Febbraio 1906 o feriodico R.eli~ioso Me11sile liSCE DIREZIONE AL PRINCIPIO PIAZZA DELLA CONSOLATA DEL MESE TORINO 'I'el.e:fon.o :ln.t;erprov:ln.o:la.l.e N. 22-~~
uiiiRLUJ u n ,...... PER REGALI AI DIVOTI DELLA CONSOLATA ---":)c--- Presentiamo ai nostri lettori un breve elenco degli oggetti che meglio sono indicati per far regali a persone care, e sui quali l'Effigie della Consolata sempre tiene il posto d'onore. Svariatissimo è l'assortimento di oggetti sia da pochi centesimi sia di maggior valore, che si possono sceglierà presso la Direzione di questo periodico in piazza Consolata, n. 1. · M d rt in alluminio: 1° tipo ordinario rotonde, ovali o rinascimento da 8 ag 1a 2 al soldo, da 5 e 10 centesimi caduna. - 2° Tipo artistico, rotonde, commemorative del centenario da L. 0,05 caduna e 0,50 la dozz. ; 0,10 caduna e 0,90 la dozzina.- 3° Tipo artistico più grandi da L. 0,15 caduna e 1,50 la dozzina. In argento: 1° argento lucido, rotonde, ovali, rinascimento, traforate, disegni fantasia (a seconda del prezzo) da "f-.. 0,10-0,15 · 0,20-0,30 · 0,40 · 0,60 · 0,70 -0,80 - 1,00 · 1,50 · 1,75 · 2,00 · ecc. caduna. - 2° Tipo argento ossidato più artistico, da L. 0,80 • 0,95 - l,15 - 1,35 - 1,75 • 2,80 · 3,00 - 4,75 ca.duna. - 3° In smalto e contorno argento da L. 1,15 .'1,25 caduna. In oro: 1° con smalto da L. 2150 • 2,75 .• 4,00-5,00 caduna.- 20 Incise da. L. 3,00 · 4,40 · 5,10 · 6,50 · 9,50 · 10,15 · 11,50 - 14,00 · 16,50 · ecc. caduna.. C t Il t il prezzo varia secondo la loro lunghezza e grossezza., ed aa na 8 argan o anche secondo la. fattura degli anellini che possono essere semplici, faccettati o mezzo-tondi, e sempre saldati fra loro, e si possono avere da. L. 1,20 • 1,30 - 1,50 • 1,60 · 1,75 · 2,00 · ecc. caduna. La broches ricercate e preferite sempre, di esse l'assortimento è svariatissimo, completo, curandosi in particolar modo l'Effigie della Consolata.: con 10 · 15 · 20 · 25 · 35 · 40 · 45 · 70 -75 centesimi, si hanno graziose broches con imagine in fotografia e contorno assortito in metallo. Ma il tipo artistico in metallo imitazione argento antico inalterabile, è quello del quale si possiede l'assortimento più completo, cosi da soddisfare qualsiasi richiesta.. È impossibile riepilogarne qui le forme ed i disegni. Il prezzo varia. da. L. 0,80 - 0,85 · 0,90 · 1,00 · 1,15 · 1,25 · 1,50 · 1,60 · ecc. La figura della. Consolata., anch'essa in metallo ossidato, è artisticamente riprodotta. Spille di sicut'ezza con l'effigie della Consolata, graziosissime, 0,15 caduna. P l t tutte coll'Effigie della Consolata in fotografia., e montaenna l Sa vapun 8 tura in metallo nichellato. - Penne tascabili colla. relativa matita 0,50 caduna. - Matita a chiusura con anello per appenderla 0,40. - Penna e matita unite 0,30 - Salvapunte, matita e gomma 0,20. - Salvapunte con matita 0,10 caduno, 1,10 la dozzina. StatuBHB in metallo argentato, bianche od ossidate, da L. 0,40 · 0,50 -0,60 · 0,90 · 1,45 · 1,60 -3,50 caduna. Le stesse, montate su piedestallo, pure di metallo, in stile barocco o gotico da L. 1,00 · 1,20 · 1,40 · 1,90 · 2,20 - 2,50, 3,00 · 3,25 · 3,50 caduna. Le stesse entro cappellette, stile barocco o gotico, da. L. 3,25 -3,75 - 4,80 · 6,75 · 10 caduna. Astucci tascabili a chiusura, colla relativa statuetta della Consolata da. L. 0,10 - 0,25 -0,35 · 0,45. AcquasantÌnÌ con su applicata la statuetta della Consolata., in metallo argentato, bianco, ossidato o dorato, con va.schetta smaltata da L. 2,00 · 2,50 · 3,25 · 3,75 -5,00 · 6,00 · ecc.
Febbraio 1808 ~ ~nsoiata PERI~~~~=SILE ' DillEZWNE l.,_,r:: dol ,.::;::::~~ dd'• C~ocl• .. ~ t Il primo regalo della Consolata ad un nuovo suo missioPIAZZA DELLA CONSOlATA nario - L'assedio e la battaglia di Torino nel1706 - Storia di un'anima - Salvo sotto le ruine d'una tettoia - Rela· TORINO t. zioni compendiate di grazie recenti -Indulgenze a chi visita il santuario nel mese di febbraio - Orario delle Sacre Funzioni pel mese di febbraio. O/l'erte per te miBBio,.i della Co,.Bolata ;,. Africa. IL SEGRETO DEL SUCCESSO NELLE MISSIONI DELLA CONSOLATA A chi per poco consideri il modo con cui le Missioni della Consolata in Africa si sono impiantate e sviluppate, ricorre spontanea alla mente la parabola evangelica del grano di senapa, divenuto in breve tempo albero grande, largo di ospitalità ai viandanti ed agli . uccelli dell'aria. Ed invero, non rassomigliava forse ad un piccolo seme gettato dal mistico coltivatore. nell'immensità del campo apostolico mondiale, il primo manipolo di missionari della Consolata entrati nel Kikùiu? Eppure ecco che·in pochi anni quel manipolo, fattosi schiera forte e gentile, ha conquistato sotto il duplice aspetto geografico e morale un paese inesplorato e barbaro; ecco che in sì breve volgere di tempo esso è riuscito a farsi conoscere ed amare da tutto ciii l. un popolo; ad attirarlo a sè colla carità di Gesù Cristo; ad accenderlo del desiderio di essere istruito nella vera re- lligione ·e di abbracciarla. Di questi felici risultati si fanno . le grandi meraviglie, come di cosa non ordinaria che deve avere speciali cause e ragioni. E non a torto. Chi si occupa di· missioni, non foss'altro che leggendo con qualche assiduità le pubblicazioni che ne trattano, ben cpnosce le enormi difficoltà che dapertutto incontra l'opera del missionario, il quale talora, -dopo lustri e decenni di rude lavoro, si trova a non aver raccolto quasi altro frutto che i meriti guadagnatisi collo zelo, coi sacrifizi, colle sante intenzioni. E ciò, più che altrove, succede nelle missioni africane: uno dei più grandi apostoli dell'Africa, il Cardinale Lavigerie - come già altra volta accennamtno - attendeva con speciale cura a premunire l i suoi missionari eontro gli scoraggiamenti degli insuccessi nei primi anni del loro apostolato. La 'stessa cosa, come i
