsa a tutti inevitabile, e fu scongiurata soltant(} per la meravigliosa prontezza ed abilità del conduttore del carrozzoni', Antonio Palazzi. Anche noi abbiamo reso e rendiamo pieno omaggio al merito del bravissimo manovratore; ma, dato a Cesare ciò che è di Cesare, dobbiamo pure dare a Dio ciò che è di Dio, esaudendo finalmente il desiderio della principale protagonista del fatto, che da tanto tempo ne aspetta la pubblicazione sul periodico, a pubblica attestazione di ricono1 scenza alla Consolata. Ecco come passarono precisamente le cose. La sera del 21 luglio 1902 la signora ~ RoBINO ALBINA con una sua bambina di 4 anni e la persona di servizio si trovava in piazza Solferino, presso allo sbocco di via Arcivescovado, intenta, come molte altre persone, ad udire il piccolo concerto che seralmente nella bella stagione dà in quella località la fanfara della Brigata ferrovieri del Genio, per la ritirata dei soldati. Tutte e tre stavano ferme presso il binario della linea tramviaria dei Viali, sulla quale - come i torinesi ben sanno - i carrozzoni transitano con una celerità straordinaria, specie in quel tratto che appunto fiancheggia la piazza Solferino. Le alte note squillanti della musica, che attutivano gli altri rumori; l'assembramento di persone che impediva di veder lontano; fors'anco lo scorgere tra i presenti qualche persona conosciuta, il porgere l'orecchio a qualche dialogo di vicini, o chissà quale altra momentanea distrazione, tolsero alla signora Rubino ed alla sua fantesca di avvertire in tempo il sopraggiungere di un carrozzone

Jll 8ortsolata 45 tramviario. Esso, spinto da poderosa corrente l spavento alla meraviglia, tirano un respiro elettrica, giunge veloce con rombo spaven· di sollievo. Grazie alla prontezza ed all'ahitoso..... Tutti già si sono scartati, ma le due lità non comune colle quali il manovratore donne, evidentemente sorprese in un mo- ~ ha fatto funzionare il freno elettrico, il carmento di disatte-nzione, congiunte dalla bimba , rozzone si è fermato quasi istantaneamente, che tengono entrambe per mano, colte da pa- e con grande precauzione si procede a tonico, perdono la lor presenza di spirito, e gliere di sotto al medesimo le travolte. mentre rimarrebbe appena appena il tempo ~ La signora Robino e la sua figliuoletta di togliersi di là di scatto, restano un istante ~ , sou rimaste presso il salvagente e, sebbene indecise: una tira a salvarsi a destra, l'altra l a sinistra..... Il.•: E intanto il pesante veicolo arriva loro addosso. La serva nell'ultimo attimo fug gente, in un moto istintivo quasi incosciente, ~ ha lasciato la mano della bimba ed è scat· tata fuor delle rotaie: madre e figlia, invece, sono travolte sotto il carrozzone. Un grido di raccapriccio sfugge da cento bocche alla terribile scena, che si è svolta in pochi se-~ condi. Tutti credono le due poverette stritolate, ridotte ad un mucchio di membra spezzate, sanguinanti. Le donne presenti si ~ sono allontanate in preda al terrore, colle lagrime agli occhi, per non vedere l'atroce spettacolo. Ma i rimasti passano presto dallo terrorizzate, sono in istato ben diverso da quello che s'era temuto. Per cura di due guardie municipali aiutate da volenterosi astanti, esse sono rialzate, poste in una vettura e condotte all'ospedale di S. Giovanni, dove i sanitari di guardia le visitano tosto premurosamente. La signora Robino ha riportato soltanto contusioni ed abrasioni non gravi, e la bambina è uscita affatto incolume dal pericolosissimo frangente: soltanto l'agita ancora lo spavento, che però va dileguandosi man mano ch'ella vede rasserenarsi e calmarsi sua madre..... Che grazia - va questa esclamando - che grazia mi ha fatto la Madonna! - Al· l'atto dell'investimento, vistasi perduta, la

