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che disciplina solo l’informazione

giornalistica, «ma la questione ri-

guarda tutti». Al punto 7 la Carta

afferma che «nel caso di minori

malati, feriti, svantaggiati o in dif-

ficoltà occorre porre particolare

attenzione e sensibilità nella diffu-

sione delle immagini e delle vi-

cende al fine di evitare che, in

nome di un sentimento pietoso, si

arrivi a un sensazionalismo che fi-

nisce per divenire sfruttamento

della persona». «Vale solo per i

bambini bianchi?», chiedono gli

autori.

Quello della tutela dei minori non

è l’unico problema. Ce n’è un al-

tro al quale, ammettono gli edito-

rialisti, anche i missionari in pas-

sato hanno contribuito: quello di

rafforzare «il già ben radicato im-

maginario coloniale dell’Occi-

dente sull’Africa». Cioè di conti-

nuare a dipingere il continente - e

il Sud del mondo in genere - come

un luogo bisognoso e indifeso il

destino del quale deve essere de-

ciso altrove, sdoganando così un

colonialismo «a fin di bene».

Daniele Timarco, direttore dei

programmi internazionali di

Save

the Children

Italia, intervistato da

Eleonora Camilli su Redattore So-

ciale, ha opposto che quelle im-

magini sono quelle viste ogni

giorno dagli operatori impegnati

sul campo: «Proprio perché inac-

cettabili, sono immagini anche

giuste da trasmettere con l’obiet-

tivo di sensibilizzare e spingere le

Spot contro la fame

o fame di spot?

L’episodio che negli ultimi mesi ha

riaperto la polemica è uno spot

della ong

Save The Children

, che

dal 2013 ha lanciato una campa-

gna di raccolta fondi sostenuta da

video. L’ultimo, dell’inizio 2015,

mostra «John», un bambino mal-

nutrito, che respira con affanno,

con la pancia gonfia, la pelle disi-

dratata e lo sguardo intontito.

Dopo di lui, una bambina piange

sommessamente e un altro pic-

colo è appoggiato al fianco della

madre, debolissimo e con le ossa

visibili sotto la pelle. (La versione

inglese del video include anche,

alla fine, l’immagine di una borsa

con il logo della ong che i donatori

riceveranno come ringraziamento

per il contributo).

«Immagini strazianti che durano un’eternità», hanno commentato Pier Maria Mazzola e Marco Tro- vato di Africa , la rivista dei Padri Bianchi, in un editoriale dal titolo Fame di spot . Dopo i bambini de-

gli altri video, rincarano gli autori,

«adesso tocca a John impietosire i

telespettatori per strappar loro

nove euro al mese». Questo «ri-

pescare il crudele cliché dello

scheletrino africano», spinge

Mazzola e Trovato a chiedersi che

ne è stato della

Carta di Treviso

, il

protocollo su informazione e mi-

nori approvato nel 1990 da Or-

dine dei giornalisti italiani e Te-

lefono Azzurro: è un documento

persone a reagire con indigna-

zione». «Le immagini sono state

realizzate con il consenso dei ge-

nitori», ha aggiunto Timarco, «con

il coinvolgimento dei bambini e

delle bambine e della comunità

stessa. Molto spesso sono le fami-

glie stesse che ci chiedono di rac-

contare la loro vera storia, di far

vedere la drammaticità delle loro

situazioni». Quel che interessa

Save the Children

, ha concluso il

suo funzionario, è «toccare la co-

scienza delle persone al di là del

contributo economico».

Di confine fra sensibilizzazione e

pornografia del dolore, peraltro,

si era già parlato con

Mission

, il

«reality umanitario» che vedeva

impegnati diversi personaggi tele-

visivi - Al Bano, Paola Barale, Ema-

nuele Filiberto di Savoia e altri - in

viaggi su campo in diversi paesi

africani e latinoamericani. In quel-

l’occasione la reazione del mondo

delle Ong fu altrettanto polemica e le argomentazioni a favore e contro molto simili (vedi MC 3/2014 p. 74).

La situazione normativa

Il dibattito si è riaperto lo scorso

novembre con la proposta di Nino

Santomartino, responsabile della

comunicazione dell’

Associazione

delle ong italiane

(Aoi), di avviare

un tavolo di lavoro con organizza-

zioni no profit, realtà della comu-

nicazione e dell’informazione,

professionisti, consulenti e ricer-

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