18 Q nostri lettori rièorderanno, fu fatta coi no;;:tri al loro primo ingresso in Africa, ad essi predicendo che per un bel numero d'anni non avrebbero raccolto al- ' cun frutto spirituale dalle loro fatiche. Quale adunque è il segreto per cui le Missioni della Cònsolata in Africa, col rapido e rigoglioso loro fiorire, segnano una delle 'più fortunate eccezioni alla regola ordinaria? A primo aspetto parrà doversi attribuire principalmentè all'accuratezza della scelta e della preparazione. dei soggetti nell'Istituto di Torino, dove non solo si cerca di formarli allo spirito della loro vocazione apostolica, ma altresì di fornirli di tutte quelle cognizioni ed attitudini, che si prevede poter essere necessarie od utili nelle svariate eircostanze in cui dovranno trovarsi sul loro campo d'azione. Altri coefficienti di successo sembreranno l'organizzazione e la disciplina, che fin dal principio si cercò cli dare al lavoro apostolico nelle Missioni della Consolata; come lo zelo veramente esemplare ed instancabile con cui vi si dedicarono, .nel!e rispettive ·mansioni, sacerdoti, fratelli e· rsuore. Ma se tutto ciò ha .certo concorso al meraviglioso prosperare di queste Missioni, da solo n'on basta a spiegarlo sufficientemente. Quante altre missioni condotte-con santa accortezza; provvedute di scelto e numeroso personale, di mezzi materiali infìnit~mente superiore ai nostri, non diedero tuttavia che scarsi . - frutti? D'altronde i nostri missionari sono i primi a riconoscere che· i ·risultati giornalmente ottenuti non sono, per la grandezza, in proporzione coll'opera loro, per quanto diligente ed assidua. Si direbbe che una forza soave e misteriosa tocchi le anime dei poveri selvaggi; che essa porti di sJancio verso la luce e l<:t verità della religione cattolica un p popolo rimasto per lunghi secoli nella più apatica indifferenza riguardo alla divinità ed ai problemi d:oltre tomba. È tutta una n;1assa imponente di anime che si leva incontro al sole della buona novella e, come chiamata e spinta ~a un celeste comando, già si prepara all'ingresso nei padiglioni della Chiesa di Gesù Cristo. Il segreto di questo.successo non può dunque essere cosa di terra: esso va cercato più in alto. Evidentemente nelle Missioni deila Consolata, insieme ed al disopra dell'opera umana sostenuta dalla grazia ordinaria, agisce un'altra grazìa speciale, pjù grande e benefica, nella cui effusione risiede la causa suprema, il vero segreto del successo. Ma chi impetra questa gra~ia? Ùiciàmolo francamente: noi siamo convinti che essa sia il frutto delle preghiere, delle messe, delle comunioni, di tutto il bene che incessantemente si compie uella casa di Colei che delle nostre missioni è titolare e -padrona: nel santuario della Consolata in Torino. Ogni giorno, dall'alba al cader dell.a notte, è un succedersi appiè della taumaturga Effigie di persone d'ogni ceto ed età, clÌe partecipano al ~li viri sacrificio, che assistono alla benedizione -del Santissimo; oppure nel silenzio del luogo santo lodano Maria; le offrono patimenti ed ,eroismi di virtù, tanto più grandi quanto più ignorati; la onorano colla vivezza della fede e coll'ardore della speranza nel supplicarla di grazie. E in-· tanto in loro fa"ella pregano pure i ceri ardenti, i fiori olezzanti,. i doni votivi. che di continuo .giungono e s'accumulano intorno all'altare benedetto; e sulla coorte dei presenti, come aura profumata che giunge ,dall'immensità della terra e del mare, aleggia la grande vi-
J.E 8onsolata 19 t r.>Q:!I!!le=c-or-r~e, 111n.-;t;;;;;e;;;;d;;;;eiOiilx;le;;;;;;;~~::Oi!:!!li~iròci-. ,-do;;Kiei•. ~;;;s;;;;o;;;;sp'"'i""r,_i-eSO'iit80l'l~!iiiC;on;;;;a;;.;r;..,e=. 110E=su=q: : : :..m. 1111e,_n_t'"'o"", ;;>lsu=q_u_e.st~: delle offerte· che i devoti lontani man- ~ ruota da sessant'anni la Piccola Casa dano verso la Madre di consolazione. cammina e progredisce meravigliosa- -Nessuna preghiera, nessun :;ospiro, mente: non si arresta, non indietreggia, nessuna offerta viva dei cuori va per- perchè ha la mano di Dio con sè; anzi duta. L'acqua che a goccia: a goccia la sua impresa è questa: sempre avanti, continuamente si converte in etereo va- sempre avanti l Excelsiora scandimus l pore, sale tutta verso il cielo: vi si con- Oh, quanti siete divoti della Consogloba e s'addensa in nubi, che poi si lata e frequentatori di presenza ed 'in scioglierànno in pioggia o sulla regione ispirito del suo santuario rallegratevi: stessa dove si sono formate, o lontan il bene grande che si è fin qui operato· lontano dove le spingerà il vento. Ecco nelle Missioni della Consolata •ed il magun'immagine viva di quanto succede giore che se ne aspetta, tutto, .tutto è nell'ordine spirituale. Talora le anime opera delle vostre mani! Le .Missioni pre si affannano e si scoraggiano non della Consolata entrarono 'nella fase pravedendci esaudite le lo.ro suppliche; ere- tica dell'attuazione quando appunto l'apdono perduti i loro sacrifizi, gli atti di prossimarsi dell'ottavo centenario ristauvirtù, l~ sante comunioni, perchè non rava in tutta la sua bellezza il.culto di ne raccolgono frutti apparenti. No, no. Maria SS. Consolafrice, riaccendendo e La goccia d'acqua mistica è salita al rinnovando negli animi lo spirito di cielo, s'è unita ad innumerevoli altre, orazione e di virtù. ·Ed il seme, gettato ed infallibilmente avrà il suo Jmon ef- nel mpmèrito propizio, s'è schiuso nel fetto là dove piacerà alla divina Prov- meriggio fulgente delle feste indimenvidenza. ticate ed indimenticabili, perehè trionfo Ecco il vero segreto del successo delle di fede e di preghiera, · ed è cresciuto Missioni della Consolata in Africa. Sulle ed ha grandeggiato in albero maestoso esotiche terre per cui è suonata l'ora di ed ospitale scaldato dall'ardore •sacro, grazia, sulle tribù selvaggie divenute fecondato dalla pioggia divina di benesuo retaggio, Maria SS. Consolatrice, mi- dizioni impetrate dalle opere buone, che nistra delia divina ~rovvidenza, manda dal centenario hanno preso al santuario le .nubi mistiche che nel suo santuario un incremento che non cessa, che getta si formano dagli affiuvii più eletti delle anch'esso il grido vittorioso: Excelsiora anime, da quella laus perennis che sale scandimus l con forza irresistibile al trono di Dio Sono le supplicazioni incessanti alla per ridiscendere tosto in pioggia di be- Consolata; le eentinaia di migliaia ,di nedizioni: comunioni annuali; le numerose messe La preghiera non interr.otta mai nè quotidiane; le tante funzioni promosse giorno nè notte, la quotidiana comunione al santuario dalla fede e dalla pietà dei· per molti e frequente per tutti, furono i divoti, che danno l'alimento vitale alle fondamenti che il Venerabile -Gottolengo Missioni della Consolata, che vi sostendiede a quella sua Piccola Casa, che è gono le forze degli operai evangeliti; il più grande miracolo mondiale della sono i sacrifizi d'ogni maniera offerti a carità; la ruota maestra, coìne egli an- Maria SS. nel suo tempio di Torino che dava dicendo, che doveva farla ·cammi- ai missionari impetra;no l'abnegazione
