38 ]11 eo.,solata darmene, nel timore di non trovar viva l'indomani l'infelice vecchia. Ma infine, perdurando la sua resistenza, dovetti decidermi a !asciarla, dopo averla messa nelle mani della Consolata, di cui avevo implorato l'aiuto ogni volta che tornavo all'assalto di quel cuore indurito. E continuai per via a supplicarla di ottenere misericordia per la disgraziata, la quale prima della sua malattia aveva dato prove di sentirsi attratta verso la vera religione; anzi, avendola io visitata già inferma alcuni giorni fa, mi aveva espresso il desiderio di venire poi, appena guarita, ogni domenica alla Missione per essere istruita. Ora, in compenso di questa buona intenzione ch'era stata sincera, io esigevo dalla Consolata che Ella desse a quell'anima la forza di svincolarsi nei suoi momenti supremi dai tremendi lacci in cui la stringeva il demonio. Mercoledì, 8 novembre. La grazia è fatta! Alcuni neri volevano stamane dissuadermi dal tornare presso la mia malata, assicurandomi che essa era morta nella notte. Ma la bontà divina non solo l'aveva conservata in vita, l'aveva convertita.... Trovai la povera vecchia quasi in agonia. Eppure alle mie prime parole di saluto aprì gli occhi, e si sforzò a dimostrarmi la gioia che le recava la mia presenza con un sorriso, che evidentemente era l'accettazione di quanto io avevale detto la sera, e una tacita domanda del battesimo. E ad avvalorarla ella continuò a far piccoli cenni d'approvazione cogli occhi e col capo, durante la breve esortazione fattale prima di darle l'acqua battesimale. La battezzai, chiamandola Felicita B ... , e quando le dico che ora ella è cristiana, vera figlia di Dio - come persona che ha raggiunta la meta sospirata - rinchiude gli occhi e reclina la testa, che s'era sforzata di sollevare alquanto, sul fascio di legna che le serve da guanciale. Alla mia domanda, se è contenta, mi stringe lievemente le dita colla mano ch'io tengo fra le mie tastandole il polso: nessun altro .'!forzo fa per rispondermi. Ma la pace serena, direi quasi il raggio d'intelligenza nuova che le brilla in viso, mi fanno pensare che l'anima della povera nera rigetti ogni parola esteriore, perchè assorta in una conversazione assai più augusta colla Madre di Consolazione, venuta per invitarla al Cielo a vedere il divino suo Figlio, nel cui sangue è stata testè lavata da ogni passata sozzura. Ballato, LI novembre. Mancando nel Kikùiu i giornali, non si possono sempre conoscere e prevedere le feste locali paesane. Oggi trovai quasi nessuno nei villaggi: -Dove sono andati uomini e ragazzi?-domando alle vecchie rimaste a casa. - Son tutti verso il Soti, ove si ballerà st.assera. I ragazzi ci sono andati per preparare la Kequa (specie di focaccia) che i giovanotti mangieranno prima di cominciare il ballo colle ragazze. Mi reco sul luogo della festa, e vi trovo un cento fanciulli ed altrettanti giovani. Coi ragazzi in un istante sono amico; non così coi giovanotti che son più diffidenti, ma alla mia partenza - prima che incominci il ballo - ve n'ha già un buon numero che mi promettono di venire alla Missione per essere istruiti, e ripetono intanto con me e coi ragazzi le orazioni ad alta voce. Mentre sto per andarmene, ed è già notte, apprendo che vi sono altrove due moribondi: un vecchio ed un ragazzo, e mi affretto a farmi condurre ai rispettivi loro villaggi. Sventuratamente quando arrivo da lui il vecchio è già spirato... Il fanciullo è colpito da male inguaribile, ma è ancora alzato ed in grado di camminare: dopo una breve visita lo lascio, per tornare ad istruirlo con più agio e battezzarlo. .Domenica, 12 novembre. Una domenica ben diversa dalle precedenti per concorso. La gente fu distolta dal catechismo da parecchie cause: l'esa- . zione delle rupie della tassa; una grossa cira (adunanza) poco discosta dalla Missione, a cui intervenne il capo, altra cira più lontano, una Kebatta (gran ballo indigeno). Ebbi però consolazioni da parte dei ragazzi nu-
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