Missioni Consolata - Ottobre 2019

di Paolo. Andarono dal governatore della città e ac- cusarono Paolo di avermi plagiata e di aver interfe- rito negli affari di famiglia. Per questo Paolo fu fusti- gato. La tua famiglia ti sostenne nelle tue scelte? Tutt’altro. Anzi, mia madre prese le parti della fami- glia di Tamiri che si sentiva offesa nel suo onore e minacciata nei suoi interessi dal mio rifiuto di spo- sarlo. Si lasciò addirittura convincere da Teoclia, la mamma di lui, ad andare dal governatore perché mi desse una punizione esemplare che servisse da de- terrente a qualsiasi ragazza con idee strane in testa. E il governatore decise che dovevo essere bruciata sul rogo, quasi come un sacrificio riparatore agli dei. Condannata al rogo? Proprio così. Il rogo fu preparato in piazza davanti a tutti, ma venne un’improvvisa tempesta che spense il fuoco. La gente si spaventò davanti a quello che ritenevano un segno dal cielo e io fui liberata. Così tornai da Paolo chiedendo di essere battezzata. Ma l’apostolo temporeggiò, probabilmente perché non voleva che decidessi per l’emozione degli ultimi av- venimenti. Tornasti allora a casa tua? Non proprio. Paolo mi invitò ad accompagnarlo nei suoi viaggi e a pazientare per fare insieme un per- corso di catechesi allo scopo di conoscere e ap- profondire il Vangelo di Gesù. Colsi così la palla al balzo, diventando sua discepola. Quali itinerari hai percorso con l’apostolo delle genti? Dopo essere stato a Listra e a Derbe, Paolo doveva tornare ad Antiochia di Pisidia, da dove era venuto e dove c’era già una comunità cristiana. Andai con lui e rimasi in quella comunità. La mia bellezza fu notata da un ricco notabile che si invaghì di me. Forte della sua posizione nella città pensò di potermi avere senza grandi difficoltà e cercò a più riprese di abbracciarmi nella pubblica piazza. Ma io rifiutai con fermezza le sue avances e, reagendo ai suoi abbracci, gli strappai di dosso il mantello di fronte a tutti. Quel bel mantello che era il segno della sua alta posizione sociale, mettendolo così in ridicolo. Lui un potente, rifiutato da una gio- vane sconosciuta come me. Però lui non si diede per vinto… Per niente! L’umiliazione pubblica aveva ferito il suo orgoglio. Alessandro, questo era il nome dell’uomo, si diede molto da fare, brigando e intrallazzando con tutti i poteri forti della città, con cui ovviamente era legato. La sua parola contro la mia. Convinse il governatore a farmi dare una punizione esemplare: essere divorata dalle belve nei giochi del circo della città. Non poteva permettere che una giovinetta fo- restiera mettesse in ridicolo il suo prestigio. MC R La tua vita ha affascinato le prime comunità cristiane dell’Asia Minore, tanto che sono fiorite tante memorie in tuo onore. Sono riconoscente a tutti coloro che nel terzo e quarto secolo redassero gli antichi testi che, basan- dosi su un testo antecedente all’anno 200 d.C., rac- contano che fui una cristiana di Iconio (in Asia mi- nore), una vergine al tempo della venuta dell’apo- stolo Paolo nella mia città. Quei codici mi hanno dato quattro titoli molto impegnativi: santa, iso apo- stola, martire e vergine. Santa , sai cosa significa. Isoapostola vuole dire «pari agli apostoli», un titolo che, a ragione, avevano già dato a Maria Madda- lena, che è stata la prima testimone della risurre- zione di Gesù. Questo forse perché poi sono diven- tata discepola di Paolo e l’ho accompagnato nei suoi viaggi. Poi ci sono i due titoli «vergine e mar- tire». Sono due titoli importanti per me. Come sai, il primo significato di «vergine» è che ero una ragazza da sposare di circa 15-16 anni, ma poi è diventato molto di più. «Martire» vuol dire che sono stata una testimone di Gesù uccisa violentemente. In realtà tante volte hanno cercato di uccidermi, senza riu- scirci, e ho vissuto fino a oltre 90 anni. Andiamo con ordine. Se non sbaglio la tua città ricevette l’annuncio del Vangelo dallo stesso San Paolo. Proprio così! Venne da noi durante il suo primo viaggio. Ho avuto occasione di ascoltarlo quasi per caso. Paolo era stato accolto a Iconio da Onesiforo, un nostro vicino di casa. Lì si erano radunati un po’ di amici e Paolo aveva parlato a lungo di Gesù, della sua risurrezione e della vita nuova del cristiano. Aveva anche sottolineato che accettare Gesù significava es- sere come una sposa casta che vive solo per il suo sposo. Io, incuriosita, lo ascoltavo dalla finestra di casa mia ed ero rimasta affascinata da quei discorsi che presentavano un modo di amare così diverso da quello a cui eravamo abituati. Cioè? Immagina la bellezza di donarsi a qualcuno solo per amore e in piena libertà. Tutto il contrario di quello che noi vivevamo: per noi ragazze il matrimonio era combinato dalle famiglie, senza tener conto dei no- stri sentimenti. Eravamo quasi un oggetto che ser- viva a rafforzare i rapporti e gli affari. In più, una volta sposate, avevamo il dovere di fare figli, possi- bilmente maschi, perché un giorno potessero ser- vire nell’esercito dell’imperatore. Rifiutarsi di spo- sarsi, come poi feci io, e scegliere una vita di castità era considerato disobbedienza civile, un reato di lesa maestà. Anche tu eri già promessa sposa? Sì, e il mio fidanzato Tamiri e la sua famiglia non presero bene il mio «innamoramento» per il Cristo OTTOBRE2019 MC 69

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