\ 20 .Jll eo.,solata continua di cui hanno bisogno, gli eroismi di carità che danno tanto valore alle loro parole, lo ·zelo che di più in più li accende per la salute delle anime. Raccontano i sacri libri che mentre gli Israeliti erano impegnati in fiera battaglia, Aronne stava fervidamente implorando dal Dio degli eserciti la vittoria per il suo popolo. E finchè egli teneva le braccia levate al cielo gli Israe- ·liti vincevano, mentre invece perdevano terreno appena la stanchezza lo obbligava a~ 'abbassarle, cosiccbè fu necessario incaricare alcuni uomini di sostenere io alto le braccia del s<Jnto· pontefice, perchè la vittoria finale fosse com:essa ai suoi. Così mostrava il Signore visibilmente l'efficacia della preghiera. Oh, divoti della Consolata, a~ime pie quante siete che vi interessate alle Missioni da Lei volute, da _Lei benedette, con.tinuate ad esserne gli Aronni; continuate a tener in alto le mistiche braccia dell'anima vostra colla preghiera; continuate ad unire alle vostre offerte materiali le spirituali; moltiplicate le opere sante da cui, come da fonti purissime, si levino incessantemente al cielo · effiuvii àtti a formare nubi feconde di benedizioni. Siate certi che dando riceverete; che il ricambio vi verrà da turbe d'angioletti saliti per merito vostro al cielo; da legioni d'anime che pregheranno per voi adorne della candida stola battesimale, che grideranno a Dio il vostro nome nell'impeto della più sincera ri- -conoscenza. E Maria SS. Consolatrice, accogliendo a festa nel suo seno i poveri neri africani come un vostro dono, saprà colle finezze della sua predilezione mostrarvi quanto Ella lo abbia prezioso e gradito. Il prirqo rBgalo dBlla Consolata ad un quovo suo missionario Dal Padre Giovanni Toselli, partito da Torino per l'Africa il 27 novembre u. s., insieme col Superiore Padre Filippo Perlo che vi si 1·estituiva, riceviamo la prima let· tera da cui st~alciamo la seguente nm·razione: «Sbarcati a Mombasa verso Ie 4 porrteridiane di giovedì 14 dicembre, potemmo fortunatamente ripartire l'indomani stesso per Limùru, dove si·giunse nel pomeriggio di sabato 16, ricevuti a festa, non soltanto dai nostri, ma da una grande folla di neri, accorsa a dimostrare ·coi segni più cordiali e rumorosi là 'gioia vivissima causata dal ri· torno del nostro Superiore. « Il mattino seguente, domenica, un nuovo commovente spettacolo mi si o:fferse entrando nel cortile esterno della missione. Più di 300 indigeni vi stavano radunati per il catechismo festivo, spartiti in tre grandi gruppi: i fanciulli e le donne; la gioventù maschile; gli anziani. Allogati, quali su ogni varietà di sedili improvvisati, quali a terra, in un insieme oltre ogni dire pittoresco, coll'espres· sione del viso, col gesto, con animate brevi parole, che capivo dall'intonazione essere domande di spiegazioni, tutti dimostra~ano . di prendere il più grande intere~se all'argo· mento del catechismo di quel giorno, che era il mistero della SS. Trin'ità. Al primo gruppo presiedevano le suore, agli altri i catechisti indigeni, mentre il superiore locale, P. Ber- · tagna, andava dall'uno all'altro riepilogando, dilucidando i vari punti della lezione, fa· cendosi tutto a tutti e' fermandosi Rpecialmente cogli ahziani, tra cui spiccavano parecchi capi. « Gli espressi il mio stupore di trovare un sì gran · numero di neri al catechismo nella stazione di Limùru, che sapevo situata, per necessità della sua destinazione, in luogo di popolazione assai scarsa, la quale ancora pareva da principio di difficile conquista
Ut eo.,so(ata 21 per un'indifferenza più marcata che altrove riguardo alla parola di Dio. Ed egli mi narrò come da parecchi mesi, anche a Limùru, le domeniche. abbiano incominciato ad essere per il missionario giorni di'lavoro e di gioia. / I nostri buoni neri, disse con santa compiacenza, hanno finalmente cominciato a capire che il Padre e le Suore sono qui unicamente f chiudeva: - Questi spero non siano che gli albori delle giornate non lontane, in cui il missionario potrà lavorare largamente nella , vigna del Signore dall'ora prima fino a quella l della mercede. · « Mentre ancora mi parlava, il P. Bertagna fu chiamato in disparte da un vecchio • capo, iJ. quale gli confidò che nel suo vilIngresso del missionario in UJ! villaggio: tutti l'accolgono a festa (da istant. del P. Perlo). per loro, e che se per sei giorni della settimana andiamo noi a trovarli nei loro villaggi, è più che giusto che almeno nel set · timo giorno, nel giorno di Dio; vengano essi qui a trovare il Padre, che li attende e li desidera alla missione. Da parecchi mesi nell'intera mattinata, fino ed anéhe ~ltre le ore 12, nella missione non s'attende ad altro che -a fare il catechismo nei gruppi, che sempre si rinnovano per il nuovo affiuire di accorrenti avidi di udire la parola di Dio, di ripetere le preghiere ed i canti. E con· ~ laggio v'era una 'donna gravemente ammalata. Siccome costui era un nero affezionatissimo alla missione e che gode molta fiducia_ presso i suoi, non v'era motivo per sospettarlo di esagerazione. Non potendo però il P. Bertagna in quell'ora allontanarsi-dalla stazione, m'invitò a volere io stesso àccompagnare le suore che avrebbe mandato subito l a visitare l'amm~lata, affinchè, se ne era il caso, la battezzassi. Accettai senz'altro volentieri, e ringraziando col cuore la Consolata di potere appena giunto sul campo apostolico
22 J11 <2ot'}so1atà iniziarvi la mia carriera, mi avviai con due suore ·e con .un allievo ·catechista per nome · Kemòso. «L'inferma, a quanto aveva detto il capo, si chiamava W aboy ; essa era stata da circa un anno comperata i~ moglie da certo Nyota che l'aveva condotta abbastanza distante. Ma è consuetudine del paese che allorquando stanno per divenire madri, le spose siano dal marito i-icondotte n,eJ loro villaggio d'origine, a:ffinchè l'aria nativa giovi alla loro salute. E cosi Waboy, trovandosi nel caso, da tre giorni era tornata al suo villaggio, dove era stata colpita dal malore a cui giaceva in p~:eda. Sparandosi dapprima che la malattia si risolvesse senza bisogno di rimedi, nessuno era venuto ad informarne il Padre ed a chiedere medicine alla mis· sione; ora poi lo si riputava già inutile. « Giunti, dopo un'ora di cammino, al villag· gio indicatoci, lo trovammo pressochè deserto; non v'erano che tre o quattro uomini, ad uno dei quali le suore chiesero contezza dell'ammalata. Egli additò loro una capanna, a cui ci recammo premurosamente; ma questa era vuota. Un dubbio crudele tosto ci si affacciò alla mente: forse la povera W aboy già era stata trasportata nel bosco a morirvi. Ma quando, da qual parte? L'avremmo rintracciata, trovata viva ancora ed in istato di ricevere il santo battesimo? Pressato dalle incalzanti interrogazioni delle buone. suore, un altro uomo ci chiari che noi ci eravamo ben apposti: Waboy, essendoomai in fin di vita, era stata portata al bosco. Ed alle insistenza