46 J.2 eof1SO(ata buona signora aveva con infiammata invocazione chiamata in aiuto la Consolata, di cui è divotissima e tiene in venerazione l'imagine nella propria camera; la piccina poi, rispondendo al grido della mamma sua, aveva anch'essa invocata Maria SS. Consolatrice, e, ripetendo un atto a lei famigliare, ne aveva stretto nelle manine la medaglia che le pendeva al collo da una catenella, divoto regalo d'un amica di famiglia. All'intervento della Consolata la signora Robino attribuisce l' insieme dì fortunate circostanze, che concorsero a salvarla da una orribile morte insieme colla sua diletta figliolina: prima fra esse la prontezza del bravissimo manovratore nel far agire il freno elettrico; poi il perfetto funzionamento del medesimo, la posizione in cui senza alcun loro atto volontario ella stessa e la bimba rimasero sotto il carrozzone, ed altre circostanze, minime in sè, ma che ebbero la loro bella parte nel produrre un fatto veramente singolare e meraviglioso. Fin dal dicembre 1903 la graziata presentò alla sacrestia del santuario un pregevole quadro votivo qui riprodotto (vedi incisione a pag. 45), chiedendo la presente pubblicazione ad attestare quella riconoscenza che è esca e richiamo a nuovi celesti favori. Grazie alla .f!enerosità di pz'a persona, che ha j'atto un'offerta speciale al precz'so scopo dz' promuovere gli abbonamenti al perz'odico, siamo in grado di spedire i r1 p re m :lo a chz'unque ci procurerà un nuovo ai'JI'Jonato una magnifica fotocromia (nuovo processo dz'jotograjia colorata) tratta dalla veraj'otografla della Consolata, della mz'sura di 0,-26X 0,1/J, adatta cioè a j'arne un grazz'oso quadro da camera. È opera di vero apostolato per le Missioni ilprocurare un nuovo abbonamento. Relazioni di grazie portate al Santuario Torino. - Il mio cuore ed il mio povero cervello erano davvero in tempesta. Persone che mi amavano mi avevano finanziariamente aiutato a migliorare la mia posizione. D'un tratto, per gelosia di falsi amici, le cose volgevano ben altrimenti. Calunniato, messo in discredito presso chi mi stimava, nella mia casa entrò lo sconquasso e la desolazione. Ero a tal punto di vedermi rovinato, e per quanto mi studiassi di pacificare le persone colle quali avevo interessi, e di aggiustare le cose, a nulla di bene io riuscivo. Disperato, vagavo per Torino, senza sapere dove andassi. Passai davanti al Santuario della Consolata. Molte persone di ogni età e condizione entravano ed uscivano. La mia poca fede non era tale da suggerirmi di andare anch'io dalla Madonna ad implorare aiuto. Vivendo nei continui affari di commercio, non ero guari abituato a pregare ed avere confidenza in Chi tutto può; tuttavia non so qual cosa mi spingesse ad entrare in quel tempio, dove tanti andavano e ritornavano dal pregare. Vi entrai. La vista di un gran numero di fedeli in atteggiamento devoto mi suggeriva di imit.arli, ma confesso che, poco uso ad andare in chiesa, temevo di esser visto là inginocchiato ad implorare grazie dalla Madonna. Però il tormento di trovarmi in quelle condizioni, l'onore del mio nome, finallora stimato, messo a pericolo; il bisogno di far fronte a certi impegni per calmare chi voleva rovinarmi, ebbero il sopravvento. Mi inginocchiai. Verbalmente non ho pregato, ma col cuore rivolsi alla Madonna una fervente prece. Quando uscii mi trovavo calmo di mente e fiducioso nella protezione della Consolatrice degli affiitti. L'indomani ritornai al Santuario e cosi per più giorni di seguito, promettendo a Maria SS. di offrirle un cuore d'argento e di far celebrare qualche messa. Qualche giorno dopo le cose di casa mia,

J.ll 8of)solata 47 i m1e1 affari cambiarono aspetto. Insperato intervento di caritatevole persona, alla quale io non avrei pensato mai di rivolgermi, servì a ridare alla mia azienda quell'indirizzo che salvò i miei interessi ed il mio onore. Spiacente di non poter pubblicare il mio nome, perchè sarebbe uno scoprire chi mi fece del male, pubblico la grazia ricevuta, a maggior gloria di Dio e della SS. Consolata e prometto di far sempre quanto potrò per dimostrarmi riconoscente a tanto beneficio. M. B. Rocca Verano. - Insieme con una messa di ringraziamento, DIOTTI ERNESTINA di 34 anni, presentò al santuario le grucce che ha potuto finalmente deporre per intercessione della Consolata. Dopo sofferenze durate sei anni, il male da cui la Diotti era travagliata si era localizzato in un ginocchio sotto forma di sinovite, a guarire la quale riuscirono vani i tentativi dell'arte medica, sia al domicilio della paziente che all'ospedale, ove ella fu in cura per ben sei mesi. Finalmente le preghiere alla Consolata ebbero il felicissimo effetto chiesto e sperato con viva fede, e la Diotti si trovò completamente e