Missioni Consolata - Marzo 2020

AMICO.RIVISTAMISSIONICONSOLATA.IT L’11 settembre siamo inviati in un campo profu- ghi che i missionari sentono, come afferma una sorella della Consolata, «ad gentes e tra la gente». Lei preferisce rimanere lì, visto che ci sono tutte le opportunità per formarsi alla san- tità - che è lo scopo finale della vita di ogni mis- sionario della Consolata -, vivendo i momenti di scoraggiamento, dolore e fatica con la convin- zione che Dio si comunica proprio per mezzo di quelle persone in difficoltà. Il 12 settembre giungiamo in una missione molto toccante, in una «periferia esistenziale» in cui vi sono 50mila bambini, tra i quali 25mila sono or- fani che vivono con un pasto al giorno offerto dalla Caritas. Qui si ode la voce dei missionari che affermano che la missione si esprime nell’an- dare, ma che il restare è una parte fondamen- tale. Ci ritroviamo accanto ai poveri che piangono in- sieme a Dio. Come dice la Laudato si’ , Dio «piange per i colpi inferti alla madre terra e si china a consolare i suoi figli». Qui infatti le con- dizioni climatiche portano alla desertificazione, e l’umanità con il suo inquinamento globale ne è responsabile. Il 13 settembre ci soffermiamo con più calma nella casa dei missionari della Consolata e pre- ghiamo con i loro seminaristi che ci spiegano perché hanno deciso di farsi missionari: «Certa- mente questo è un mistero che ci supera e ci av- volge», dicono, «ma anche molto concreto, per- ché se Dio per raggiungerci ha scelto di farsi uomo, l’incontro con Lui passa ancora oggi at- traverso la nostra umanità. Questo secondo noi è il cuore della missione: se il Vangelo non ci at- traversa profondamente è difficile che riusciamo a condividerlo». Il 14 settembre Dio continua a parlarci al cuore. È il nostro ottavo giorno in questa terra di spe- ranza, e capiamo che il missionario, per essere tale, deve fare una forte esperienza personale di Dio, che gli tocchi il cuore. Il missionario cono- sce Dio ed è conosciuto da Lui, ha un rapporto quotidiano con Lui secondo il momento che sta vivendo, consapevole che l’amore alla comunità a cui è inviato nasce dalla conoscenza, dal com- prendere che la comunità è un microcosmo del Regno di Dio. La passata colonizzazione di questa terra da parte degli europei va intrisa di sapienza. Una sapienza che vada oltre gli interessi basati sullo sfruttamento delle materie prime (diamanti, car- bone, canna da zucchero, ecc). Il popolo ha bi- sogno di riferimenti, non di colonizzatori, e di una comunità unita nella diversità delle culture qui presenti. La missione deve essere un segno contro culturale in un mondo che oggi tende verso l’uniformità: «Siamo missione, non fac- ciamo la missione», è l’esperienza dei padri della Consolata chiamati a inculturarsi e non a seguire la cultura dominante. Il 15 e 16 di settembre, la terra dagli odori e sa- pori forti che ci ospita e ci spoglia, ci riporta al pensiero un padre kenyano in missione a Torino che tempo fa ci ha spiegato qual è «l’Aids» della nostra cara Italia: «In fondo, quei ragazzi dell’an- golo della strada hanno la stessa umanità, le stesse domande, gli stessi sogni di tutti, e il mis- sionario cammina in mezzo a loro salutando e fa- cendo due chiacchiere, mentre al calar del sole le strade si riempiono di giovani e adulti in cerca di svago e anche di un po’ di soldi: chi beve sulla strada, chi chiacchiera, chi spaccia, chi si prosti- tuisce». In questi giorni, che sono anche gli ul- timi della nostra esperienza, quindi, visitiamo i così detti ghetti, o «case per i cani», e aderiamo alle parole di uno che sa molto più di noi: «La missione è una grande avventura, non solo dei consacrati, ma di tutta la Chiesa, di ogni battez- zato, di ogni essere umano. Oggi la nostra pre- senza consiste nell’ascoltare il grido di una belva in agonia. La missione è come un corpo vivo in continua evoluzione, che si pone delle do- mande, che cambia e ti fa camminare». Paola e Giuseppe © Paola e Giuseppe 77 marzo 2020 amico MC

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