fattegli, colui si decise a porci sulle di lei traccle. «Io, giunto allor allora dal mondo civile, dove anche i più miseri pezzenti trovano ricovero e cure amorose nelle loro malattie, provai una strana e profonda commozione che non saprei esprimere a parole, una compassione dolorosa, alla vista di quell'infelice creatura. La giovane sposa stava distesa sulla nuda terra: sul suo volto già livido . era un'èspressione di ingenua bontà ed una modesta e graziosa compostezza in tutta la sua persona, giacente in supremo abbandono. Le suore la riconobbero subito: W aboy era stata assidua frequentatrice dei catechismi al suo villaggio, e più volte era anche venuta alla missione. Chiamata per nome, riconobbe anch'essa_ le suore; si' sforzò di sorridere ·loro, ma non potè rispondere .alle loro domande affettuose, soffocata dal rantolo che ne indicava purtroppo prossima la fine. « Sapemmo che quello stesso mattino già era stato preSf:ìO di lei il grande stregone a fare i sacri:fizi e ·le cerimonie d'uso; i11 quel momento la circondavano parecchie donne attempate, e poco più in là erano assem brati molti .altri neri, specialmente vecchie e vecchi. La mia perplessità si fece grande: evidentemente non c'era tempo da perdere, 'conveniva cercare di accertarsi se W~boy possedesse l' istruzione indispensabile per ricevere il battesimo, e nel caso contrario dargliela in pochi minuti. Ma c'erano troppi neri presenti. Ad ogni modo il nostro giovane .Kemoso fu incaricato d'introdurre senz'altro il discorso, e già egli vi si accingeva, quando una donna ci disse che dovevamo allonta· narci perchè esse avevano da lavare la malata. «Ci scostammo alquanto, ma subito capimmo che quello non era stato che un pretesto. « La p-~oziente fu tosto circondata dagli anziani dei due sessi del suo villaggio, i quali, compiute non so che cerimonie d'uso, le tolsero gli ornamenti dalle orecchie, dal collo e dalle braccia, quindi l'adagiarono su un giaciglio formato da uno strato di foglie appositamente preparato sotto due alberelli, delle cui sommità s'erano intrecciati i rami a riparo dai cocenti raggi del sole. Era quello il letto funebre, ove la poverà W aboy ' av-rebbe aspettata la morte e poi la iena... , « Man mano che i min~ti passavano in questi lugubri preparativi, cresceva la mia pietà per quell'anima, la mia ansia di salvaria. M'ero intanto fatto ripetere dalle suore quanto ricordavano di certo sulla frequenza di Waboy ai catechismi, e sul grado d'istruzione .che poteva avere. Mi parve di poterne arguire che la morente conoscesse àbbastanza i misteri principali di nostra '/ . '
. l J]l eof}solata 23 q - santa ~eligione e che, interpellata, avrebbe annuito a ricevere l'acqua . di Dio. Ma i vecchi la circondavano sempre, rendell_do a noi impossibile d'avvicinarla. Le suore pro· posero,· ed io subito approvai, di parlarne a Nyota, il marito di Waboy; egli aveva libero accesso presso di lei, e certo alla s.ua parola eli~ avrebbe subito accettato il bat tesimo. K!'lmoso fu dunque mandato in cerca di Nyota; intanto io rivolsi una fervida pre· ghiera alla Consolata perchè volesse ottenermi di condurre a buon fine l'impresa; anche le buone suore pregavano sommessamente stringendo fra le mani la loro medagl~a ... .: Ad un tratto c'interruppe un gran fracasso di peste e di voci: tutti gli assembrati intorno a Waboy fuggivano veloci e spaventati verso il villaggio, cacciati dalla superstiziosa paura di vederla nell'atto di spirare. Anche Ii.oi, senza perdere un attimo, ci mettemmo a·correre, ma in senso affatto opposto, andando a prendere il posto dei fuggiti. W aboy rantolava più penosamente nell'angoscia dei suoi ultimi mo!llenti. Ma erano i momenti di grazia. La chiamai due volte per nome, dicendole che le davo l'acqua di Dio. Capì ella ancora le mie parole? N o n 1 potrei asserirlo con certezza, ma ùn leggiero movimento delle sue labbr~, che s'atteggiarono ad un sorriso, me lo fece sperare; sicchè presa l'ampolla dell'acqua santa la battezzai sub ponditione, col--nome della mia carissima madre, Catterina, approfittando così subito del permesso datocì dal nostro Superiore, di imporre, cioè, i nomi dei nostri genitori nei primi battesimi .che avremmo conferiti. Un quarto d'ora dopo Waboy non era più di questo mondo, ma Ì'anima sua era andata a fruire in eterno dei frutti della Redenzio'ue che le erano stati applicati col sacramento. « Recitainmo il De profurtdis, poi le suo~e dissero: La volontà di Dib si è compiuta; andiamo, chè nulla più ci resta a fare qui. - E questa poveretta ?... chiesi, già preve· dendo la risposta - Che vuoi farci? A notte verrà la iena..... Non so esprimere quello che provai nell'abbandonare così quel cada· Q vere· in · aperta campagna: mi pareva :una crudeltà. Eppure il porlo sotterra ·a nulia avrebbe giovato, chè le fiere l'avrebbero presto dissepolto ed egualmente divorato. Mi avviai per il ritorno, tutto' raccolto in me stesso, offrendo anche quella pena a Dio ed alla Consolata, in rin~raziamento del regalo con cui si erano degnati di farmi inaugurare il mio apostolato in Africa. «Una scena pietosissima ci aspettava an· cora nel villaggio della mortà, che dovemmo attraversare. Tutti, giovani e vecchi, compreso il grande stregone, sedevano in semicerchio fuori delle abitazioni: non una parola, un gemito roìnpeva il silenzio sepolcrale. La vista del marito e degli altri parenti di Waboy avrebbe strappate lagrime ai sassi. Piangevano essi, ma di un pianto silenzioso, senza singhiozzi, esprimente tutta la pie· nezza del dolore. Ignaro ancora affatto del ) loro linguaggio, io non potei che stringere H· ~ con affetto di fratello la mano di ciascuno additando il cielo, mentre le suore andavano loro dicendo che W aboy era ora con Dio... Ed il poter conf(!rtare con questo pensiero coloro che pochi mesi or sono erano ancora ~ t1 raòqdue 1z1zi che non hahnn~ sper~nza,. cdi. soll~ ev a a tristezza·c e Cl opprimeva, Isponendoci a partecipare alla consolazione che la notizia del ]::uovo battesimo portò alla mis- ~ sione, dovè riei).trammo verso le quat.tordici. ~ «P. GIOVANNI TOSELLI ~- ~~~~~~=o.o====Jt----. Grazie alla generosità di pia persona, che ha /atto un'offerta speclale .al preciso sc'opo di p romuovere gli abbonamenti al periodico, siamo t'n grado di spedire i.:n.. p re mi.o a chiunque ci procurerà un nuovo alJlJonato una magnifica fotocromi'a (nuovo processo di /otograjla colorata) tratta dalla verarotografla della Consolata, della misura di 0,26X 0,/!J, adatta cioè a /arne un grazioso ·quadro da camera. È opera di vero apostolato per le Missioni procurando un nuovo abbonamento.