stabilmente guarita. Castagnea. - La bimba NoE~n BozzALLA, di Il anni, fu dapprima presa da dolore in una gamba che secondo il parere del dottore minacciava di ridurla storpia, e quasi ciò non bastasse, dopo un mese fu colta dall'influenza in forma grave. Questa malattia insidiosa si apprese anche ad un fratellino della ragazza, Eligio di 4 anni, ed ambedue tanto si aggravarono che parevano dover soccombere. La povera madre loro, nell'estrema sua desolazione, fu da due Suore Vicenzine del Cottolengo animata a rivolgersi alla Consolata, il che ella fece di cuore. I bambini ebbero subito un miglioramento, ed in seguito guarirono perfettamente, tanto che dopo un mese poterono ripigliare la scuola lieti ed in forze. Torino. - Il soldato di artiglieria MORERO G. BATTISTA, preso da febbri violentissime, fu inviato all'Ospedale militare, dove gli si dichiarò l'ileo-tifo, il cui rapido e violento decorso lo portò in pochi giorni sull'orlo della tomba. I parenti accorsi a Torino, desolati di vedersi rapire il figliuolo sul fiore degli anni e delle forze, lo animarono - specialmente la mamma - a raccomandarsi alla Consolata e sperare in Lei, mentre la famiglia intiera ciò faceva con tutto il possibile fervore. E con meraviglia degli stessi dottori, il povero Mo· rero migliora poco a poco e guarisce infine, contro ogni umana speranza., e da bravo soldato si reca al santuario chiedendo che sia nota a tutti la bella grazia da lui ricevuta. Estancia Oliva in Provincia di C01·doba (Repubblica Argentina). - Mio marito, ammalatosi dapprima d'itte1'izia, ne era quasi guarito, quando nuovamente cadde in assai più grave malattia. La febbre che incessantemente e ad alto grado lo perseguitava, faceva soffrire immensamente lui e vivere me in un affanno, che non ebbe più misura quando il dottore mi fece noto che la vita di mio marito era in urgente pericolo per tifo complicato da polmonite. Non sapendo più che farmi, fui consigliata da persone che già avevano esperimentata la benigna potenza di Maria SS. invocata col nome dolcissimo di Consolata sotto cui si venera specialmente nel santuario di Torino, ad implorare da Lei la grazia della guarigione del mio consorte, promettendo di far celebrare una messa e pubblicare la grazia, appena egli fosse guarito. Seguii con tutto il cuore, colla massima sollecitudine il consiglio. Dopo alcuni giorni"mio marito migliorò, ed ora lo vedo, coll'aiuto della Vergine SS., in piena convalescenza, così che presto potrà tornare al suo lavoro. Con infinita riconoscenza invio L. 10, parte per la messa votiva di ringraziamento ed il resto per i Missionari della Consolata MARIA SALTO. Parigi. - Chiamata per telegramma, il 28 febbraio 1905 mi recai in questa città dove trovai mia figlia Quintilia da varii dottori dichiarata in prossimo pericolo di morte per peritonite. Io fui presa da una desolazione che non saprei esvrimere, e con tutto il fervore di cui ero capace mi raccomandai alla Consolata, di cui avevo portata meco la benedetta immagine. La povera mia figlia migliorò, ma ecco che scongiurato il pericolo della peritonite, sorse quello egualmente grave di un'appendicite richiedente sollecita operazione.Continuai le pressanti preghiere e posso dire di essere stata appieno esaudita: la mia povera Quintilia, non solo guarì anche della seconda malattia, ma potè scansare la temuta operazione Compresa dalla più viva gratitudine verso la Consolata, da cui riconosco il duplice celeste favore, mi faccio premura di adempiere il mio voto, offrendo il mio obolo per le Missioni della Consolata. ELLENA MARIA. Pozzecco (Udine). - Il mio secondogenito era colpita da morbillo con febbri altissime; lo stesso male che già mi aveva rapito quindici giorni prima il mio primogenito di 4 anni. Spaventata, in preda al più tremendo crepa· cuore, feci promessa alla Consolata di L. 20 per le sue Missioni, se mi salvava il piccolo pericolante. Esaudita, compio con infinita riconoscenza la mia promessa, rendendo pubblica la grazia grandissima da me ottenuta, a conforto delle madri desolate. MARIA IN~'ANTI-VAu. Torino. - La mia più piccola bambina cadde gravemente ammalata di scarlattina, ed in pochi giorni tanto si aggravò che dava assai a

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