Missioni Consolata - Luglio 2021

volta superata la frontiera, molti migranti deci- dono di proseguire a piedi per Maicao, sotto il sole inclemente della Guajira. Non è solo il sole però a costituire una sfida e un pericolo (soprat- tutto per le persone anziane e le donne incinte), ma sono anche le bande di predoni che popo- lano questa terra di nessuno. I taxisti che percor- rono la rotta di collegamento tra la frontiera e Maicao sono sempre in allerta e, quando pos- sono, viaggiano in convoglio per dissuadere pos- sibili attacchi armati con fine di rapina. Da questa frontiera, così come da quella di Cú- cuta, solevano passare due tipi di migranti. I commercianti, che venivano per pochi giorni o settimane in Colombia per acquistare merci da poter poi introdurre in Venezuela, e coloro che, invece, zaino bolivariano in spalla, erano decisi ad abbandonare la terra di Bolívar. Dal 2018 in avanti, anno del totale collasso della moneta na- zionale venezuelana (il bolívar ), il potere d’acqui- sto dei venezuelani si è ridotto all’osso e il paese è ormai de facto dollarizzato. Questo, e la lunga chiusura delle frontiere, ha ridotto tantissimo il flusso di commercianti e oramai gli unici vene- zuelani in arrivo sono quelli che scappano da una delle peggiori crisi umanitarie della regione. Come succede per la rotta Sud a Cúcuta-Villa del Rosario, l’idea è quella di fare un breve stop a Maicao per continuare poi lungo la costa per Riohacha, Santa Marta, Barranquilla e, a volte, Cartagena. A Riohacha, capitale della Guajira Riohacha è la capitale del dipartimento della Guajira ed è una cittadina che riunisce un cro- giolo di etnie, tradizioni e conflitti sociali. Mesti- zos, afrodiscendenti e indigeni Wayuú abitano lo spazio urbano e rurale (in modo direttamente proporzionale al loro status economico e sociale), vivendo ora gomito a gomito con l’incipiente mi- grazione venezuelana. Acnur ha aperto in città un grande ufficio vicino al lungomare, cercando di supportare sia l’amministrazione locale che le or- ganizzazioni che appoggiano i migranti. Il diparti- mento della Guajira è però uno dei dipartimenti più depressi a livello economico di tutta la Co- lombia e, in questo contesto, sviluppare azioni di mitigazione della vulnerabilità dei migranti vene- zuelani, diventa molto difficile. Per questo anche Riohacha per la maggior parte dei migranti non rappresenta una meta, ma una tappa transitoria verso città economicamente più attive e che pre- sentano maggiori opportunità. Inoltre, per quelle donne venezuelane che vedono nella prostitu- zione l’unico mezzo di sostentamento, Riohacha è un’ambiente ostile e inospitale, dove non è possibile prostituirsi per la strada alla luce del sole. In città prevale una mentalità proibizionista e anche se la prostituzione è implicitamente tol- lerata, non può però essere esibita in bella vista. Questo e la mancanza di un turismo internazio- nale, che nel Nord si concentra a Santa Marta e Cartagena, spingono le donne a continuare il loro viaggio verso Ovest. Santa Marta, capitale del dipartimento di Mag- dalena, è una città conosciuta per le sue coste ed è meta di turismo nazionale e internazionale. I samari (questo il gentilizio per gli abitanti della città) sono molto fieri della loro tradizione e cul- tura, e di uno dei grandi figli della città: Carlos Alberto Valderrama ( El Pibe Valderrama) famoso calciatore dalla folta capigliatura ossigenata che impressionava il mondo negli anni Novanta. A Santa Marta la migrazione venezuelana è molto presente, e il lungo mare è tristemente popolato da donne venezuelane in situazione di prostitu- zione. Da Riohacha a Santa Marta ci vogliono al- meno tre ore e mezza di bus ma, anche in questo caso, per alcuni la rotta viene fatta a piedi. In questa città le donne venezuelane in si- tuazione di prostituzione raccontano di una par- ticolare dinamica che le vede impegnate in quelle che loro stesse definiscono «stagioni lavo- rative». Prima della pandemia e della conse- guente chiusura delle frontiere e difficoltà di movimento, solevano venire a Santa Marta diret- tamente dalla zona di Maracaibo e qui si ferma- vano per circa due mesi. Con il denaro raccolto prostituendosi, tornavano in Venezuela dove le aspettava la famiglia (soprattutto madri e figli). Rimanevano in Venezuela fino a quando il denaro raccolto non cominciava a scarseggiare, mo- mento nel quale diventava necessario tornare a Santa Marta per una nuova «stagione». Questa dinamica, come detto, si è interrotta con l’arrivo del Covid-19, quando decine di donne venezue- lane sono rimaste bloccate in Colombia, senza poter vedere la loro famiglia da più di un anno. In questo senso, oltre allo stile di vita estrema- A sinistra: ragazze sotto il sole della Guajira. | In alto: una mappa della penisola della Guajira, altra frontiera d’entrata in Colombia per i migranti venezuelani. luglio 2021 47 L’immagine della donna venezuelana è ipersessualizzata. “

RkJQdWJsaXNoZXIy NTc1MjU=