24 Ut eoflSO{aJa . L'assedio e la battaglia di Toriqo nel 1706 ---~Y===== I. - I -precedenti. L'assedio e la battaglia di Torino nel 1706 segnano gloriosamente l'epilogo della lotta secolare tra le ambizioni strà.niere che mi· ravano a padroneggiare ilPiemonte e quella fortunata politica che, sostenuta dal valore peraonale dei suoi principi, dava alla Casa di Savoia grande fama e potenza anche quando queste non corrispondevano alla vastità dei suoi stati. Al tempo di cui dobbiamo qui occuparei, cioè nel 1700, questi si stendevano sui due versanti delle Alpi, comprendendo al di là di esse il ducato di Savoia e la contea di Nizza, e al di qua tutta la parte del Piemonte che - conguagliata alla presente divisione amministr-ativa - corrisponderebbe ora pressapoco alle provincie di ·Torino e di Cuneo, unite alla metà occidentale di quelle di Novara ed al circondario di Asti in quella di Alessandria; inoltre la città ed il contado di Oneglia nella Liguria. Reggeva allora questi dominii il duca di Savoia Vittorio Amedeo II, principe di va· sta ·mente e di gran cuore, valorosissimo in armi, accorto oltre ogni di~e e risoluto per carattere. Salito al trono a-18 anni nel 1684, egli poco disposto a lasciarsi sopraffare, aveva presto dato prova delle sue solide e brillanti qualità' sostenendo, col consenso di tutto il ,-. suo popolo e con esito onorevo1Ìl3simo, dal 1690 ai 1696, una travagliosissima guerra contro Luigi XIV re di Francia, il quale' gonfio delhi. potenza e della floridezza a cui i suoi antecessori avevano saputo portare lo stato, più non poneva limiti al suo orgoglio e colle sue invasioni e pretese aveva solle· vato rontro di se tutta l'Europa. · Ed all'orgogliosa prepotenza da una parte, al malcontento dall'altra, venne a porre il colmo un fatto di capitale importanza politica, che ledeva molti interessi e frustrava molte speranze. !11° novembre 1700 moriva senza prole Carlo II dei Borboni d'Austria, re di Sp~~:gna, legando la successione a quel trono ad un nipote di Luigi XIV, il giovane duca d'Angiò, il quale prese il nome di Filippo V. Per tal modo venivano a riunirsi sotto i due rami francesi della Casa di Bor· bona immensi dominii, tra cui in Italia, la Lombardia, il reame di Napoli e Sicilia in allora sotto la .Spagna, e l'ambiziosissimo monarca francese si riteneva _omai arbitro dei destini d'Europa. Ma a contrastargli l'agognato intento, sorse tosto Leopoldo I, imperatore d'Austria, il quale 'vantando i maggiori diritti alla successione spagnuola, non riconobbe Filippo V e fin dalla prim.àvera del 1701, per il Tirolo, mandò un suo eserqito di 30.000 uomini verso il Milanese; mentre per le sollecitazioni di lui e per gli eventi si avviavano - special· mente colle due grandi potenze maritljme del tempo: Inghilterra ed Olanda -'- i negoziati per rinnovare una lega, che sotto il nome di Grande Alleanza già erasi più volte for· mata tra i principali stati d'Europa contro Luigi XIV. Il Piemonte, chiave d'Italia, doveva necessariamente avere una parte important.~ nel_la lotta gigantesca che si preparava. Vittorio Amedeo II, per la su~ indole, non era , certo portato a derogare alla costante tradizione della sua Casa di non rimanere ino· perosa ed inerme ·spettatrice delle guerre combattute ai suoi confini, col rischio, non soltanto di perdere eventuali vantaggi, ma . di doverne pagare !o scotto, e colla certezza di sottostare a danni gravissimi dando, per amore o per forza, il passo ed il campo agli eserciti belligeranti. l diritti .che anèh'egli, per ragioni di Caterina d'Austria, moglie di Carlo Emanuele I, vantava ad avere qualche parte nell'eredità di Carlo II; }'_esperienza. del 1690-96; le speranze che pote;va fondare sugli eventi che'si preparavano nei gabinetti d'Europa per un prossimo avvenire: tutto spingeva il duca di Savoia ad unirsi a Leopoldo I, éd a ciò l'invita v~ pure suo 'cugino, il principe Eugenio d.i Savoia-Carignano, reputa~o il primo capitano del tempo, che era.
al servizio dell'imperatore ed aveva il su premo comando delle sue truppe in Italia. Ma la Grande Alleanza non era , ancora conchiusa, e le forze di Leopoldo I da sole erano di gran lunga insufficienti a tener testa ai gallo-ispani, di cui erano formidabili gli appostamenti. Il Piemonte, aperto alla Francia padrona di Pinerolo e .di una parte del Monferrato; confi.nante colla Lombardia, si trovava rinchiuso tra i dominii delle due corone e ·segregato dalle potenze che, per proprio interesse, 'potevano tenerne a freno le cupidigie: sarebbe quindi stato, non solo · pericolosissimo, ma inutile per Vittorio Ame deo II il dichiararsi contro Luigi :XIV eFilippo-v. Abbracciando pertanto il partito che la necessità del momento gl'imponeva, egli si schierò dalla loro parte e suggellò l'alleanza dando in isposa la sua figlia se· condog!!nita, Luisa Gabriella a Filippo V; un fratello del quale già aveva in isposa la sorella maggiore di lei, Maria Adelaide. Ma U Duca non poteva amar.e una causa abbracciata contro le sue inclinazioni e ·contro i suoi interessi, e ad alienarlo da essa si aggiunsero. di mano in mano nuovi motivi. Per gli accordi conchiusi, egli aveva fornito un con· tingente di truppe alliesercito gallo ispano, già sceso in Italia' per oppÒrsi all'imperiale .e proteggere la Lombardia, e ne era stato nominato comandante supremo. Ma del grado , non gli si lasciava in effetto che l'onore: i marescialli francesi operavano senza nemmeno consultarlo; Luigi XfV poi, reputando che egli dovesse tenersi abbastanza soddisfatto per le nozze regali della figliuola, lo teneva qua!!i vassallo ·e, colla crescente avidità di dominare l'Italia intera, gÌi toglie~a non solo ogni speranza di ingrandire i suoi stati, ma anche di levarsi d'in .sul collo la servitù di Pinerolo e Casale. Andava così annientato il frutto della guerra del 1690-96 da Vittorio Amedeo II e dai suoi popoli sostenuta con enormi sacrifizi, nè - restando il Duca in quelle condizioni -avrebbe potnto che·accrescere i danni la lotta che stava per aprirsi, vincessero Francia e Spagna_o gli alleati contro· di esse. 25 Era naturale dunque e conforme alla su· prema ragione•di stato, che il duca di Savoia meditasse di cambiare partito quando se ne ·presentasse propizia l'occasione; che mantenesse segréti negoziati coll'imperatore e coi principali aderenti alla Grande Alleanza, facendo loro, per mezzo dei suoi ambasciatori, conoscere il suo attuale malcon· tento. E questo malcontento, la perplessità sua che trapelavano, malgrado l'accortezza di Vittorio Amedeo II, acuivano intorno a lui lo spionaggio diplomatico, flnchè la diffidenza di Luigi XIV e di Filippo V, cre· sciuta man maho verso il loro alleato, ruppe in aperto affronto che determinò la rottura. Narriamo brevemente i fatti. Come abbiamo detto, nella primavera del 1701 un esercito di Leopoldo I era sceso dal Tirolo nel Milanese. Guidato da Eugenio l di Savoia, il primo capitano del tempo, esso , aveva brillante~ente tenuto testa .a f~rze assai superiori di Francia, Spagna e Savoia, comandate di nome da Vittorio Amedeo e di fatto prima dal maresciallo Catinat e poi dal Villeroy, vincendole il l 0 settembre a Chiari. L'anno seguente Eugenio aveva sorpreso e fatto prigioniero a Cremona il Villeroy; ma poi francesi, spagnuoli !3 piemontesi èresciuti ancora di numero e passati sotto il comando del duca Luigi di Vendéìme, l'avevano costretto a sgombrare la Lombardia ed a passare nel basso Modenese e nell'adiacente tratto del Veneto, e gli avevano inflitto gravi perdite nella giornata indecisa 'di Lùzzara. Peggio ancora erano andate le ~ose degli imperiali nsl 1703. Essendo l'Austria minacciata, non soltanto dalle armi delle due corone, ma altresì dall'insurrezione scoppiata in Ungheria, il principe Eugenio era stato chiamato a Vi~nna. Il Conte di Starhemberg, mandato a capo dell'esercito d'Italia, si mostrò degno di succedergli, consérvando le posizioni che il principe gli aveva lasciato in custodia e difendendole con 30.000 uo ·' mini contro 60.000; tuttavia egli sarebbe. forse stato costretto a lasciare l'Italia, se il Vendéìme, per ordine di Luigi XIV, non avesse divise le proprie forze, !asciandone
