Missioni Consolata - Marzo 1906

]11 Coflsolata 39 Q merosissimi, ed anche da alcuni vecchi che mostrarono di gustar.:! assai l'insegnamento da me loro fatto a base di paragoni materiali per essere meglio inteso: chi è cattivo è come un albero spinoso; chi è giusto ma non fa il bene, è come il pino e l'abete, i quali non danno frutti nutritivi; così vi hanno fra gli akihùiu uomini giusti. Solo quelli che, accogliendo gl'insegnamenti del Padre, diventano figli di Dio, sono veramente buoni e paragonabili agli alberi fruttiferi, che offrono cibo dolce e sano. Martedi, 21novemlJre. Tornando dal visitare villaggi lontani, dove mi son trattenuto tutta la giornata, prima ancora di arrivare alla Missione apprendo una brutta notizia: certi spiriti bellicosi, del cui fermentare m'ero gia da tempo accorto, sono divampati ed ecco la guerra. Alcuni villaggi si son sollevati contro il capo per angherie sofferte da' suoi sabàri (soldati). Era già scuro e vedo sul sentiero tre figure che s'allontanano frettolose. Son due soldati che ne sostengono un terzo ferito; da quest'incontro deduco qualche cosa di grave. Difatti mi si riferisce che il capo è battuto..... Egli giunge poco dopo con un drappello di sabàri metà feriti, ed ha anch'esso parecchi ornamenti stracciati. È moralmente assai abbattuto. Al mio incontro riprende animo: « Tu che ci sei padre, mi dice, dimmi che cosa debbg fare ora? posso finir la guerra, o verrà il governo ? » Cerco di calmarlo, d'infondergli la speranza che le cose si possano ancora comporre all'amichevole... Gli prometto di trovarmi presso di lui domattina presto, per aiutarlo coi miei buoni uffici, se sarà possibile. Mercoledì, 22 novembre. Parto all'alba, senza neanco un boccone di colazione, poichè sento che il capo ha già intorno a ~è molti soldati per dar battaglia. Arrivo sul campo ove questa dovrebbe svolgersi e non trovo nessuno; non avendo ancor visto altra guerra akikùiu, procedo guardingo. Q I ribelli sono del paese Soti (falde est del monte Karema). Apprendo che nei loro villaggi ;non v'è più una persona nelle capanne, non un montone: tutti si son rinselvati sopra il Karéma. Difatti si sente lassù, fra gli alberi secolari, un vociare assordante e cupo, rassomigliante al fragore di un fiume in piena che sta per straripare. Cerco di raggiungere il capo e dopo mezz'ora, raggiunta la retroguardia dei servi, apprendo ch'egli sta già salendo per la montagna. Che fare? Prendo anch'io la corsa su per il Karéma, pur di arrivare a fermare lo sconsigliato capo. Se s'ingaggia la battaglia, i ribelli, favoriti dalla loro posizione, massacreranno in breve ora ·lui e tutti i suoi, i quali vanno avanti a malincuore e soltanto per un punto d'onore, mentre gli avversarii pugnano pro aris et focis. Raggiungo il capo con l'anima in su le labbra, come si dice. Egli se n'accorge, e ferma per un istante i soldati, per darmi tempo a riavere il fiato e la parola -: Chiama gli anziani dei ribelli, gli dico, ragiona con loro, imponi un'ammenda in montoni per l'oltraggio che t'han fatto portando le armi contro di te, invece di appellarsi alla tua giustizia. Ma cessa dalla guerra, che finirà per e3serti fatale... Verrà il governo ed imporrà indennità a te ed ai tuoi figli, e piangerai. Il capo esita alquanto, ma i soldati mi danno ragione, ed in fine si torna indietro su di un ampio spianato per la cira (adunanza). La causa per la pace era vinta. Erano le dieci del mattino. Il vertice del Karéma continuava a rumoreggiare; nella regione ribellatasi, al di là del fiume distante meno di mezz'ora, si udivano i canti bellicosi dei soldati dei capi avamposti, tutti pronti alla rappresaglia. Era evidente che ove si fosse ingaggiata la battaglia sul Karéma, tutti quei soldati avrebbero tragittato senza indugio il fiume e devastato il paese, non risparmiando campi nè case dei soldati del nostro capo. La discussione prosegue animata: sì ciarla, si grida; fra centinaia di guerrieri, io,

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