' ' la eo.,solata ~ 26 Q :una metà di fronte allo Starhemberg, e passando coll'altra nel Tirolo meridionale, per aiutare l'azione diretta anche da settentrione contro l'Austria. Grazie a tale errore del ne· mico, l'esercito dello Starhemberg aveva potuto mantenersi nei ben fortificati suoi accampa.menti , attendendovi di piè fermo i nuovi assalti, che non potevanp tardare, giacchè il Vendome, essendogli mal riuscita la campagna nel Tirolo, aveva nel settembre 1703 di nuovo riunito le truppe colà condotte all~ altre rimaste in Italia che ave- , vano il campo a cavallo del Po, col quartiere generale a S. Benedetto. L'esercito di nuovo congiunto in un solo corpo, stava per riprendere le operazioni offensive contro lo Starhemberg' .quando un avvenimento inaspettato venne a cambiare le cose. La. diffidenza di Luigi XIV e Filippo V contro il duca di Savoia, giunta allo stadio acu,to a cui abbiamo più sopra accennato, prorompeva senza. ritegno. Il Vendome, per istruzioni avute, indisse una rivista generale del suo esercito _per il 29 settembre, e · quando francesi, spa.gnuoli e. savoiardi fu rono schierati nei posti stabiliti, il mart1 sciallo, chiamati a sè tutti i generali, espose loro che il re di Francia, suo signore , es. sendo venuto a conoscere che il duca dì Savoia stava per abbandonare la parte delle due corone per passare a quella dei loro nemici, gli aveva comandato di prevenirne il tradimento levandogli il modo di offen· dere, e anzitutto disarmando e sostenendo prigionieri i soldati piemontesi che 'militavano nell'esercito gallo-ispano. • · E così fu fatto. I piemontesi presenti sommavano in quel momento a soli 2400, francesi e spagnoli erano dieci volte e più tanti; i primi, come usavasi in tali parate, non avevano , seco munizioni, i secondi erano armati' di tutto punto. Ogni tentativo di resistenza sarebbe quindi tornato vanò; ed i soldati di Vittorio Amedeo II che in .tre successive campagne avevano militato con onore al fianco dei gallo-ispani, benchè feriti ' nel più vivo dell'animo dall'atto sleale e dal· l'atroce accusa lanciata al loro sovrano, doo vet~ero piegare il capo alla violenza, riser· bando a più propizia occasione il mostrare il ' loro risentimento. La notizia della sorpresa di S. Benedetto, co.n celerità notevole per i tempi, giunse a Torino il 3 ottobre, sollevandovi immenso disgusto e fiero sdegno. Nell'ordinaria Luigi XIV aveva sperato che il duca di Savoia, atterrito, si sarebbe ·senz'altro sottomesso ai patti che il Vendome era incaricato di proporgli, e che l'avrebbero viep· più ridotto ad·umile vassallo di Francia e Spagna. Ma l'effetto fu diametralmente opposto. Vittorio Amedeo II, che fino a quel punto aveva mandato in lungo le trattativ~ colla Grande Alleanza, e che forse non le avrebbe condotte a conclusione se neHsun fatto nuovo fosse intervenuto,· conosciuto l'affronto fatto alla sua bandiera, non esitò un istante a raccogliere il guanto che gli era gettato. Una parte delle sue truppe regolari si trovava prigioniera,, l'altra dispersa nei pre· sidi di tutto lo Stato; la Savoia era esposta qu~si senza difesa all'invasione, e mentre i nemici battevano alle porte, i nuovi amici erano così lontani da lasciar temere che il Piemonte potesse venire prima prostrato che soccorso. Tuttavia,. risoluto a difendere a qualunque costo la sua. dignità ed i suoi diritti, il duca di Savoia dichiarò che preferiva di morire colle armi alla mano all'onta di lasciarsi opprimere, e lo stesso giorno 3 ottobre, con audaci rappresaglie sui francesi che erano alla sua corte e nei suoi stati, e coll'impartire i primi ordini ai suoi soldati, si preparò alla nuova guerra a cui era sfidato. ' (Continua). UN FAVPRE che potrebbero farci tutti gli abbonati sarebbe quello di mandare! l'in'dirlzzo di loro parenti q conoscenti stabiliti all'estero. A questi noi spediremo gratis numeri di saggio ·del perio· dico, allo scopo di diffondere sempre più la divozione alla Consolata. -1
J11 eof1SO{ata 27 STORIA DI U~' AJIM~ Non sapremmo travare più adatto titolo alla seguente relazione, scritta nella ~emplicità del cuore da un'umile figlia delle Mar·che, a ctd furono unici maestri di lettere il natur·ale ingegno, l'ingenita gentilezza dell'animo ed una soda pietà. Questa è vemmente la storia di un'anima che la Consolata elesse e chiamò alla sua divozione, dandole in essa un mezzo potente per cammina1·e nella via d.ella vù·tù e della salvezza tra indicibili amarezze, e nel tempo stesso un 'mezzo di temporale (01·tuna. Solo dopo anni di ritm·do si sono vinte le ritrosie dell'umile autrice per la pubblicazione di uno s):ritto sgo1'gato dall'esuberanza del cuore, ed a cui abbiamo voluto conservm·e il suo carattere. Pe1'ò se per· accontentare la scrivente dobbiamo anc01·a tenere nascost!l il suò nome, .ciò nulla to_glie al diletto ed all'edificazione che può dm·e il mcconto, nè gli vièta di raggiungere il fine ultimo di chi sc1·isse, il quale collima ·col desiderio nostro e dei singoli .lettor·i del pm·iodico: l'onore e la gloria della nostra Madre e mitissima · celeste Regina. « Non contavo che cinque o sei anni quando da un cugino a me coetaneo mi venne donata, non ricordo a quali patti, una piccolissima imagine di non più che quattro centimetri, ove a spiccati colori vedevasi r_appresentata la Vergine SS. col Bambino. Trovai quell'imaginetta tanto singolare,. tanto diversamente bella dalle altre solite, che n'ebbi una profonda, indicibÙmente soave impressione. Il divino infante aveva verde vesticciuola e rosso manto; il rotondetto collo quasi celato da sottilissimo lembo figurante aerea camicina; ignudi i piedini gentili. Stringendo colla mano sinistra il pollice della sua .dolce mammina e, con la destra, in atto di chi dà la benedizione, appoggiata sul seno di lei, pareva proprio ch'egli volesse parlarmi coll'atteggiamento e coll'espressione del vaghissimo viso. ' o Non potrei poi in alcun modo esprimere quali sentimenti e quali dolci affetti mi destassero in cuore le sembianza belle, maestose, indefinibilmente celesti di quella Madre, ammantata quasi interamente di cupo azzurro, con una stella d'argento' impressa al di sopra della spalla destra. « ErJt incantevole per me quella stampa e spendevo buon tratto di tempo a riguardarla silenziosamente, come assorta a rilevare bellezze celesti nelle fisionomie amabilissime delle due sacre figure in essa rappresentate: Fatta in seguito timorosa che alcuno me la involasse o me la sciup~~osse nell'ammirarla, la nascosi, e passavo giorni intieri senza vagheggiarla, privandomi, per gelosia, del tl)..nto contento che m'apportava la dolcezza di quei volti divini. «- Che Madonna è questa? - domandai un giorno a mia madre. Ella non seppe dirmelo. Ma io bramavo tanto conoscerne il titolo che, pur trepidando ch'ei rivolesse il suo dono, mi azzardai ad interrogare il cugino donatore. - È la Madonna di S. Luca - mi rispose. Insistetti: Perchè Madònna di S. Luca? - Ed egli di rimando: Perchè S. Luca l'ha dipinta-- o· semplice fanciullo, indovinasti? sbagliasti? - Sappi che venti anni più tardi ho conosciuto il titolo della tua piccola madonna: era la Consolata! «Come venni a saperlo? Ecco. Io ebbi a luogo di mia dimora una deserta collina delle Marche, lontana due miglia di cammino da ogni paese. Capitò a passare colassù un forestiere venditore d'imagini; io però noi vidi. Uno degli abitanti della. collina, il signor Basilio, forse il piu facoltoso, comperò alcune stampe delle piu vistose e colorite, e fra le . altre mirai un giorno in casa sua, cinta di discreta cornice, la bella imagine che bambina avevo tanto amato, con sotto l'iscrizione: La Consolata di Torino - Oh, di Torino! Che Madonna estera l -:-. esclamai tra me stessa Torino, se non isbaglio, è capitale del Pie-· monte, è fuor di stato; è dove regna Vittorio Emanuele, che ho inteso nominare qualche volta. Ma perchè appellasi Consolata questa soave Madonna, e non piuttosto Consolatrice?
28 - Io ignoravo allora i motti e le graziose accorciature piemontesi. Ma in quella figura impressa su semplice foglio di carta, della grandezza d'un protocollo ordinario, rividi l'amabile volto materno contemplato con tanta , interna delizia nella mia infanzia. Sebbene non perfettamente riprodotto, anzi un poco diféttoso, esso conservava la sua maestà ed un raggio di quella bellezza che già m'aveva destato così profondi affetti nel cuore pargoletto. _L'antica. impressione, sempre viva, 'si rinnovò in me più'potente : quando potevo recarmi in quella casa, rivedere l'imagine ed impr!mervi qualche bacio furtivo, oh, come sentivo consolarmi! Quanto contento pareva mi piovesse nell'anima! « Ed ai miei fini, con femminile scaltrezza, profittai della semplicità di quei buoni villici, fra i quali nessuno aveva rilevato la sovrumana venustà delle due sacre faccia della Vergine e del Bambino, così diversa. dalle usuali figure delle stampe a buon mercato. N ella località fu eretto, non so perchè un pilone. Seppi che non si aveva ancora l'imagine· da collocarvi; io lesta ed ansiosa, simulando èalma, anzi affettando indifferenza, corsi dal parroco e feci cadere il discorso sul nuovo pilone. Dissi che provvisoriamente vi_ si poteva mettere un'imagine su carta, e che appunto il signor Basilio ne aveva una di cui si sarebbe privato senza dispiacere, avendola comperata per levarsi d'attorno un seccante di venditore, ed essendovi d'altra parte effigiata una Madonna a lui incognita. Più altre cose simili aggiunsi, finchè il buon curato andò davvero dal signor Basilio; ne ebbe. l'imagine della Consolata e l'appese al nuovo pilone, e per tu'tto il tempo ch'io an· cora dimorai colà sempre vi restò, ricevendo da quanti passavano rispettosi _saluti. «Io estremamente di ciò soddisfatta e contenta, dovendo spesso transitare per quella strada, la riguardai come la stella del mio cammino, la speranza mia, il mio rifugio. «Ricordo tempi burrascosi pieni di angustie e tribolazioni spirituali, molt~ . più terribili e penose che non i mali temporali... Partivo dalla mia abitazione in qualunque stagione, sottoqualunqne intemperiee, sempre 1 coll'incertezza del buon esito, mi recavo in un paese dei dintorni (quasi due ore di cammino) onde confidare ad un venerando sacerdote le miserie dell'anima mia agitata e sconvolta; dovevo passare un torrente ed inerpicarmi su e su...... «Nel cammino andavo recitando ii rosario: giunta al pilone facevo sosta e fissavo i lacrimanti occhi nella Consolata, e pareva che Ella mi assicurasse del suo aiuto; Le affidavo la mia causa, Le mostravo gli affanni che mi conturbavano, le amarezze che mi inondavano tutta l'anima, le difficoltà che potevo incontrare, l'impossibilità (dìrei quasi) di riedere alla pace di coscienza, e quel misterioso sguardo-della Maaonna pareva dicessami : Fa coraggio, io ti consolerò; e mi pareva che il divin Bàmbino mi additasse la su·a cara l'lfamma e dicesse: Ecco chi ti proteggerà; confida in Lei ed io, benchè tu sia cosi ingrata e rea, ti ritornerò nella grazia mia. Recitate nove Ave Maria con diverse giaculatorie adatte al mio bisogno e lasciata ivi qualche traccia delle mie lagrime, sorgevo più confortata e proseguivo il viaggio, giungevo alla ~eta. Da quel santo sacerdote ero sopportata con pazienza, confortata, assistita, guidata nel mare delle mie angoscie con tanto perita destrezza e carità, che, senza avvedermene, ,mi trovavo nel porto, fra il gaudio della pace di coscienza, quasi dimentica di ogni p~ocella, che per poco non aveva sommerso nei flutti amari la vacillante anima mia. « Non rammento di essere stata· delusa 11na volta sola: giammai ritornando alla deserta collina, luogo di ~ia cara dimora, giammai sono ripassata innanzi a quel pilone, ove su lieve carta era abbozzata la Consolata di Torino, senza doverla. ringraziare di tutto cuore per il modo meraviglioso, e dir& per me veramente miracoloso, con cui ero stata pienamente racconsolata, al di là dei miei medesimi desideri. Oh, benedetti cento· volte quel mercante d'imagini .che ti vendè, quel signor Basilio che ti comprò, quel. pio curato che ti fece venerare al nuovo pilone, l
Ut eo.,solata 29 Q - o dolce effigie di Maria Consolatrice, Regina dell'augusta Torino! « E giunsero giorni di maggior dol0re: le brine caddero sul mio capo, ma· sempre superai torrenti di affanno, perchè la mano di Maria sempre mi guidò; la celeste sua provvidenza non mi venne mai meno e, stra· niera e quasi esule, trovai as.ilo ed appoggio nella città. della Consolata. Non posso narrare. tutte le grazie particolari ricevute da Maria SS. chè occorrerebbe scrivere un vo· lume: tenterò piuttosto, nella mia incapacità., di far conoscere l'ultima e più evidente. «Mi trovavo a servire a Tori'no. Ma,-nè per la mia età nè per la mia indole, potevo adattarmi nella casa in cui mi trovavo: arami indispensabile uscire da quella posizione. Quando mi era possibile facevo mia gita al santuario della Qonsolat~, a' raccontarle in quale conturbazione io vivessi, l' impossibilità. di durarvi e la difficoltà. di trovare altra casa adatta. La mia salute andavasi alterando e la mia padrona che se ne acc<l'rse, mi dichiarò che in casa ·su.a nemmeno una mezza giornata avrebbe potuto tenermi in letto. Ragionevolissimo: ella era carica. di bimbi. « L'inverno in quell'anno (1893-94) fu rigidissimo : a Torino l'influenza émpì di ammalati gli ospedali; il pericolo a cui mi esponeva la mia debolezza fisica aumentata dal mio stato d'animo, andava crescendo. Oh, quante volte mi rivolsi, piangente alla Consolata; quante volte io la pregavo e la scongiuravo con tutto il fervore d'aiutarmi come in passato. Ed Ella, la buona Madre? Finse di non volermi esaudire; ·simulò di non intendere neppure le mie preghiere: pareva inaco corrucciata ed il benefizio che io aspettavo da Lei, sotto ai miei occhi lo diede ad altra persona. «Ma come, andavo. io dicendo con figliale lamento, ma come, o Regina di misericordia, siete meco così sdegnata? Non siete forse Voi stessa che dal mio paese lontano, mi avete indirizzat!!- a questa ' vostra città.? Ed ora volete abbandonarmi? Qui tutti vantano le vostre consolazioni: nobili e volgari; giusti o e peccatori: io sola sarò lasciata derelitta da Voi, dopo che mi avete ricolmata di grazie per il decorso di tanti anni? - M~ nè la· menti nè preghiere fingev~~o di più udire da me la Vergine Consolatrice; però nell'apparente suo corruccio andava preparandomi la provvidenza che indefessamente 'Le domandavo, andava appianando le vie, per -cui già. da mesi aveva preparato il perfetto adempimento- de' miei desideri. « L' influenza intanto aumentò insieme colla neve e col freddo: io-lavorai finchè mi fu possibile reggermi in piedi. Ma un mattino riuscii con istento ad alzi!-rmi alle nove, presi un piccolo involto delle mié robe ed uscii, dicendo alla mia padrona che andava a presentarmi all'ospedale. Barcollando, ap· poggiandomi ai muri, ebbi ancora la forza di recarmi al santuario della Consolata : potei accostarmi alla comunione e farmi vedere da Maria SS., che tuttora non mi dava sentore di avermi già. esaudita, tenendomi ignara della grazia ch'Ella voleva farmi, fino all'ultimo momento. «Uscita di chiesa mi venne un'idea; secondandola mi trascinai a prendere il tr&m . che va al paese di ..... dove sapevo di avere 1 una casa ospitale, sebbene povera. Mi vi presentai e trovai la buona mia amica colta anch'essa dall'influenza, ma obbligata tut· tavia a reggere in piedi per accudire a due altre persone della famiglia costrette a stare a letto, perchè più aggravate di lei: io sarei stata la terza malata da servire... Non mi rifiutò per questo: mi disse che al momento . poteva prestarmi un letto sino al venturo sabato, giorno in cui verrebbe da Torino uno della famiglia a dormirvi, come era solito e come n'aveva il diritto. Io accettai con riconoscenza quel letto provvisorio pensando: chi sa che non mi diminuisca il male? Intanto ho dove coricarmi. « Difatti migliorai. Sentivo però tanta ripugnanza a riprendere il mio servizio, che, sebbene avessi pattuito per tutta l'invernata, scrissi alla mia padrona, pregandola a !asciarmi libera. Che respiro ebbi al ricevere una sua cartolina, in cui mì accordava la
.\ '' / 30 J1t eortsotata chiesta licenza! Però passato il primo momento di gioia, pensa~ seriamente alla mia posizione: quel-giorno stesso doveva finire l'ospitalità della mia amica; io ero senza alloggio, senza vitto, nel cuore d'un rigido inverno, disoccupata chi sa fino a quando.•.. « Era un sabato di gennaio: brillava fulgido il sole nel firmamento ed un limpidis- .simo azzurro f~ceva yieppiù spiccare il vasto tappeto candido ed imperlato che tutta quanta ricopriva la campagna, abbagliando la vista.' La campana della pJ!-rrocchia del paes~ di~de il segno che si portava il SS. Viatico ad un ammalato nella campagna. Io volli accompagnarlo;· si andò lungi, perchè vi fu tempo di recitare le quindici poste del rosario ·e molte altre preci. · «Ritornata a mezzogiorno in casa' della buon111 mia amica, trovai una lettera, che certàmente fu dettata dalla SS. Vergine Consolata: la lettera della provvidenza che veniva nel .giusto momento per me povera derelitta,, Quella lettera m'invitava a re· carmi subito alla città di ....... dove mi aspettava una casa propriamente ed unicamente adatta per me: non tardassi un giorno, perchè la mia tardanza sarebbe stata una rinunzia al posto, ambito da moltissime aspiranti. . • « Io pensai tosto: E se la mia padrona non mi lasciava libera? E se non fosse stato di. questa mia lieve malattia? Io sarei rimasta legata al mio primo servizio, e non potrei accettare ora si grande e bella offerta: il sogno d'oro di tanto tempo, la sospirata grazia, per cui tante suppliche ho rivolte alla, Vergine Consolatrice. Sebbene stanca ed esausta per le improbe fat~che di quel mattino, subito corsi a prendere il treno per la nuova mia destinazione. Lo mancai: do- , vetti aspettare la corsa successiva, ma giunsi ancora in tempo per essere accettata. « È per me indubitato, chiaro come la luce del sole, che tutto fu diretto a mio vantaggio dalla Consolata, che fingeva di farmi il bron• cio. Entrai nella nuova casa il 17 gennaio H:s94: e da quel punto incominciò per me un· periodo di santa tranquillità, quale non ebbi mai nella mia vita: nu1la mi manca nè temporalmente nè spiritualmente; in ogni evento sono felice perchè ho certezza che qui adempio ciò che brama Maria SS., ed alle volte mi pare che ella sia la mia signora direttamente e ch'iÒ non abbia a fare che con Lei sola. Oli, che amabile servitù! Ed ora possiedo una perfetta copia della Consolata di Torino: dessa è venuta nelle vere. sembianza dell'imagine taumaturga a felici· tarmi di sua celestiale presenza: come vivrò e morrò contenta sotto gli·occhi suoi! «A. S.». Sal"o sot~o le ruiqe d'una bettoia Era il ~attino del 2 febbraio 1902, un mattino rigido per l'abbondante nevicata d~lla notte. Ciò malgrado MICHELE BER· TELLO, da buon massaro, erasi levato innanzi giorno per attendere al governo delle sue vacche: le aveva munte; aveva loro rifornita la mangiatoia, q_uindi affine di ·preparare loro uu nuovo letto fresco e pulito, era uscito a cavar paglia sotto una tettoia nel cortile. . Mentre egli è intento alla sua bisogna ode uno scricchiolio sinistr() in alto, ma non ha tempo ad alzar· gli occhi che, con schianto repentino, il tetto sovrastante precipita, seppellendo il povero uomo sotto le tegole e la. neve che su vi stava, alta circa 60 centimetri. La moglie del Bertello, chiamata sull'uscio 'dal rumore, vede e comprende la disgrazia occorsa al marito; cade in ginocchio sulla. fredda neve e le mani e gli occhi alzati al cielo esce in un grido straziante: « O Madonna. della Consolata, s;~.lvatelo, salvatelo! O Madonna Sant111, abbiate .pietà di noi; vi porteremo un quadro! ». S'avvicina e guarda quasi disperata il mucchio di rovine: oh, ecco, la neve s'agita. in un angolo, un braccio n'esce e si protende. Suo marito, dunqu~, è vivo, è salvo! D'un salto è là presso, e si dà a rimuovere con infinite cautele, frettolosa, la neve e intanto l
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